· Città del Vaticano ·

Nell’anniversario della morte di Dietrich Bonhoeffer

Martire del nostro tempo

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09 aprile 2021

Sono passati 76 anni da quando il teologo luterano Dietrich -Bonhoeffer è stato giustiziato nel campo di concentramento di Folossenbürg, condannato all’impiccagione con un processo sommario poche settimane prima della liberazione. L’esecuzione è avvenuta pochi giorni prima della fine della guerra e di quel regime, che egli aveva contribuito a combattere, perché, come scrive l’amico Bethge nella notizia sugli «Ultimi giorni di Bonhoeffer», apparteneva al gruppo di coloro «che non dovevano assolutamente sopravvivere». Eppure il nome di -Bonhoeffer è sopravvissuto. E ha ancora molto da testimoniare, nel nuovo millennio non meno che nel XX secolo.

Dietrich Bonhoeffer nasce nel 1906 a Breslau (Breslavia) da Karl Bonhoeffer, docente di Psichiatria e neurologia presso l’Università di Berlino, e da Paula von Hase, discendente dalla nobiltà prussiana. Sesto di otto figli e gemello di Sabine, respira sin dalla prima infanzia un’atmosfera di grande apertura e laicità. La sua scelta di intraprendere gli studi di teologia, con una particolare attenzione alla dimensione pastorale, non viene certo osteggiata, ma risulta per i familiari abbastanza singolare.

Dopo aver concluso il dottorato a soli 21 anni e aver ottenuto l’abilitazione per l’insegnamento universitario a 24, si avvia a una sicura e promettente carriera universitaria. Nel 1933, però, diventa cancelliere Adolf Hitler e il giovane teologo lascia la cattedra universitaria, per non dover collaborare con il nuovo governo, che in modo esplicito persegue una politica militarista e antisemita. -Bonhoeffer reclama con forza la rottura con quell’ala della Chiesa luterana propensa a un compromesso con l’ideologia nazista. In particolare, nei primi mesi del 1933 è in discussione l’introduzione di un “paragrafo ariano”, ovvero di una clausola che escluda dal ministero tutti coloro che hanno origini ebraiche. Bonhoeffer denuncia l’ereticità di questa proposta e vorrebbe una presa di posizione più decisa da parte dell’establissement ecclesiale e teologico, ma così non avviene e il 23 luglio 1933 i Deutsche Christen (i “Cristiani tedeschi”), fautori del nazionalsocialismo, prendono il sopravvento. Bonhoeffer lascia la Germania e assume la direzione di una parrocchia della comunità tedesca a Londra.

Questa ritirata temporanea non è comunque totale: Bonhoeffer continua a essere molto attivo nel movimento ecumenico, dove porta avanti la battaglia per la condanna sia di quella che definisce “eresia” nazionalsocialista all’interno della Chiesa protestante tedesca, sia dei venti di guerra che si stanno alzando in Europa.

Nel 1934 nasce la Chiesa Confessante tedesca, in opposizione alla Chiesa di regime, e Bonhoeffer viene chiamato per dirigere il Predigtseminar di Finkenwalde presso Stettino, ovvero il seminario che deve formare i pastori della Chiesa Confessante.

L’esperienza di Finkenwalde, che presenta una innovativa caratterizzazione comunitaria, è alla base di due opere fondamentali di Bonhoeffer: Sequela e Vita comune, date alle stampe rispettivamente nel 1937 e nel 1939. Esse sono opere rivolte a un pubblico intra-ecclesiale, come assolutamente intra-ecclesiale è la resistenza di Bonhoeffer al nazionalsocialismo fino al 1937, quando il Predigtseminar di Finkenwalde viene chiuso dalla polizia. Poi le cose cambiano. Già nel 1934, in una lettera all’amico pastore Erwin Sutz, Bonhoeffer scriveva: «...benché io collabori con tutte le forze all’opposizione, tuttavia mi è chiarissimo che questa opposizione è solo uno stadio di passaggio transitorio per un’opposizione tutta diversa» (Scritti, p. 387). Non si sbagliava.

