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Un libro divenuto guida di ascesi cristiana

Gioia della preghiera

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22 aprile 2021

«Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino della specie più misera, errante di luogo in luogo. I miei beni terrestri sono una bisaccia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro». Comincia così Racconti di un pellegrino russo, fra i libri più conosciuti e amati della spiritualità ortodossa, un po’ romanzo un po’ fiaba, meraviglioso affresco della Russia (meno nota) dell’Ottocento, viaggio affascinante attraverso la campagna siberiana, come meta Irkutsk, la tomba di sant’Innocenzo, raggiunta dopo incontri avventurosi e molte tentazioni, in realtà Gerusalemme, verso la quale il protagonista sembra incamminarsi alla fine della storia.

Già, il protagonista: ignoto, come del resto l’autore del libro, che sarebbero poi — il condizionale è d’obbligo — la stessa persona. Forse lo ieromonaco Arsenij Troepolskij, forse un contadino della provincia di Orel o forse il mercante Nemytov, amico dello starec del monastero di Óptina, Macario, indicato da alcuni come il vero scrittore del testo, redatto probabilmente fra il 1855 e il 1860. Lo strannik (in russo “viandante” più che pellegrino) non arriverà mai a Gerusalemme — troppo preso dal narrare al proprio padre spirituale o all’interlocutore di turno vicissitudini e peripezie nonché gli esercizi ascetici per oltrepassarle indenne — ma c’è chi dice che in Terra Santa quel pellegrino ci arrivò davvero e, al ritorno, passò per il Monte Athos, continuando a parlare dei suoi viaggi e probabilmente fermandosi lì come monaco. Ed è proprio lì, sul Monte Athos, che altri studiosi ortodossi collocano la genesi dell’opera, narrazioni di viaggio contenute in un testo anonimo scoperto nel monastero di San Panteleimon e poi trascritto da un abate.

Fatto sta che ieri Papa Francesco, nella catechesi dell’udienza generale, ha invitato a leggere i Racconti di un pellegrino russo, per aiutare a «capire cos’è la preghiera vocale». È dal “mistero” dell’orazione ininterrotta, dal passaggio in cui ne parla la prima lettera di san Paolo ai Tessalonicesi (5, 17), ascoltato in una chiesa, che il protagonista comincia la sua riflessione: «Queste parole si incisero profondamente nel mio spirito, e cominciai a chiedermi come fosse possibile pregare senza posa quando ciascuno è necessariamente impegnato a lavorare per il proprio sostentamento».

La risposta la troverà, dopo aver “saccheggiato” invano la sua Bibbia e ascoltato inutilmente prediche e sermoni, nello starec (saggio anziano, decano) di un eremo: «L’ininterrotta Preghiera di Gesù è l’invocazione continua del divino Nome di Gesù Cristo con le labbra, con la mente e con il cuore, nella visione della sua presenza costante e nell’invocazione della sua pietà, durante ogni occupazione, in ogni luogo, in ogni tempo, anche nel sonno».

La preghiera ha varie versioni ma — come si legge nel Catechismo della Chiesa cattolica (2667) — la formulazione più abituale, «trasmessa dai monaci del Sinai, di Siria e dell’Athos», è esattamente l’invocazione ripresa dal Pontefice: «Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore, abbi pietà di noi, peccatori!». Chi si abituerà a questa invocazione, dice ancora lo starec, «proverà una tale consolazione e un tal bisogno di pronunciare di continuo la Preghiera», anche dodicimila volte al giorno, «che non potrà più vivere senza di essa, ed essa spontaneamente fluirà dentro di lui». Quell’uomo diventerà il suo padre spirituale e lo inizierà al libro della Filocalia, scienza dell’ininterrotta orazione interiore, prima e fondamentale guida alla vita spirituale contemplativa, alla dottrina e alla pratica dell’esicasmo.

Per l’ignoto strannik, va detto, non sarà facile, tra briganti che lo derubano, guardaboschi eremiti da esplorare interiormente, contadini da erudire, donne che tentano di sedurlo. Nonostante tutto, continuerà a lodare Dio, con il cuore colmo di gioia.

Tanto è stato grande il successo dell’opera, originariamente composta da quattro capitoli intitolati Candidi racconti di un pellegrino al suo padre spirituale (l’edizione più vecchia esistente, stampata a Kazan’, è del 1881), da ampliarsi, crescere di vita propria: nella versione del 1884, per esempio, compaiono, oltre ai Racconti, i testi patristici delle «Tre chiavi atte a scoprire il tesoro dell’orazione interiore», estratti dei Padri della Chiesa celebri per l’insegnamento della Preghiera di Gesù, e altro ancora. E nell’edizione del 1911 i racconti aumentarono da quattro a sette: i tre capitoli aggiunti parlano del protagonista un anno dopo e la narrazione diviene più dialogata, didattica. Ma il linguaggio resta vivace, fresco, sincero, il protagonista curioso, a tratti ingenuo, certamente umile, scopertosi amante del silenzio e della solitudine, in un vagabondaggio mistico, con sé la Bibbia, la Filocalia e un rosario di nodi di lana. E la Preghiera di Gesù come unico nutrimento spirituale.

di Giovanni Zavatta