· Città del Vaticano ·

Il rapporto Onu in vista del vertice di Washington

Clima e covid
tenaglia globale

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20 aprile 2021

Cinquanta milioni di persone stritolate dalle ganasce di una tenaglia globale fatta del sovrapporsi del mutamento climatico e della pandemia che ha reso il 2020 un anno funesto.

Il 2021, avverte l’Onu con il segretario generale António Guterres, deve essere «l’anno dell’azione». O rischia di essere, invece, l’anno della caduta finale «nell’abisso». Il mondo, ha spiegato dati alla mano Guterres, «è sotto il doppio colpo» della cappa dei gas serra e del virus che moltiplica gli effetti devastanti di cicloni tropicali, incendi, siccità, scioglimento dei ghiacci. Eventi catastrofici che ormai non sono più l’eccezione, si legge nel rapporto sullo stato del clima globale, dell’Agenzia meterologica mondiale dell’Onu (Wm0) diffuso ieri.

Agire ora, ha chiesto il segretario generale alla vigilia del vertice sul clima convocato a Washington il 23 e 24 aprile. L’invito del presidente Biden è stato raccolto da 40 Paesi e, in particolare, dalla Cina e dalla Russia. Anche se solo virtualmente, Biden ed il presidente russo Vladimir Putin, si vedranno per parlare di clima in un momento di altissima tensione internazionale su tanti fronti. E le aspettative sul vertice sono molto alte perché alta è la posta in gioco.

Si tratta di avviare un percorso condiviso fra diversi e distanti, in vista della conferenza di Glasgow di novembre che dovrebbe segnare il momento delle scelte per arrestare l’incendio climatico: obiettivo immediato, abbassare di almeno un grado e mezzo, possibilmente due, la temperatura del pianeta. Due i grandi ecosistemi in crisi il cui collasso avrebbe conseguenze globali, in parte già in corso: l’Amazzonia e l’Artico. La prima riserva planetaria di biodiversità, acqua, ossigeno, aggredita dalla deforestazione a scopo di sfruttamento economico. Il secondo che perde 200 milioni di tonnellate di ghiaccio l’anno e che, paradossalmente, viene considerato un’opportunità per le risorse minerarie che diventano più accessibili e per il passaggio marittimo a nordovest che potrebbe aprirsi a rotte commerciali, preziose per l’egemonia. L’effetto collaterale del riscaldamento, molto più accentuato sulla regione artica, sono incendi, siccità e cicloni per il pianeta. Anche l’Artico, dunque, è in una tenaglia. Una ganascia è il mutamento climatico, l’altra il fatto di essere diventato strategico per la partita della leadership mondiale.

Intanto la corsa del mutamento climatico accelera mentre il mondo esita fra il modello di sfruttamento compulsivo delle risorse e azionare il freno a mano entro il 2021 (come chiede l’Onu). Il 2020, avverte il rapporto della Wmo, è stato fra i più caldi di sempre. Il costo economico è altissimo (il rapporto fa l’esempio dell’uragano Laura, costato alla Lousiana 19 miliardi di dollari lo scorso agosto). Quello umano è incalcolabile. Solo nel centro America 5 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria a causa degli eventi climatici. La pandemia, però, ostacola, per non dire che impedisce, le operazioni di aiuto. Oltre mezzo milione di persone, fra queste, hanno completamente perduto un tetto. La crisi climatica, dunque, appesantita dalla pandemia, suscita le ondate migratorie verso il nord del mondo.

Guterres, dunque, l’ha detto un’altra volta. «Siamo sull’orlo dell’abisso». Il peggior decennio che si ricordi per il surriscaldamento globale dà segnali di una corsa in discesa verso il punto di non ritorno. Lo State of the Global Climate, alla vigilia del vertice virtuale di Washington, mette in fila molto chiaramente tutti i temi urgenti sui quali intervenire. La crisi sanitaria planetaria, con una campagna vaccinale che non raggiunge le popolazioni più disagiate, moltiplica gli effetti delle catastrofi climatiche ed è ormai chiaro che la tendenza è al peggioramento esponenziale. «Stiamo registrando —ha avvertito Guterres — un livello inedito di cicloni tropicali, fusione dei ghiacci, siccità, ondate di calore, incendio di foreste». Grida di aiuto dall’ecosistema inequivocabili. E non c’è solo il rapporto dell’Onu a dire che il tempo sta scadendo. L’istituto dell’uomo e dell’ambiente dell’Amazzonia (Imazon) avverte che nel mese di marzo il bioma della regione (l’insieme degli organismi viventi) ha subito le conseguenze della più grande deforestazione degli ultimi dieci anni. Rispetto al marzo del 2020, per far parlare i numeri, un aumento del 216%. Un’accelerata alla desertificazione a scopo di sfruttamento proprio quando gli indicatori avvertono che dall’Amazzonia, come dall’Artico e dalle più tormentate regioni del mondo, passa la possibilità di salvezza.