Una volta chiuso il seminario della Chiesa Confessante, Bonhoeffer tenta di proseguire la formazione dei giovani pastori attraverso i vicariati collettivi, ovvero incontri ricorrenti tenuti presso parrocchie amiche della Chiesa Confessante. L’esperimento non funziona. Nel gennaio 1938 la polizia interviene a sciogliere l’incontro dei formatori e a Bonhoeffer viene proibito il soggiorno a Berlino.

Ridotto al silenzio e all’inazione il teologo coltiva l’idea di trasferirsi negli Stati Uniti, dove è pronta per lui una cattedra a New York. Vi si reca nel giugno 1939, poco prima dello scoppio della guerra, ma poi rifiuta. E torna in Germania. «Non avrò nessun diritto di prendere parte alla ricostruzione della vita cristiana dopo la guerra in Germania, se non condivido le prove di questo tempo con il mio popolo», scrive in una lettera al teologo Reinhold Niebuhr.

Condividere le prove del suo popolo significa per lui partecipare alla resistenza al nazionalsocialismo. Quasi tutta la sua famiglia è implicata nella congiura dell’ammiraglio Canaris e Bonhoeffer accetta di collaborare, per rovesciare il regime nazista, che nel frattempo ha iniziato le deportazioni di massa nei campi di sterminio e ha fatto scoppiare la seconda guerra mondiale. Ufficialmente Bonhoeffer rimane membro della Chiesa Confessante, ma nello stesso tempo viene segretamente impiegato nel servizio segreto dell’Abwehr (l’esercito tedesco), vero e proprio covo dei resistenti. Il suo compito è quello di portare informazioni ai Paesi nemici in merito allo sviluppo di una resistenza interna, utilizzando le sue conoscenze ecumeniche.

Tra il 1940 e il 1943 Dietrich Bonhoeffer viaggia molto: Norvegia, Svizzera, Roma, Venezia… e risiede temporaneamente nel monastero benedettino di Ettal, in Baviera, dove lavora a un’opera che sa di non poter per il momento pubblicare: l’Etica, un’opera, rimasta incompiuta, che pone la questione del bene nel cuore della storia o meglio di chi agisce nella storia e non rifiuta di fare i conti con essa. Alla base di queste pagine, pubblicate per la prima volta dall’amico Bethge nel 1949, sta in fondo la domanda che un carcerato italiano ha posto al teologo tedesco nel carcere di Tegel: perché un cristiano dovrebbe prendere parte alla resistenza contro Hitler? Tale scelta non implica un irrimediabile “sporcarsi le mani”? Questa è la questione di fondo della riflessione bonhoefferiana nell’Etica. La risposta icastica di Bonhoeffer diventerà famosa: «Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante». Detto in altro modo: io non posso, come cristiano, esimermi dall’assumere la responsabilità di contrastare realmente il male del mondo, non posso rimandare l’azione nella storia all’intervento di un deus ex machina, non posso rimanere indifferente di fronte al grido di chi viene calpestato.

La responsabilità dell’azione, in effetti, Bonhoeffer l’ha assunta e l’ha sostenuta fino in fondo: egli viene arrestato nell’aprile del 1943, in carcere riesce a resistere agli interrogatori e a non rivelare le trame della congiura contro Hitler, di cui era a conoscenza e che porterà il 20 luglio 1944 all’attentato di Stauffenberg a Rastenburg. Il fallimento dell’attentato segnerà la disfatta dei congiurati e la fine di Bonhoeffer.

Trasferito nel carcere della Gestapo di Prinz-Albrecht-Strasse a ottobre 1944 e nel campo di concentramento di Buchenwald il 7 febbraio del 1945, sarà giustiziato, appunto, il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.

Le lettere e gli scritti composti durante la carcerazione a Tegel verranno pubblicati postumi dall’amico Bethge con il titolo Resistenza e resa.

