· Città del Vaticano ·

In «Vite vissute o no» dello storico Mario Isnenghi

Su posizioni critiche,
da uomo libero

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17 aprile 2021

In Vite vissute e no (Bologna, il Mulino 2020, pagine 328, euro 24) Mario Isnenghi, storico illustre (i suoi libri sulla grande guerra, sulla storia d’Italia, sull’antifascismo sono per metodo, impostazione e stile importanti punti di riferimento), si racconta. Un viaggio nella sua formazione umana, intellettuale e politica. A partire dagli anni della giovinezza e dai luoghi — «coloriamo i luoghi» — della sua memoria (Venezia, Feltre, Chioggia, Torino, Padova), che rivisita con tenerezza e con tanta voglia di interrogarsi e di chiarire. Un cammino intenso, tra amicizie, progetti, contrasti. Fino agli anni — fecondi e particolarmente significativi — del pensionamento.

Isnenghi avverte subito la vocazione all’insegnamento e allo studio. Si impegna nell’associazionismo giovanile, nella Fuci, nel mondo cattolico e in quello socialista, nel sindacato: sempre su posizioni critiche, da uomo libero. Per tutta la vita lo accompagna un certo anticlericalismo, talvolta anche immotivato: è, come ben riconosce, una delle sue “fisse”, che fa corpo con un certo spirito “elitario”.

La scuola è un compito che richiede passione e rigore. Vi entra con entusiasmo già da laureando come docente di italiano e storia. L’università viene dopo, quando assume l’ufficio di esercitatore di letteratura e di storia. Prosegue con l’insegnamento di storia del giornalismo e dopo tanto sudare approda alla cattedra di storia contemporanea.

Segue con attenzione gli allievi che manifestano l’intenzione di dedicarsi alla ricerca. Prova amarezza per quanti, pur preparati, non riescono a coronare i loro sogni. «Non valgo gran che — confessa — come animale accademico». Aggiunge: «Cavalli di Caligola non ne ho mandati avanti e riesco perfettamente a rimettermi nello stato d’animo che era il mio quando bocciavano e lasciavano fuori me». Promuove una vera «campagna di difesa della tesi di laurea» contro la «perfida riforma» iniziata dal ministro Berlinguer e proseguita dai ministri berlusconiani; non ha simpatia per l’imperialismo dell’inglese, per i modelli esteri acriticamente accolti, per l’insegnamento telematico. Respinge l’attacco «alla storia, alla politica, allo Stato».

Vite vissute e no: non solo autobiografia, anche pezzi di storia. Incontri con scrittori, giornalisti, storici, filosofi, sociologi. Una storia fatta di riviste culturali e di impegno civile (Belfagor, Questitalia…), di riviste scientifiche, di testimonianze raccolte dagli istituti per la storia della Resistenza. Spunti di riflessione su quanto accade: luglio 1960, neofascisti, partigiani, movimenti studenteschi, terrorismo, inquietudine nei partiti, scissioni, Moro, primi anni del Duemila, “convergenze parallele”. Sempre vigile, sempre mosso da spirito di solidarietà come docente e come collaboratore di periodici e di quotidiani.

Suscita attenzione quanto racconta nel capitolo dal titolo «Rese dei conti». Nel 2015 accetta l’incarico di scrivere un saggio introduttivo alla riproposta del diario di guerra di Mussolini, che potrebbe suonare equivoca. Scrive: «Ho sempre voluto, da cittadino con le sue idee, uscire dai miei steccati e scrivere la storia di tutti, anche degli altri. Ho provato a fare storia dell’Italia e degli italiani, non — vittorinianamente — di Uomini e no. Si può? Si deve».

di Francesco Pistoia