· Città del Vaticano ·

Soggettività sociale della famiglia

Una prospettiva genetica

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19 aprile 2021

«I fondamenti relazionali del diritto di famiglia. Un approccio interdisciplinare» è il titolo del convegno di studio che si svolge il 19 e 20 aprile su iniziativa del Centro di studi giuridici sulla famiglia attivo presso la Facoltà di diritto canonico della Pontificia università della Santa Croce, che ha sede a Roma. L’incontro vuole esaminare la rilevanza giuridica ecclesiale della famiglia non solo legata al fondamento sacramentale del matrimonio, ma anche nella dimensione del diritto naturale. In questo ambito, infatti, le questioni giuridiche ecclesiali più importanti si collocano nell’ambito dei rapporti umani naturali, che costituiscono il nucleo familiare (paternità, maternità, filiazione, fraternità...). Riportiamo un estratto della relazione di Francesco Botturi, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che interviene sulla «Soggettività sociale della famiglia».

La famiglia è la risultanza di una peculiare interazione tra soggetti. Merita, perciò, interrogarsi sulla natura di tale intersoggettività, che sta alla genesi della rilevanza sociale della famiglia. Si parla qui di intersoggettività non solo come circostanza empirica (l’uomo vive di fatto in relazione), né solo come struttura antropologica statica (l’uomo è strutturato relazionalmente come “reciprocità interlocutiva”, direbbe Francis Jacques), ma anche dinamicamente come bisogno relazionale dell’altro (indagato dall’idealismo metafisico prima e dalle psicologie del profondo poi), di cui la logica del triangolo famigliare è una figura fondamentale e paradigmatica.

Riconoscimento e generatività


Alla base della condizione soggettiva appare, infatti, un bisogno elementare e fondamentale di conferma e di promozione nell’essere. Nella sua fragilità ontologica il vivente umano ha bisogno di essere confermato nella sua esistenza, certificato nel suo valore e iniziato al suo bene attraverso quell’ospitalità in altri che viene offerta nell’essere intenzionalmente conosciuto, voluto, apprezzato dall’altro; detto con preziosa semplicità, amato nella sua propria singolarità. Tale è la natura della primaria relazione di riconoscimento tra gli umani, in forza della quale il soggetto è rivelato e affidato a se stesso e con ciò avviato al processo della sua stessa soggettivazione. Tale ospitalità ha a che fare con la genealogia del soggetto, perché costituisce la forma elementare della generazione umana. Il tipo di intersoggettività di cui andiamo alla ricerca è, dunque, quella tra soggetti che con il loro riconoscersi — idealmente reciproco, benché asimmetrico (Paul Ricœur) −— diventano consapevoli della loro “identità relazionale generativa”.

Terzietà e comunità


Nell’alleanza coniugale e nella comunità famigliare ciò ha (strutturalmente) e deve avere (moralmente) un ambito di realizzazione primario ed esemplare, perché si può ben dire che matrimonio e famiglia hanno come loro autentica motivazione di realizzare uno stabile e intenso spazio di riconoscimento generativo, nel più ampio senso dei termini. Il vincolo coniugale e quello procreativo, infatti, sviluppano al maggior grado le dimensioni di terzietà e di comunità della relazione di riconoscimento. Infatti, una relazione libera e stabile è sempre più della somma dei suoi termini, perché la novità che essa produce le dà una consistenza che la rende terza tra loro, così che essa vincola coloro che la fanno esistere. La relazione determina così la struttura tridimensionale del legame, e gli dona una dimensione architettonica che ingloba e trascende le singole intenzioni in gioco. Per questo, relazione matura è solo quella che non si ferma alla possibilità di disporne ma si rende conto del vincolo che essa istituisce, lo accetta e lo fa fruttare in termini di umanizzazione in progress. La terzietà, a sua volta, sta all’origine della dimensione comunitaria della famiglia. La terzietà della relazione e, in particolare, la sua oggettivazione nella generazione di nuovi membri struttura la famiglia come comunità primaria e specifica. La definizione etimologica del significato della communitas deriva — con buona probabilità — dalla composizione di cum e munus, secondo cui la comunanza è fondata dalla condivisione di un dono e dalla cooperazione a un compito che da esso deriva, in quanto realtà preziosa, ricevuta per essere preservata, attuata e trasmessa. Così la comunità famigliare si costituisce attorno al suo munus, che è la stessa relazione nata dall’incontro e fatta vivere nel gioco dei riconoscimenti autentici, volti all’umanizzazione dei suoi membri a misura della condizione di ciascuno.

Comunità famigliare e società


La comunità conserva in sé la memoria vivente dell’essere e del fare in-comune e i codici semantici e pragmatici del con-essere. Con il suo stesso esistere la realtà comunitaria fornisce un patrimonio di energia, di motivazione, di testimonianza a favore della con-vivenza. La comunità risponde primariamente a quella attesa di radicamento e di appartenenza personale di cui anche il sociale ha bisogno. Perciò l’intersoggettività famigliare ha palesi effetti oltre se stessa, in corrispondenza delle sue molte funzioni (in ordine alla sessualità, alla procreazione, all’educazione, alla cura, al welfare), che giustificano il riconoscimento e la protezione giuridica della famiglia. Si configura così una correlazione sistematica e benefica tra il bene comune della famiglia e quello della società.

di Francesco Botturi