· Città del Vaticano ·

San Giovanni Battista de La Salle

I maestri segretari di Dio

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09 aprile 2021

«Quale, fra le tante parabole di Gesù, preferisci? Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio. Dio avrà tre porte. Una grandissima (che è l’Inferno), una media (che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso). Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti!” e poi li dividerà. I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un pò ridono e un pò piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle. Io speriamo che me la cavo». Chissà cosa avrebbe pensato san Giovanni Battista de La Salle leggendo un simile tema scolastico? Un tema scritto in un linguaggio non proprio corretto, con questi pensieri un po’ («po’» si scrive con l'apostrofo non con l’accento) confusi sull’Apocalisse dell’evangelista Giovanni. Il maestro elementare Marcello D’Orta, che ha vissuto la sua vocazione di insegnante tra i ragazzi più poveri di Napoli — nei sobborghi di Forcella, Secondigliano, Arzano — sintetizzerà la sua esperienza pedagogica così: «Come si può “capire” l’alunno, se non si conosce il bambino?». Secoli prima, il maestro Giovanni Battista aveva compreso questo “segreto” pedagogico, facendone una vocazione. Una santa vocazione.

Il fondatore dei Fratelli delle scuole cristiane nacque a Reims il 30 aprile 1651, primogenito di dieci figli. Tre furono sacerdoti. Una sorella diverrà religiosa. Giovanni Battista riceve la prima istruzione in casa, da alcuni precettori. Subito dopo, la ricercata istruzione del collegio dei Bons Enfants. Arriva alla facoltà teologica di Reims, per poi trasferirsi a Parigi, nell’illustre seminario di Saint-Sulpice. Giunge — addirittura — nelle prestigiose aule della Sorbonne. Ma a lui non interessa rimanere nelle grigie mura degli studi accademici, lontane dai sobborghi popolari della sua città, lontane dalla gente povera. La sua vocazione è un’altra: la pedagogia vicina agli ultimi, a chi non può permettersi un’istruzione adeguata. Giovan Battista che aveva intrapreso — da tempo — la strada religiosa, si apre al mondo laico grazie a un incontro che cambierà la sua vita. Incontra infatti nel 1679, Adriano Nyel, un maestro di scuola che ha a cuore l’istruzione dei ragazzi più poveri. Nasce, così, un progetto innovativo per l’epoca. Il giovane sacerdote (era stato ordinato un anno prima, nel 1678) decide — con alcuni religiosi di Reims — di aprire diverse scuole gratuite nelle parrocchie di San Maurizio, di San Giacomo e di San Sinforiano. Ma non solo. Comprende che è necessario preparare anche i maestri che in quelle scuole insegneranno.

E così, avviene un’altra piccola rivoluzione. Accoglie nella sua casa i futuri docenti per fornire loro una giusta preparazione al delicato compito dell’insegnamento. Ma il suo sistema pedagogico ha come radice un unico grande Maestro: Cristo. Dunque, l’insegnamento non può essere definito un lavoro, bensì una vocazione.

«Istruire i fanciulli, annunziare loro il Vangelo e formarli nello spirito della religione è un grande dono di Dio», scriverà. I maestri di catechismo, per san Giovanni Battista de La Salle, sono «ministri di Dio, ma anche di Gesù Cristo e della Chiesa». E se san Paolo considera ministri di Cristo tutti quelli che annunciano il Vangelo, san Giovanni Battista de La Salle arriverà a considerare gli insegnanti «segretari che scrivono lettere dettate da Cristo». Lettere scritte non «su tavole di pietra, ma di carne quali sono i cuori dei fanciulli».

di Antonio Tarallo