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«Lo specchio di Leonardo» di Marco Cursi

Parole non in libertà

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14 aprile 2021

L’esperienza grafica di Leonardo da Vinci si fregia di un tratto caratterizzante e affascinante: la consuetudine di scrivere non da sinistra a destra, ma da destra a sinistra. Perché Leonardo (quasi con certezza mancino) scriveva alla rovescia? Per lungo tempo è stato sostenuto che dipendesse dalla volontà di creare un sistema scrittorio crittografico atto a proteggere il contenuto dei suoi studi e delle sue riflessioni. Uno stuolo di pensatori e di intellettuali hanno, nel tempo, dibattuto la questione, senza tuttavia approdare a una conclusione convergente. Anche perché, se è vero che sorprende scoprire che anche Michelangelo scriveva da destra a sinistra, non meno spiazzante è rilevare che pure Leonardo, talvolta, decideva di uscire dalla sua personalissima norma grafica che si era ritagliato per rientrare nell’alveo delle scritture destrorse.

In Lo specchio di Leonardo. Scritture e libri del genio universale (Bologna, il Mulino, 2020, pagine 236, euro 22) Marco Cursi conduce un’analisi solida e illuminante dei diversi aspetti che contraddistinguono l’avvincente grafica vinciana, alla luce della consapevolezza che Leonardo ebbe sempre un rapporto complesso, e per certi versi, contraddittorio con la scrittura. Discendente da una famiglia in cui si erano succeduti generazioni di notai, egli era però figlio illegittimo e, per questo, destinato a un’educazione limitata al sapere pratico. Il tratto curioso di questa temperie è rappresentato dal fatto che Leonardo era convinto, da un lato, della superiorità del disegno sulla parola, ma, dall’altro, fu comunque sempre impegnato a registrare per iscritto le attività di bottega, nonché i pensieri e gli accadimenti della quotidianità.

L’autore (insegna paleografia latina all’Università di Napoli Federico ii ) ricostruisce dunque la dinamica relazione che Leonardo ebbe sia con l’atto della scrittura sia con i libri. La scrittura leonardesca è conforme al modello offerto da una delle tipologie grafiche più diffuse della sua epoca, la mercantesca. Nata all’inizio del Trecento tra la borghesia cittadina impegnata in attività artigianali e bancarie, questa scrittura si era ampiamente diffusa per consentire la corretta gestione del lavoro che richiedeva un’adeguata documentazione scritta (libri di conti, libri di entrata e uscita). Sebbene la penna e il calamaio rappresentassero all’epoca lo strumento di scrittura per eccellenza, Leonardo finì per optare anche per oggetti abitualmente usati soltanto per il disegno: la pietra rossa e la pietra nera. Entrambe furono da lui utilizzate per vergare i suoi appunti.

Ricorda Cursi che in un saggio di quindici anni fa Carlo Pedretti, storico dell’arte e uno dei maggiori esperti delle opere di Leonardo, sosteneva che, nonostante l’esistenza di una sconfinata bibliografia leonardesca, l’esame della scrittura vinciana non era stato ancora affrontato in una trattazione «particolareggiata ed esauriente come strumento di ricerca». Giudizio che Cursi sottoscrive, rilevando al contempo che le testimonianze scritte leonardesche sono state oggetto, proprio in questi ultimi anni, di una serie di studi — sul piano storico, paleografico e filologico — che hanno cercato di gettare nuova luce sulla scrittura leonardesca, con tutte le implicazioni che tale approccio determina e favorisce in funzione di una comprensione sempre più esaustiva del vulcanico genio vinciano. E in questo solco s’inserisce a pieno titolo il libro di Cursi che ha il merito di trattare un materiale per specialisti con un linguaggio chiaro e incisivo, nel segno di un lodevole proposito divulgativo.

Avrà pure sostenuto la superiorità del disegno sulla parola, ma la biblioteca di Leonardo — evidenzia Cursi — arrivò a contenere quasi duecento opere, un dato straordinario per un ingegnere-artista del Quattrocento. Sicuramente la frequentazione dell’officina del Verrocchio potrebbe aver spinto Leonardo ad accostarsi ai libri. «Non si dimentichi infatti che in quel fecondo centro di produzione artistica ed architettonica convivevano personaggi di assoluta eccellenza, da Sandro Botticelli a Pietro Perugino». L’appartenenza ad un ambiente caratterizzato da un’osmosi continua di idee, analoga a quella che poteva avvenire nei circoli umanistici, dovette favorire l’interesse del giovane Leonardo per gli autori della letteratura in volgare, ma anche verso opere di più vasto impegno e respiro, come la Commedia e il Convivio di Dante, il Decameron di Boccaccio. Fu probabilmente l’amore per la letteratura, insieme all’esigenza di rifornirsi di testi tecnici, necessari per i suoi studi e per le sue sperimentazioni, a renderlo un appassionato cacciatore di libri. A testimonianza, vi sono numerose note, sparse qua e là nell’immenso patrimonio delle sue carte. Nel Codice Atlantico, per esempio, egli fa memoria di alcuni volumi che si vorrebbe far prestare: «Fatti mostrare, a messer Fatio, De Proportione. Fatti mostrare al frate di Brera De ponderibus»..

di Gabriele Nicolò