· Città del Vaticano ·

Il giro d’Italia della solidarietà di un diacono

Fidarsi è meglio

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07 aprile 2021

«L’estate scorsa ho portato a termine un’impresa un po’ pazza, ma a cui tenevo molto: mi sono voluto trasformare in una sorta di termometro in carne e ossa, per misurare il calore umano e la capacità di accoglienza delle famiglie in quest’epoca in cui regnano paura, ansia e diffidenza. E il risultato è stato sorprendente, al punto che sto pensando se non sia il caso di riprovarci anche quest’anno, seguendo un itinerario differente, ma con lo stesso scopo. Ancora non ho deciso; nel dubbio appena possibile mi tengo in forma salendo sulla mia bici». Se guarda indietro alla sua piccola, grande impresa, non può che essere soddisfatto Tommaso Giani, 37 anni, una laurea in scienze politiche e un tesserino da giornalista pubblicista, diacono di Pontedera (in provincia di Pisa) che sarà ordinato sacerdote tra qualche mese. La sua idea, inizialmente apparsa un po’ folle e perfino pericolosa, si è rivelata vincente. Sì, perché l’estate scorsa ha pedalato dalla sua Toscana fino a Reggio Calabria senza un euro in tasca per mangiare e dormire, chiedendo ospitalità a chi incontrava lungo la strada. Una sfida basata solo su tre regole: trovare ogni giorno due famiglie disposte ad accoglierlo per pranzo, cena e per la notte; concludere il giro entro Ferragosto; interrompere subito il suo “tour” la prima volta che non avesse trovato ospitalità o cibo offerti da sconosciuti. Il tutto senza chiedere aiuto a parrocchie, conventi o amici sparsi per l’Italia, ma confidando solo nei “buoni samaritani” lungo la strada. L’obiettivo? Dimostrare che esistono ancora persone di buon cuore disposte a fidarsi di fronte alla richiesta di uno sconosciuto in bicicletta.

«Il Papa ha detto che i preti devono essere costruttori di comunità, attivatori di relazioni in questo tempo così povero di amicizia sociale. Ecco, quando ho immaginato questo mio viaggio, ho pensato proprio alle parole del Pontefice», dice Tommaso. Il suo viaggio itinerante non poteva che partire da Santa Croce sull’Arno, la cittadina dove abita e dove svolge servizio come diacono: «Era piena estate, il 3 agosto: mi sono fatto prestare una bicicletta super attrezzata, con due borse sul posteriore e una sul manubrio piene dello stretto indispensabile per andare avanti un paio di settimane, e ho cominciato a pedalare».

Di ciascuna delle tappe conserva un ricordo che terrà per sempre nel cuore, ma il primo giorno di viaggio è forse quello che più gli resterà impresso: «È stato il più bello, ma anche il più rischioso, perché sono stato davvero a un passo dal non trovare un alloggio per la notte e dunque dover rinunciare al mio progetto», racconta. «Non ho voluto andare a suonare ai campanelli o ai citofoni dei condomini proprio per non disturbare o imporre la mia presenza. E così mi sono sistemato all’uscita di un minimarket di quartiere, provando a propormi alle persone che entravano e uscivano. Sono passate tre ore, ho ricevuto una cinquantina di no, stava facendo buio e il minimarket era sul punto di chiudere, quando è arrivato il “sì” che aspettavo: un medico la cui fidanzata era momentaneamente all’estero mi ha risposto, con un sorriso, “dai, che così mi fai compagnia…”».

Non sono mancati i momenti di difficoltà, durante il viaggio, perché “don” Giani ha sempre cercato di proposito le situazioni più disagiate e difficili dei luoghi che visitava: «Ai Quartieri Spagnoli di Napoli, per esempio, dove le famiglie sono numerose e le case spesso molto piccole, ho trovato tanta generosità, gente che mi voleva donare soldi, ma nessuno che fosse nelle condizioni di offrirmi un letto. Quella sera si erano fatte le 11 e diventava anche un po’ pericoloso restare in strada, quando si sono avvicinati a me un ragazzo e la sua fidanzata che avevano ascoltato i miei precedenti tentativi. Alla fine mi hanno accolto nel loro appartamentino minuscolo, con un solo piccolo bagno. È stato un gesto bellissimo, hanno accettato di condividere tutti gli spazi, anche i più intimi». In tredici giorni il diacono ciclista in cerca di buoni samaritani ha percorso complessivamente 1150 chilometri, al ritmo di circa 80-100 al giorno. È stato ospitato da venticinque famiglie in borghi, periferie, località note e meno note: «Mi è capitato di dormire nei posti più improbabili, come il polveroso magazzino di un bed and breakfast, e ho partecipato a divertenti pic nic nel parco con famiglie numerose. E sempre sono rimasto colpito dalla profonda umanità che ho incontrato. È difficile descrivere le emozioni che ho provato ogni volta che mi congedavo da chi mi aveva ospitato, per pranzo o per la notte, prima di proseguire il mio viaggio. Lunghi silenzi, talvolta anche occhi lucidi, sorrisi bellissimi, promesse di rivedersi. E una sensazione di arricchimento profondo. Andavo via consapevole di aver portato una narrazione diversa della società, rispetto a quella a cui siamo abituati: fidarsi è meglio. Troppe volte ci blocchiamo, non aiutiamo chi ce lo chiede, non facciamo neanche il gesto di prestare un’attenzione disinteressata verso il prossimo».

Concluso il suo giro d’Italia della solidarietà, Tommaso Giani è rimasto in contatto con quasi tutti. E a settembre ha organizzato con una parte dei suoi “buoni samaritani” una spedizione in piazza San Pietro per l’Angelus: «Eravamo una quindicina, tutti schierati dietro uno striscione con scritto “Gli angeli di Tommaso”. E subito dopo siamo finiti a pranzo dalla famiglia che già mi aveva ospitato nel quartiere Corviale». Giani, cresciuto negli scout, è animatore di gruppi giovanili. Ha deciso di intraprendere il cammino per diventare sacerdote dopo aver conosciuto don Andrea Gallo, a Genova: «Lavoravo come giornalista nella redazione del quotidiano “Il Tirreno”, ma non ero soddisfatto. Sentivo l’esigenza di cambiare vita, di voltare pagina e occuparmi dei più deboli come faceva questo prete che seguivo con la massima stima da lontano e che volli conoscere di persona». Tommaso abita in un dormitorio per senza fissa dimora, decisione avallata dal vescovo di San Miniato, Andrea Migliavacca: «Quella che mi lascio alle spalle è stata un’esperienza significativa, sono certo che mi sarà di grandissimo aiuto anche nel mio servizio sacerdotale. A pensarci bene, potrei ripeterla anche in altre zone d’Italia: l’attualizzazione del buon samaritano è qualcosa che vale ovunque e in qualunque tempo. L’Italia non è un Paese di cattivi come viene rappresentato; credo di aver dimostrato che aprirsi agli altri è possibile».

di Valentino Maimone