· Città del Vaticano ·

«Il ragazzo che andò via» di Eli Gottlieb

Una società meno lontana
di quanto vorremmo

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19 aprile 2021

«“Mamma?” sussurrò Fad. “Andrò via?”. Di nuovo un silenzio. “Se ti impegni tanto tanto con la mamma, non dovrai mai andare via. Te lo prometto, James, tesoro mio”». Eppure, nonostante tutto l’impegno di entrambi – del figlio e della madre – il giorno della partenza coatta arriverà.

Siamo nella Contea di Essex, nel New Jersey, è il 1967. Mentre la guerra del Vietnam domina notiziari e giornali, la famiglia Graubert vive un momento delicatissimo. Fino ad allora l’internamento in istituto del quattordicenne James (detto Fad), a causa del suo autismo, è stato evitato, ma sembra ormai giunto il momento dello scontro finale con la commissione medica. Il cui giudizio sarà definitivo e inappellabile.

Sono anni estremamente difficili per l’autismo, le persone che lo hanno e le loro famiglie. La scienza brancola nel buio («Un dépliant mostrava una serie di fotografie di una speciale barra d’acciaio cui il bambino portatore di handicap cerebrale doveva restare appeso a testa in giù per un’ora ogni giorno, in modo tale che “come una squadra di operai che riempiono le buche nelle nostre strade, il sangue ricco di elementi nutritivi fluirà delicatamente nelle lacune dell’organismo”»). L’unica risposta che la comunità medica sembra aver trovato è colpevolizzare, separare, internare. Togliere dallo sguardo come soluzione più comoda e “pulita”. Anche se questo significa agire contro il volere dei singoli e delle loro famiglie.

A definirli «gli anni bui dell’autismo» è proprio Eli Gottlieb, autore de Il ragazzo che andò via (Roma, minimum fax, 2020, pagine 208, euro 17, traduzione di Sara Reggiani), un romanzo di forte matrice autobiografica, importante perché offre uno spaccato di un periodo cupissimo.

Attraverso lo sguardo inclemente del figlio minore Denny, conosciamo Harta e Max, la madre e il padre di Fad, diversissimi tra loro. Il vero motore è lei che cerca ogni possibile soluzione per non perdere suo figlio, lottando con tutte le forze contro le autorità. Lei che sembra la sola davvero capace di avere una relazione con il ragazzino.

Ma gli sforzi, l’impegno, tutta la sua allegria e il suo buonumore falliscono, andandosi a schiantare innanzitutto contro il muro costruito da Max. Un muro fatto di mutismo prima, e di alcolismo poi. L’uomo si sgretola letteralmente dinnanzi al dolore, si estrania fino a scomparire.

Né è di aiuto Denny, il giovane narratore. Animato da sentimenti altalenanti, il minore assiste allo sfascio della sua famiglia, ne registra la solitudine, la totale confusione davanti a una realtà che la società rifiuta. Quel che sembra dominare è la durezza e la distanza che Denny cerca di mettere tra sé e i genitori, tra sé e quel fratello ingombrante («Non c’era una volta che non tirasse fuori dal cilindro un comportamento che dava nell’occhio […]. E non c’era volta che non provocasse negli astanti quello che avevo segretamente iniziato a chiamare lo Sguardo, ovvero un misto di simpatia e malcelato divertimento che mi mandava ai pazzi»). Eppure a tratti emergono degli spiragli. Quella distanza sembra meno assoluta di quanto parrebbe. «Mentre me ne stavo lì impalato mi venne da pensare la solita cosa che pensavo tutte le volte che coglievo di sorpresa mio fratello: questa persona è quasi me».

Romanzo d’esordio di Eli Gottlieb nel 1997, inserito nella lista «Best Books» del New York Times e vincitore del Premio Roma, Il ragazzo che andò via ̀è un libro schietto, doloroso, a tratti quasi duro.

Forse però la vera amarezza è capire che se oggi non abbiamo più speciali barre di acciaio, resta ancora molto di quel che Gottlieb racconta.

di Silvia Gusmano