· Città del Vaticano ·

Il cardinale Turkson ai partecipanti a un corso di formazione promosso dalla Cei

Prossimità e cura ai malati

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15 aprile 2021

È indispensabile «promuovere una cultura della prossimità, nella quale ognuno si fa carico delle esigenze ineludibili della realtà umana»; una cultura della cura che «trova il suo fondamento nella promozione della dignità di ogni persona, della solidarietà con i poveri e gli indifesi, del bene comune e della salvaguardia del creato». Lo ha scritto il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson in un messaggio di saluto inviato ai partecipanti al corso di formazione continua riservato ai vescovi italiani sul tema: «Amare il prossimo: la cura dei malati nella prossimità».

L’incontro, svoltosi il 12 e 13 aprile in modalità online, è stato organizzato dalla Commissione per il servizio della carità e la salute e dall’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (Cei), con l’obiettivo di offrire una lettura dell’attuale situazione segnata pesantemente dalla pandemia da covid-19 e individuare prospettive future.

Il prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ha espresso apprezzamento per l’impegno della Cei nel promuovere la cultura della cura con «innumerevoli iniziative e lodevoli attività verso il mondo della sofferenza», condivise anche in una recente videoconferenza promossa dalla Commissione vaticana covid-19. Il porporato ha fatto notare che, nell’occasione, sono state ascoltate anche le testimonianze di molti vescovi del mondo che hanno sottolineato l’«importanza della prossimità nella pastorale sanitaria, soprattutto in questo tempo difficile».

Osservando che una delle questioni all’esame del corso riguarda la salute mentale «fortemente provata in questo periodo», il cardinale ha ricordato il documento del Dicastero Accompagnare le persone in sofferenza psicologica nel contesto della pandemia del covid-19. Membri di un solo corpo, amati da un unico amore, nel quale sono proposti «alcuni elementi di riflessione a quanti sono vicini a persone colpite dalla pandemia e a tutti coloro che sono chiamati ad accompagnarli sia in seno alle famiglie che all’interno delle strutture sanitarie ed ecclesiali».

Il porporato ha evidenziato l’affinità del tema con la riflessione di Francesco «circa quella missione al quale ogni credente è chiamato di fronte alla dolenza del prossimo». Davanti al dolore e alla sofferenza, come ricorda il Papa, «l’unica risposta salutare è quella di essere come il buon Samaritano», così da diventare — si legge nella Fratelli tutti al n. 67 — «una comunità di uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e realizzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune».

L’esperienza della malattia, ha detto in proposito il cardinale, «fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro». In quanto pastori, ha insistito, «siamo particolarmente chiamati a vivere questa vicinanza attuando l’amore fraterno in Cristo che genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili». Pertanto, ogni Chiesa locale, sotto la guida del vescovo, «deve nuovamente riscoprire il tratto di presenza sanante che plasma una comunità sanante con tutti i suoi carismi e ministeri». Per questo, la «dimensione sanante che diventa la dimensione salvifica e salutare della Chiesa, deve essere presente non solo in una sua pastorale specifica come quella della salute ma deve essere parte integrante dell’essere della Chiesa e di tutto il suo agire pastorale».

All'incontro hanno partecipato, tra gli altri, il vescovo Stefano Russo, segretario generale della Cei; l’arcivescovo Carlo Maria Redaelli, presidente della Commissione per il servizio della carità e la salute; e don Massimo Angelelli, direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale della salute.