· Città del Vaticano ·

«Patris corde»

Guardare a Dio
fonte di ogni
paternità e maternità

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
15 aprile 2021

L’esempio della famiglia di Nazareth


«Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore» (Ef 3, 14-17).

Pensando a Maria e Giuseppe in quanto genitori di Gesù, la mia mente va subito a questo passo della Lettera agli Efesini, perché qui ci è suggerita l’origine e l’essenza di ogni paternità e maternità.

Immersi come tutti gli sposi e i genitori nelle cose della quotidianità, non sono meno immersi in Dio che come Padre è tanto sopra di loro, come Figlio in mezzo a loro nella carne e come Spirito di santità dentro di loro. Tutta questa contemplazione si esprime nei loro gesti e nelle loro parole piene di una sapienza e una grazia che viene dall’alto e che non può essere ridotta al semplice buon senso.

Cosa imparano da questo Dio così presente e così mirabilmente accolto? Dalla fonte dell’amore imparano che l’amore non può trovare la sua verità nel possesso, ma nel donarsi e accogliersi reciprocamente, nell’appartenersi reciprocamente, ovvero nell’essere parte l’uno dell’altro, e nel custodirsi reciprocamente. Questa è la sapienza che Maria e Giuseppe imparano da Dio, e la vivono tanto nella vita coniugale, quanto in quella di genitori. Tre attitudini la manifestano in particolare: l’ascolto, la fiducia e la prontezza sollecita.

In primo luogo, in Maria e Giuseppe scorgiamo un ascolto attento e profondo di Dio, nell’ordinarietà della preghiera con le Scritture e poi nella straordinarietà della parola dell’angelo e della parola stessa del Figlio, laddove potevano ascoltare tanto la sapienza di Dio quanto le necessità dell’uomo. Per questo tramite il Figlio, possiamo cogliere anche un ascolto attento del prossimo che potremmo esemplificare con l’episodio di Cana quando Maria con orecchio attento si accorge della mancanza del vino, o con il prodigarsi di Giuseppe per mettere in salvo la sua famiglia e custodirne l’integrità. Ma non facciamo fatica a immaginare che questo ascolto di Dio e dell’uomo sia stato una costante in tutta la vita dei genitori di Gesù.

In secondo luogo, la Scrittura ci attesta la fiducia piena che entrambi ripongono in Dio. Si fidano al punto tale di Dio che non vediamo alcuna esitazione, né polemica, né contrattazione da parte loro. Ciò emerge chiaro nella differenza fra le annunciazioni a Maria e Giuseppe da un lato, e quella a Zaccaria dall’altro: i primi due, a differenza del terzo, non sono attraversati dal dubbio; la domanda stessa di Maria all’angelo sul come sia possibile quella divina maternità suona come una richiesta semplice e piena di stupore di essere illuminata sul mistero che tanto supera ogni comprensione umana.

In terzo luogo, alla tanta fiducia corrisponde la prontezza con cui Maria e Giuseppe reagiscono agli inviti di Dio. Due esempi ci aiutano a comprendere questa prontezza: Maria si reca «in fretta» dalla cugina Elisabetta (Lc 1, 39); così Giuseppe per ben quattro volte non esita a mettere subito in atto ciò che ha udito dall’angelo in sogno (Mt 1, 20; 2, 13.19.22). Questa fretta non è quella frenesia che noi oggi scambiamo per efficienza o efficacia, quanto piuttosto quella sollecitudine che è propria di chi ama.

Maria e Giuseppe sanno che da Dio riceviamo non solo il dono, ma anche la grazia per svilupparlo e per portarlo a compimento. Da Dio imparano così a essere custodi e non padroni del dono. Per questo non si preoccupano semplicemente di esercitare un ruolo o una potestà, ma di dare tutta la loro vita. Sono solleciti non nello spadroneggiare, ma nel dirigere secondo amore e prudenza, anticipando e vivendo le parole che Cristo dirà ai suoi discepoli: «Tra voi non è così» (Mc 10, 45).

Dobbiamo a questo punto fuggire il rischio di pensare che la maternità di Maria e la paternità di Giuseppe, in virtù della loro peculiarità non abbiano nulla di significativo da dire a chi vive nell’ordinarietà l’essere genitore. È proprio la peculiarità della loro chiamata che ci conferma che ogni chiamata a essere genitore è qualcosa di grande: persino il Figlio di Dio ha voluto nascere nella carne nel seno di una famiglia che lo ha atteso e accolto nell’amore e in questo stesso amore lo ha custodito. Potremmo dire che questa peculiarità dell’esperienza di Maria e Giuseppe ci indica “il segreto del successo” per ogni genitore: non estromettere Dio, ma lasciare che operi con potenza in noi e attraverso di noi tenendo lo sguardo fisso su di lui che vuole comunicarci tutto il suo amore e il suo modo di amare. E se Maria ci mostra la tenerezza viscerale della madre che ha generato, Giuseppe ci mostra l’amore straordinario del padre che, pur non avendo generato, si è preso cura in modo veramente paterno di Gesù.

Se ampliamo lo sguardo su tutti quei contesti in cui si vive la paternità e la maternità verso qualcuno, possiamo chiederci: come è possibile per noi cristiani essere madri e padri, pastori, educatori autentici se non guardando e imparando dal Padre che educò il suo popolo e ne ebbe cura (cfr. Dt 32, 10)? Persino i buoni esempi paterni e materni umani sono tali perché rispecchiano qualcosa della cura del Padre.

Eccolo, quindi, l’essenziale insegnamento che i genitori del Signore comunicano a tutti noi: guardare e imparare dal Padre da cui prende il nome ogni paternità. Oggi più che mai, quando i nostri modelli umani sono sempre più sbiaditi e ammalati, questo è l’unico modo per riapprendere dalla fonte che è Dio l’autentico significato dell’essere madri e padri di qualcuno.

di Michele Filippi
Issr Ecclesia Mater Università Lateranense