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Nel romanzo «La luce di Akbar» di Navid Carucci

La storia di Samir e Salim

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21 aprile 2021

Fatehpur Sikri o “città morta” oggi è un sito archeologico, a pochi chilometri dal Taj Mahal di Agra, una delle sette meraviglie del mondo, immagine iconica del continente asiatico, «incarnazione di tutte le cose pure» come lo definì lo scrittore britannico Rudyard Kipling che, come tanti, ne rimase folgorato. Privo di immagini sacre, ovviamente, la storia che si cela tra le mura del mausoleo o le rovine della città morta è patrimonio di pochi, e del conflitto tra riformatori e innovatori che avrebbe minato le certezze degli «austeri mullah sunniti, o degli enigmatici imman sciiti, dei maghi zoroastriani, dei rajah induisti e pure dei farangi o meglio nazareni» se ne sa ben poco.

In La luce di Akbar. Il romanzo dell’impero Moghul (Roma, La Lepre Edizioni, 2021, pagine 256, euro 18, prefazione di Franco Cardini), Navid Carucci, professore di storia dell’Asia orientale, figlio di madre iraniana e padre lucano ha voluto dare le sembianze del romanzo alla Storia universale asiatica, miscellanea di religioni e culture molto eterogenee tra loro e distanti anni luce dalla tradizione occidentale. Siamo nell’anno di Cristo 1580, nel 5340 per gli ebrei, nel 4277 per i cinesi, nel 4681 per gli hindu e nel 988 dell’Egira. «L’ebraismo è la religione della speranza, il cristianesimo dell’amore, l’islam della fede. (...) La via della tradizione, la via del ragionamento, la via della mistica, sono tutti sentieri di Dio», l’autore affida queste parole ad Akbar il grande imperatore, terzo re della dinastia Moghul di ispirazione musulmana. Oggi definiremmo Akbar un visionario proiettato verso una modernità inimmaginabile, e per questo ostacolata da chi vedeva malvolentieri il suo tentativo di realizzare una sintesi tra fedi diversissime, una ortodossia ancorata spesso a tradizioni sanguinarie, espressioni di una cultura tribale spesso confuse con pratiche religiose.

D’altronde mentre in Europa, depositaria già da un paio di secoli di ideali progressisti — vedi la corte di Federico ii di Svevia — all’epoca si consumava il contrasto feroce tra cattolici e luterani, in India Akbar divenne fulcro esclusivo di quella mescolanza di hindu, zoroastriani, sunniti, sciiti e giainisti.

Attraverso un gioco narrativo articolato, folto di dialoghi e diatribe, di pensieri sani e tradimenti, l’autore mette in scena le criticità di un’epoca e di un impero in un romanzo appassionante e appassionato. Con una scrittura densa, dotta e ricca di simbolismi, Carucci trasporta il lettore nelle atmosfere esotiche dei luoghi, nei giardini rigogliosi abitati da animali fantastici e nelle chiassose strade di città.

Alla costruzione storica, meticolosa e precisa, è infatti intrecciata una fiction: la storia di Samir e di suo padre Kamal, un Kotwall hindu, funzionario incaricato della sicurezza del re. Samir diviene amico di Salim, il figlio di Akbar. Entrambi hanno rapporti difficili con le figure paterne, comuni interessi artistici e, purtroppo, una medesima fanciulla di cui sono innamorati, Man Bai che è promessa sposa di Salim e il cui destino rivelerà al lettore altri aspetti di una mentalità per noi occidentali totalmente impenetrabile. La storia di questo legame di amicizia si snoda proprio negli anni in cui raggiungeva il massimo dello splendore e della potenza il regno di Akbar.

Tutto il testo di Carucci propone temi di grande attualità: dibattito religioso, difficile natura del potere politico, altrettanto difficile dialogo tra culture e civiltà diverse oltre al tema del conflitto tra padri e figli che è anche metafora del contrasto tra riformatori e conservatori, tra chi riesce a guardare oltre la maya, il velo hindu dell’illusione e chi invece resta accecato dalle sue stesse convinzioni. «Pensate a una ruota. Lungo il bordo si allineano le religioni, ma al centro di tutte vi è Dio. I mistici, da qualsiasi religione muovano, tendono come i raggi verso il centro; e più si avvicinano a Dio, più si avvicinano tra loro», dirà infine il sovrano, ma il suo Dio è ancora troppo umano e troppo “reale”.

di Flaminia Marinaro