· Città del Vaticano ·

Un viaggio nelle storie di disperazione della Capitale

La crisi e poi l’usura
Ma se ne può uscire

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17 aprile 2021

È sufficiente la perdita del lavoro, una separazione coniugale, una malattia, una spesa straordinaria per trovarsi in una situazione di indebitamento. E quando tutte le porte si chiudono, ricorrere all’usura appare la scelta più facile. Gli strozzini si presentano come persone amiche, generose e comprensive e elargiscono soldi liquidi a piene mani. Ci si fida e non si sa che, con il denaro, arrivano presto terrore, sopraffazione e violenza. Si pensa che non ci siano vie d’uscita e, invece, ci sono organizzazioni che possono aiutare a liberarsi dalla spirale infernale in cui ci si trova invischiati. A Roma, per esempio, c’è l’Ambulatorio antiusura che, attraverso psicologi e consulenti legali e finanziari, tutti volontari, accompagna le vittime nel percorso di reinserimento nell’economia legale e consente di accedere sia ai Fondi di prevenzione dell’usura sia ai Fondi di solidarietà messi a disposizione dallo Stato e dalla Regione Lazio. Difficile quantificare le persone vittime di questa pratica odiosa nella capitale. «Le statistiche sono considerate scarsamente attendibili», afferma Luigi Ciatti, avvocato, presidente dell’Ambulatorio antiusura e autore, insieme a Salvatore Giuffrida, del libro La mano nera – L’usura raccontata da chi è caduto nelle mani di strozzini e clan (Infinito edizioni, 2020). «Le caratteristiche di questo fenomeno sono, infatti, l’isolamento e la riservatezza. Le persone coinvolte non condividono il problema, che vivono nella maggior parte dei casi in solitudine. Solo una minoranza arriva alla denuncia». Secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno, sono 23,2 milioni di euro (+29,6% rispetto al 2019) i fondi assegnati, nel 2020, alle vittime di estorsione e di usura, di cui circa 3,7 milioni nell’ultimo trimestre. E l’emergenza legata alla malattia pandemica ha radicalizzato questo fenomeno che, in questo periodo, può riguardare chiunque. All’Ambulatorio, nel 2020, c’è stato un incremento di richieste del 50%. La tentazione di rivolgersi al benefattore di turno è sempre in agguato. Ma l’usura non è mai una soluzione. È sempre una condanna.

Lo sa bene Simone, 53 anni, che dal 2005 al 2010 è stato vittima di cinque diversi usurai con tassi di interesse che andavano dal 10 al 15% al mese e arrivavano fino al 180% su base annua. Tutto comincia nel 1998. Simone era proprietario di un Blockbuster, un’attività allora molto fruttuosa. «Era un periodo d’oro e nel mio quartiere, nella periferia est di Roma, c’ero solo io», racconta Simone, sposato, con tre figli. «Gli affari andavano a gonfie vele e, negli anni, ho aperto altri tre negozi in diversi punti di Roma. Sotto Natale fatturavo anche 190 mila euro in ognuna delle videoteche. Nel 2005, all’improvviso, è cambiato il mondo. Con l’avvento delle pay-per-view, che danno la possibilità di scaricare i film sul computer, e i programmi in streaming, le videocassette non servivano più. È cominciata la crisi. All’inizio ho aperto alcuni fidi bancari ma mi sono ritrovato presto in un vortice perverso. Più mi indebitavo, più avevo bisogno di denaro, e così mi rindebitavo ancora. Quando mi hanno chiesto di rientrare, non avendo più disponibilità, ho ceduto alle lusinghe degli usurai. Erano miei clienti abituali. Lo sai che sono strozzini ma non sai a cosa vai incontro. In quel momento è come la manna dal cielo. All’inizio va tutto bene, ti permettono anche di saltare una rata ma il debito cresce sempre di più. Ho preso in prestito altri soldi per pagare il primo strozzino, fino ad arrivare a quattro diversi debiti e tutti i miei aguzzini si conoscevano fra loro. Dai 15 mila euro iniziali, in pochi mesi sono arrivato a 100 mila. Ero in trappola. Mi perseguitavano. Andavano sotto la scuola dei miei figli, venivano nel negozio e prendevano i soldi dalla cassa, sono stato picchiato da un ex pugile e sono finito in ospedale. Sono stati cinque anni di minacce, ritorsioni, violenze, messaggi anonimi. Un orrore senza fine. Sono arrivati addirittura a baciare sulla fronte mia madre nella camera mortuaria. Erano venuti a verificare che fosse morta davvero. A un certo punto, ho pensato di farla finita. Era l’unico modo per uscire da quell’incubo. Però ci vuole coraggio per togliersi la vita. Io avevo la disperazione ma non il coraggio. Mio fratello mi parlò dell’avvocato Ciatti e della sua organizzazione ma non ero ancora pronto. Avevo paura delle ritorsioni, soprattutto sulla mia famiglia. Poi non ce l’ho fatta più e nel 2010 ho denunciato. I delinquenti, famiglie note, sono stati arrestati. Tramite l’Ambulatorio antiusura, nel 2019 ho avuto accesso al fondo per le vittime con i quali, nel 2020, ho aperto un’altra attività. Pochi giorni prima del primo lockdown! Dopo dieci anni ho assorbito la paura ma c’è voluto molto tempo per rientrare nella normalità. Certe cose non si dimenticano. Per fortuna ho avuto sempre la mia famiglia vicino. Denunciare è difficile ma è l’unica cosa da fare. Il mio rammarico è di non averlo fatto prima. Ora collaboro con l’Ambulatorio per aiutare altri a non caderci o a uscirne e quando succede sono la persona più felice del mondo. Pochi sanno che esistono queste organizzazioni. Bisogna informare».

