· Città del Vaticano ·

Nel segno della dedizione al prossimo l’edificante vita del venerabile cardinale Van Thuân

Affrontava il momento presente
colmandolo di amore

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17 aprile 2021

La fedeltà alla sede di Pietro fu un tratto tipico della personalità del venerabile cardinale François Xavier Nguyen Van Thuân. Lo testimonia, in modo singolare, uno dei tanti episodi che hanno costellato la sua esistenza contrassegnata da grandi patimenti affrontati con speranza, fortezza e senso dell’umorismo: l’episodio riguardante «L’Osservatore Romano». Raccontava, infatti, che una volta, durante una delle sue detenzioni in regime di carcere duro — trascorse tredici anni in prigione, di cui nove in isolamento —, una «signora della polizia» gli portò, avvolto in due fogli de «L’Osservatore Romano», il piccolo pesce che gli era stato destinato per pranzo. Un fatto che il cardinale considerò provvidenziale, tanto da pulire e conservare gelosamente le due pagine per poterle rileggere più volte. Immaginiamolo contento nel vedere pubblicato su questo giornale un nuovo articolo sulla sua storia terrena in occasione di quello che sarebbe stato il suo novantatreesimo compleanno e nell’anno in cui ricorrerà il diciannovesimo anniversario della sua nascita in cielo. Bisogna riconoscere che questo suo attaccamento alla sede di Roma è stato ed è reciproco, tanto è vero che il Papa emerito gli ha reso omaggio nell’enciclica Spe salvi, Papa Francesco lo ha portato ad esempio nell’esortazione apostolica sulla santità Gaudete et exsultate mentre san Giovanni Paolo ii lo chiamò a predicare gli esercizi spirituali nell’anno in cui cominciava il nuovo millennio.

Il periodo pasquale che stiamo vivendo è senz’altro quello più adatto per ricordare questo grande testimone della fede. Infatti, se la sua vita è stata, per così dire, una quaresima, lui la visse secondo l’esortazione del Signore, non con la faccia malinconica, sfigurata (Matteo, 6, 16) o “da funerale”, ma anzi con la faccia gioiosa, tutta orientata alla speranza, cioè alla certezza della risurrezione pasquale. Troppo ricca di sfaccettature la personalità del cardinale vietnamita e troppo numerosi e significativi gli avvenimenti della sua vita per lo spazio di un articolo, meglio quindi concentrarsi su quello che ha rappresentato, cioè una singolarissima icona dei diritti umani. Singolarissima perché la sua lotta per il loro rispetto lui l’ha combattuta con mezzi inusuali per questo genere di battaglie, l’ha combattuta con un’ironica semplicità e soprattutto con l’amore. E, non c’è che dire, i suoi diritti erano stati calpestati in tutti i modi.

Chi è stato testimone dell’ultimo periodo della sua vita, quando venne nominato vice-presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, diventandone dopo qualche anno presidente, ha avuto modo di fare l’esperienza della sua semplicità, della sua dolcezza e del suo affetto, anzi del suo amore. Dopo la notizia della nomina a Roma, l’attesa per l’arrivo di monsignor Van Thuân era grande perché la sua vicenda era ben conosciuta e anche perché alle battute finali della trattativa con il governo vietnamita che portarono alla sua liberazione prese parte anche il cardinale Etchegaray, allora presidente del Pontificio Consiglio. Si può immaginare facilmente la sorpresa provocata quando si presentò semplicemente, con la sua voce pacata, come “il Vescovo Francesco Saverio”, un’abitudine che mantenne anche da cardinale. Per un lungo periodo, dopo il suo arrivo a Roma nel 1994, continuò ad abitare presso una comunità di religiose vietnamite. Da lì si recava in ufficio, a Palazzo San Calisto, su una Vespa 50 guidata dal suo segretario, padre Paolo, anzi, monsignor Paul Hien, che lui aveva ordinato in clandestinità: non si poteva non rimanere sorpresi e non sorridere nel vederlo scendere, togliendosi il casco, da quel mezzo di trasporto quanto meno originale per un arcivescovo!

