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Critiche e proteste per la decisione del Giappone di sversare nel Pacifico l’acqua utilizzata per raffreddare
i reattori della centrale nucleare

L’ipoteca di Fukushima

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16 aprile 2021

Ha provocato preoccupazioni e forti prese di posizione la decisione del Giappone di sversare nell’oceano Pacifico l’acqua reflua utilizzata per raffreddare i reattori della centrale nucleare di Fukushima, praticamente distrutta dal doppio disastro dell’11 marzo 2011.

Si tratta di ben 1,25 milioni di tonnellate di acqua, che Tokyo ha definito «trattata» e non «contaminata».

Dopo essere stata devastata dal potente sisma (di magnitudo 9 su 10 della scala Richter) e dal conseguente maremoto, la centrale di Fukushima ha subito parziali fusioni dei noccioli di tre dei suoi sei reattori. Da allora, la compagnia elettrica Tepco (gestore dell’impianto) ha pompato ininterrottamente acqua nei tre reattori per raffreddare il combustibile atomico fuso, raccogliendo poi circa 1,2 milioni di tonnellate di liquido in oltre mille serbatoi. Ma nel 2022 lo spazio per questi depositi si esaurirà.

In questi dieci anni, i tecnici della Tepco hanno cercato di separare alcuni elementi che emettono radiazioni dal liquido pompato nei reattori della centrale. L’acqua è stata filtrata attraverso un avanzato sistema di trattamento dei liquidi, ma il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno, non può essere eliminato.

Varie riunioni di esperti non hanno trovato soluzioni valide. Le due opzioni possibili erano lo spargimento nell’oceano Pacifico o il tentativo di fare evaporare l’acqua. Ed è stata scelta la prima. «Non abbiamo altra possibilità perché dobbiamo procedere con lo smantellamento dei reattori nucleari», ha ammesso il primo ministro giapponese, Yoshihide Suga.

L’operazione di sversamento — nonostante le proteste degli ambientalisti, dei pescatori, degli abitanti della zona e dei Paesi limitrofi — comincerà entro due anni e durerà tre decenni. Secondo i calcoli, nei trent’anni di sversamento l’acqua «sporca» che finirà nell’oceano Pacifico non dovrebbe superare mai il livello che la centrale di Fukushima riciclava normalmente ogni anno prima del disastro nucleare del 2011, il peggiore dopo quello di Chernobyl (Ucraina, aprile 1986).

Ma questo non è bastato a rassicurare i Paesi vicini, molto critici con Tokyo. La Corea del Sud ha impugnato il provvedimento, con il presidente, Moon Jae-in, che ha deciso di portare la questione davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare, organo indipendente delle Nazioni Unite, con sede ad Amburgo.

Anche la Cina ha protestato, esortando l’Esecutivo giapponese a non procedere nel piano «senza l’autorizzazione» di altri Paesi e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), riservandosi — ha fatto presente in una nota ufficiale il ministero degli Esteri di Pechino — «il diritto di dare ulteriori risposte».

Lo spargimento in mare assesta, inoltre, un duro colpo ai pescatori giapponesi, che si sono sempre opposti al progetto. Dal 2011 a oggi, la ripresa della attività ittica nella zona interessata è inferiore del 20 per cento al fatturato precedente alla doppia catastrofe, una percentuale che a causa dello sversamento sarà soggetta a un ulteriore calo.

E la questione non è solo locale: a essere direttamente interessati, infatti, sono anche gli altri Paesi della regione asiatica, che hanno minacciato di bandire le importazioni di pesce e frutti di mare dal Giappone se l’acqua di Fukushima sarà rilasciata in mare.

di Francesco Citterich