Ricordare la vita e l’opera, le scelte e il pensiero di Bonhoeffer, oggi, nel pieno di una pandemia che sembra collocarsi quasi come spartiacque tra due epoche, non può e non deve essere un puro esercizio celebrativo. La testimonianza del pastore e teologo tedesco fa parte di quella memoria di Chiesa e di civiltà, cristiana e umana, che abbiamo il dovere di raccogliere, conservare e trasmettere nella fluida età postmoderna. Lasciar cadere questa storia di testimonianza nella dimenticanza o ridurla a un’icona priva di implicazioni reali, significherebbe renderci tutti più vuoti e sradicati, come scrive Papa Francesco in Fratelli tutti a proposito della «fine della coscienza storica» (§ 13).

Certo, leggere Bonhoeffer nel 2021 non è la stessa cosa di leggerlo negli anni Sessanta o Settanta del Novecento, né negli anni Ottanta o Novanta. Operando una notevole semplificazione, si può dire forse che negli anni Sessanta e Settanta il nome di Bonhoeffer è stato associato alla cosiddetta “teologia della morte di Dio” o teologia della secolarizzazione, con l’attenzione rivolta soprattutto all’idea del “cristianesimo non religioso”. Negli anni Ottanta e Novanta si è riscoperta la dimensione profondamente cristologica della riflessione bonhoefferiana, il cui sviluppo viene rivisto nella sua profonda unitarietà come teologia dell’incarnazione e della croce, aperta alla questione del rapporto con l’altro e dell’implicazione responsabile nella storia.

E oggi? Quali sono oggi le parole di questo affascinante testimone che più ci interpellano? Lungi dal voler dare una risposta esaustiva, vorrei proporre tre parole, che ritengo illuminanti.

Decentramento, innanzitutto. Nell’epoca della ricerca dell’identità, quando il mantra più diffuso è “realizzare se stessi”, quando l’imperativo categorico sembra essere diventato: “cogli tutte le possibilità che la vita offre per sviluppare tutte le tue potenzialità”, Bonhoeffer, con le sue scelte e i suoi scritti, propone l’esempio di una vita spezzata, stroncata, rimasta “in potenza”, sia nella sfera personale degli affetti, perché Bonhoeffer non riuscirà mai a portare a compimento il matrimonio con la fidanzata Maria von Wedemeyer, sia nella sfera professionale, perché il teologo non potrà elaborare compiutamente le intuizioni degli ultimi anni e coglierne i frutti. Bonhoeffer propone una vita rimasta frammento, nella quale il punto focale non sta nella propria identità, ma, appunto, nel decentramento, non in ciò che ha realizzato per sé, ma in ciò che ha lasciato, non in ciò che ha raggiunto, ma in ciò da cui si è staccato (la carriera universitaria, la sicurezza economica e sociale, la famiglia e l’amore, la libertà, la vita…) non per una volontà doloristica, ma solo per essere fedele alla sequela di Cristo.

Nella lettera dal carcere del 21 luglio 1944, il giorno dopo il fallito attentato a Hitler, quando ormai si profilava chiaramente la fine che lo attendeva, così scrive all’amico Bethge: «Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi — un santo, un peccatore pentito o un uomo di Chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano — … allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoiaμετάνοια, e così si diventa uomini, si diventa cristiani».

Si diventa pienamente uomini e donne, quando si rinuncia a fare di sé qualcosa, quando si accetta di lasciar cadere il modello di successo più o meno impostoci dalla società, quando non si guarda ai propri dolori e alle proprie sofferenze, ma si riesce a distogliere lo sguardo da sé per orientarlo sul mondo, sul dolore degli altri; e si diventa cristiani quando in questo dolore si riconoscono le sofferenze di Dio nel mondo (Mt 25, 31–46). La realizzazione della propria vita si dà nell’esodo da sé. Questo è l’insegnamento di Bonhoeffer.