La sorpresa e l’ammirazione andarono crescendo negli anni, mano a mano che i racconti della sua prigionia si arricchivano di particolari dolorosi, umoristici, edificanti. Dolorosi: se il cardinale sopravvisse alle condizioni della sua detenzione, lo si deve alla sua forza d’animo alimentata dallo Spirito che agiva in lui. Raccontava, ad esempio, di aver dovuto passare tanto tempo, più di cento giorni diceva, sdraiato per terra, in una delle sue celle, per poter respirare davanti ad un unico buco della parete praticato per far scorrere l’acqua. Ma particolarmente significativa delle offese che gli venivano inferte e della sua reazione, coraggiosa e fantasiosa insieme, era la storia della sua croce pettorale che indossò fino all’ultimo, quotidianamente. Infatti, diceva che quando venne fatto prigioniero, fu vietato chiamarlo vescovo e gli venne tolta ogni insegna della sua dignità, anche la sua croce pettorale; ma lui, che attribuiva grande importanza ai simboli, non si rassegnò e con la complicità di un paio di guardie carcerarie riuscì, prima ad ottenere un pezzo di legno per intagliarvi la croce, nascosta per parecchio tempo in un pezzo di sapone, e poi a costruire la catena con del filo elettrico dopo aver persuaso il suo carceriere che non gli serviva per suicidarsi, perché «i sacerdoti cattolici non commettono suicidio».

Umoristici: il venerabile cardinale aveva un acutissimo spirito di osservazione e non era raro che si lasciasse andare ad esilaranti imitazioni. Una qualità, quella di saper cogliere il lato comico della vita, che gli fu utilissima durante la sua prigionia. All’apertura della sua causa di beatificazione per iniziativa del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, venne invitata una delle guardie convertite da lui; questo signore rievocò un episodio più volte ascoltato dalla viva voce del cardinale, che gli aveva insegnato il Veni Creator. Quante volte il sentire questo ex poliziotto comunista cantare l’inno sacro mentre si lavava la mattina dopo aver fatto ginnastica aveva messo di buon umore il detenuto Van Thuân!

Edificanti: la vicenda del Veni Creator svela, in realtà, anche la preoccupazione, per così dire, “pedagogica” del cardinale che non venne mai meno, neanche durante i periodi più difficili della sua prigionia, quando, ad esempio, scrisse 1.100 — come le mille e una notte — messaggi spirituali destinati ai fedeli sul retro di vecchi calendari portatigli in segreto da un bambino oppure quando i capi della polizia gli chiesero di insegnare le lingue straniere (ne conosceva molte) alle guardie oppure, ancora, quando, per informare correttamente i suoi interlocutori sulla natura della Chiesa, scrisse un Lexicon del linguaggio religioso di 1.500 parole in francese, inglese, italiano, latino, spagnolo, cinese, con la spiegazione in vietnamita. Un’agilità mentale straordinaria, mantenuta viva anche in quel periodo di terribile costrizione.

Di questa preoccupazione “pedagogica” il cardinale diede prova anche al Pontificio Consiglio della giustizia e della pace conferendo impulso alla redazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa, iniziativa della quale, purtroppo, non fece in tempo a vedere il compimento.

Ma di sicuro il lato ammirevole della sua vita fu la capacità di perdonare ed amare il nemico. Di fronte all’incrollabile muro di ostilità dei suoi carcerieri, in una notte di disperazione, gli venne un pensiero: «Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l'amore di Cristo nel tuo cuore, amali come Gesù ha amato te». L’indomani, raccontava, cominciò ad amarli riuscendo, cosa forse più difficile, a convincerli che li avrebbe amati anche se avessero voluto ucciderlo.

Se riuscì ad amare i suoi nemici, quanto grande fu il suo amore per gli amici! Negli ultimi anni della vita i suoi collaboratori di Giustizia e pace furono oggetto primario delle sue attenzioni. Infatti, il cardinale aveva sulla sua scrivania un mazzetto di fiori di stoffa, tanti quanti erano, appunto, il suoi collaboratori per averli sempre presenti nella mente e nella preghiera. In mezzo a questi fiori campeggiava una cartolina proveniente dal Messico — Paese cui era molto legato — in cui erano rappresentati dei diavoletti con i loro forconi. Questi ultimi gli facevano pensare a quando si sentiva punzecchiare dai loro forconi, un solletico che a volte gli faceva male. Così, quando andava in ufficio pregava perché i diavoletti lo lasciassero in pace e lasciassero in pace anche i suoi collaboratori: non è questa la prova della tenerezza esilarante di un’anima grande e semplice da avere come guida per «vivere il momento presente colmandolo di amore» (Gaudete et exsultate, 17)?

di Flaminia Giovannelli