Più breve, ma non per questo meno drammatica, la storia di Mario, 62 anni, proprietario di una grossa impresa edilizia con una cinquantina di dipendenti, «Una bella azienda, i migliori clienti di Roma», racconta Mario. Nel maggio del 1998 l’attività entra in crisi a causa di mancati pagamenti di alcuni clienti e di spese da sostenere per far fronte all’attività. «Il crollo è stato velocissimo, il mercato non perdona». Non potendo far fronte ai prestiti bancari Mario si rivolge a uno dei clienti del bar che frequentava. «Mi sembrava una brava persona. Mi propone un prestito di 80 milioni a fermo, cioè ogni mese pagavo gli interessi a partire dal 10%. Appena possibile, avrei restituito il capitale», ricorda Mario che, solo dopo, scoprirà che la “brava persona” era un uomo potente e aggressivo aiutato dal figlio, conosciuto nel giro degli usurai della capitale. La clausola capestro è che se salti una rata, quelle precedenti si annullano e ti tocca ricominciare da capo. Così, “da qualche decina di milioni di lire di debito iniziale, in tre anni mi avevano già scavato un buco di oltre 200 mila euro» (la moneta, nel frattempo, era cambiata). «La situazione debitoria ormai era fuori controllo. Per farmela pagare, una mattina mi hanno massacrato di botte nella cucina del bar lasciando la porta aperta in modo che mia figlia, che mi aveva accompagnato, potesse vedere. Aveva 11 anni. Per anni è stata anoressica. Erano minacce e vessazioni continue. Un incubo. Dopo un anno di questa vita, un parroco mi diede il numero dell’Ambulatorio antiusura. Ho parlato con l’avvocato Ciatti ma non ho denunciato. Avevo paura che ammazzassero me o, peggio, i miei figli. Sono passati altri sei mesi durante i quali mi hanno picchiato di nuovo rompendomi il menisco. Vivevo barricato in casa, non dormivo la notte. Non potevo andare avanti così. Così, a gennaio del 2002, con l’aiuto dell’Ambulatorio ho presentato una denuncia contro gli estorsori alla Squadra mobile di Roma. Ma non era ancora finita. Un giorno mentre mi trovavo in un distributore di benzina, mi hanno sbattuto sul cofano e mi hanno coperto di botte. In macchina c’era mio figlio che guardava terrorizzato. Un’altra volta mi hanno sequestrato per due ore e mi hanno urinato addosso. Un’umiliazione infinita. Finalmente, dopo tre/quattro mesi dalla denuncia c’è stato l’arresto in flagranza. Quando sono uscito dalla questura era l’1 di notte ma non sono rientrato subito a casa. Ho fatto quello che avevo sognato di fare negli ultimi tre anni: una passeggiata all’aria fresca, libero e senza la paura che qualcuno mi aggredisse alle spalle. Nel 2019, dopo 14 anni, mi hanno dato 100 mila euro del fondo antiusura. Ho dovuto ricominciare da zero». Le vicende passate hanno lasciato strascichi, fisici ma soprattutto emotivi e psicologici. «Ho vissuto con il senso di colpa. Ero considerato un delinquente, anche dai parenti. Ma mi trovavo in quella condizione per salvare l’azienda mica perché giocavo ai cavalli! Ora non sono più benestante come una volta, sono cambiato. Ma sono vivo».

di Marina Piccone