La seconda parola, poi, è: Coraggio. Si tratta di una parola che sta subendo una grande crisi negli ultimi anni: siamo nell’epoca delle assicurazioni (assicurazioni sulla vita, sulla macchina, sulle proprietà, sulla salute…), assicurazioni più o meno obbligatorie, che hanno come finalità quella di spostare sempre più in là la linea del pericolo, fino quasi a cancellarla. E con il pericolo si cancella anche il coraggio. All’inizio del terzo millennio il coraggio sembra essere una virtù passata di moda: ai giovani non si chiede il coraggio di affrontare la vita, ma piuttosto le competenze adeguate per difendersi dalle sfide del mondo. L’educazione e la scuola mirano in primo luogo ad “armare” i ragazzi per una battaglia in cui le variabili devono essere il più possibili controllabili. In realtà, come scrive lo psicanalista argentino Miguel Benasayag in Funzionare o esistere?, «in ogni costellazione dell’esistenza, se non c’è un minimo di coraggio si affonda nel nulla». Non si può eliminare la paura del buio, semplicemente accendendo la luce. C’è un momento in cui il buio va affrontato, semplicemente, con coraggio e senza assicurazioni. Senza coraggio non si può assumersi responsabilità e quindi non si può divenire uomini e donne adulti, maturi, capaci di stare in piedi, nonostante e insieme a tutte le proprie fragilità.

Quello che accade oggi, sostituendo in modo tacito e pervasivo il coraggio con la ricerca dell’assicurazione in tutti i campi, ha in fondo qualche corrispondenza con quello che Bonhoeffer osservava nella Germania del suo tempo, quando l’obbedienza all’autorità aveva sostituito il coraggio della libertà d’azione. La mancanza di coraggio, oggi come allora, è condizione per l’adeguamento delle persone al sistema, un sistema ideologico nel caso di Bonhoeffer, consumistico nel nostro caso. Dove manca il coraggio, infatti, manca la possibilità della libertà, a meno che non si intenda libertà come mera formale possibilità di scelte e non come scelta concreta, destinata sempre a fare i conti con i limiti della realtà. Senza il coraggio i limiti della realtà non si affrontano e, se non si affrontano i limiti, non si affronta nemmeno la realtà.

La terza parola che Bonhoeffer ci consegna e che ci interpella particolarmente è “lo sguardo dal basso”. In un testo redatto poco prima dell’incarcerazione, il teologo resistente scrive: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti».

Anche in questo caso, l’assunzione della prospettiva dal basso non avviene sulla base di una volontaristica umiliazione, ma è piuttosto frutto degli eventi, conseguenza dell’assunzione di responsabilità nella storia. Questo ha portato Bonhoeffer e i suoi compagni congiurati, credenti e non credenti, a cambiare la loro posizione di prestigio e potere sociale e a trovarsi infine tra i perdenti, tra gli ultimi. Oggi, in una società che divide tra winners e losers, mettendo i secondi senz’altro tra gli scarti inutili, le parole di Bonhoeffer acquistano una inedita forza.

Se, come ci ha ricordato Papa Francesco nella benedizione Urbi et Orbi” del 27 marzo 2020, siamo tutti «sulla stessa barca», la testimonianza di Bonhoeffer, e con lui di tutti i martiri, ci dice che non è dalla prima classe che si può scorgere la direzione che prende la nave, ma piuttosto dalla posizione del mozzo, che sta in alto, come per i cristiani la croce. È la kenosi dell’incarnazione e della croce (Fil 2, 5-11) che rivela il senso della storia e dell’esistere, che non può risolversi, quindi, nella migliore performance possibile, ma nel saper stare e vivere nel limite e nella contraddizione, in solidarietà con i fratelli sofferenti, senza voltare la faccia dall’altra parte, senza chiudersi nella propria cabina, senza ignorare le loro grida. Questo ha fatto il teologo Dietrich Bonhoeffer. E per questo è stato impiccato nel campo di Flossenbürg il 9 aprile 1945. Martire del nostro tempo.

di Nicoletta Capozza