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In Mozambico la popolazione solidale con chi è sfuggito agli attacchi jihadisti

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quel poco che si ha

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06 aprile 2021

Continuano ad arrivare. Stanchissimi e laceri. Nei loro occhi una paura che sconfina nel terrore. I profughi trovano rifugio a Nampula dalla vicina provincia di Cabo Delgado. È un flusso ininterrotto. Arrivano dopo giorni di fuga attraverso i boschi e su strade insicure. Spesso hanno visto i loro famigliari e i loro amici uccisi brutalmente dai membri di al-Shabaab, una milizia legata al sedicente Stato islamico che da tre anni terrorizza le province settentrionali del Mozambico. A Nampula li accoglie una comunità solidale. Gruppi di famiglie che aprono le porte delle loro case e dividono il poco che hanno per non far soffrire ulteriormente quella gente già traumatizzata. Per loro, quella di domenica, è stata una Pasqua diversa. Lontano da casa. Separati dai propri famigliari. In una comunità stretta in un rigido lockdown.

Padre Arlain Pierre, missionario scalabriniano, era insieme a loro e si è fatto in quattro per trovare il minimo indispensabile per aiutarli. «Non sappiamo che cosa ha scatenato queste violenze — osserva il sacerdote — forse la povertà, forse la disperazione. Non la religione. La religione è un pretesto. Qui la comunità cristiana ha sempre avuto ottimi rapporti con quella musulmana. Ci sono state e ci sono moltissime occasioni di collaborazione e di amicizia. Molte famiglie poi hanno componenti cristiani e musulmani. Addirittura alcuni sacerdoti diocesani provengono da famiglie islamiche».

Gli sfollati fuggono di fronte agli attacchi e, per cercare luoghi sicuri, si inoltrano nella foresta. Fanno chilometri nella boscaglia. A volte rischiano e si incamminano sulle strade poco sicure, infestate dai miliziani. Sono in condizioni fisiche e psicologiche molto difficili, racconta il religioso. Secondo i dati dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, all’inizio di gennaio, c’erano circa 670.000 sfollati interni nelle province di Cabo Delgado, Nampula, Niassa e Zambezia. Nonostante gli sforzi significativi tra i programmi di assistenza umanitaria e governativa per stabilire nuovi siti per accogliere gli sfollati, circa il 90 per cento di essi è ancora ospitato da famiglie e amici locali, con circa 145.000 che vivono nelle periferie di Pemba.

«In queste settimane — osserva il sacerdote — il flusso di profughi è cresciuto notevolmente. Solo nella mia parrocchia in pochi giorni sono arrivate una trentina di famiglie cioè quasi 400 persone. La maggior parte fuggita da Mocímboa da Praia, cittadina più volte presa e razziata dai miliziani. Negli ultimi giorni sono arrivati anche da Palma, la città attaccata da al-Shabaab nei giorni scorsi. Erano disperati perché molti non sapevano che fine avevano fatto i loro famigliari dai quali si erano separati durante la fuga verso Sud».

Il vescovo incaricato della comunicazione sociale presso la Conferenza episcopale del Mozambico, João Carlos Hatoa Nunes, in un’intervista rilasciata a VaticanNews, ha chiesto solidarietà al popolo di Cabo Delgado: «Facciamo tutto il possibile per aiutarli». «A Nampula — continua padre Arlain Pierre — è scattata la solidarietà nei loro confronti. Le famiglie li accolgono nelle loro case. Così in piccole abitazioni si ammassano 15, a volte 20 persone. Hanno tutti pochissimo, ma quel poco lo condividono».

Secondo Reliefweb, sito delle emergenze delle Nazioni unite, c’è una grave mancanza di cibo, vestiti, medicinali, teli di plastica e teloni per le persone per proteggersi dalle intemperie. Ogni aspetto della vita nei campi è una lotta, ha detto l’agenzia umanitaria. I traumi che gli sfollati interni hanno vissuto stanno mettendo a dura prova, dice Reliefweb citando alcuni dei volontari di Medici senza frontiere che sono operativi nella zona. Insieme alla Caritas locale, padre Pierre ha organizzato una distribuzione di kit alimentari. Sabato mattina il religioso ha donato cibo a una quarantina di famiglie (quasi 500 persone). Erano così tante che il missionario e i suoi collaboratori sono dovuti tornare nel pomeriggio per completare la distribuzione. Purtroppo, da settimane, le autorità hanno imposto un rigido lockdown per contenere la diffusione del coronavirus. Tutte le funzioni religiose pubbliche sono state vietate. «La nostra è stata una Pasqua a porte chiuse — osserva il missionario — personalmente ho visitato tre comunità locali, ma sempre in forma privata. I profughi di Cabo Delgado sono rimasti chiusi nelle case e lì hanno pregato in piccoli gruppi».

Gli sfollati, secondo quanto racconta lo scalabriniano, hanno bisogno di tutto. Anche di assistenza medica perché hanno subito gravissimi traumi psicologici. «Anche nella popolazione di Nampula c’è paura — conclude — questa zona è stata uno dei centri della lunghissima guerra civile che si è combattuta in Mozambico negli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta. È ancora vivo il ricordo dei combattimenti e delle privazioni. Quindi c’è il timore che le nuove violenze arrivino anche qui e coinvolgano la popolazione locale. Nessuno vuole sprofondare in un nuovo conflitto».

di Enrico Casale