· Città del Vaticano ·

Quella porta stretta
da non passare da soli

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03 aprile 2021

Da piccolo la mamma mi portava alla processione del Venerdì santo. Capitava di arrivare alla chiesa di San Rocco che la folla occupava già tutta la strada. Allora finivamo nel gruppo di coda, lontani dalla croce. Ma quando il corteo mostrava la testa attraverso lo squarcio dei vicoli perpendicolari alla via maestra, venivo assalito da un gioioso terrore: perché quelli che portano Gesù sulle spalle sono incappucciati? Quelli sono della confraternita della Misericordia, rispondeva mia madre, assistono chi sta male, chi muore e lo seppelliscono. Quei cappucci neri appuntiti, bucati da due occhi ancora più bui, erano per me uno degli aspetti più affascinanti dei riti della Settimana santa.  La morte aveva la forma di quei neri cappucci.

Col tempo ho scoperto che farsi carico del dolore altrui fino alla morte fa parte delle opere di misericordia corporale che Cristo ci ha chiesto di compiere in Suo nome: facendolo agli altri lo facciamo a Lui. Prendersi cura dei corpi così come delle anime. Il cristianesimo educa al rispetto del corpo, perché è materia necessaria per compiere il nostro viaggio e per dare gloria a Dio. Per questo è da trattare con rispetto fino e oltre l’ultimo respiro. Se poi la sepoltura non è un addio ma un a-Dio, allora diventa anche un seme che fa germogliare nuovi frutti.

Intorno a quel curarsi del dolore altrui nei secoli sono nate anche tante opere d’arte. La stessa Madonna della Misericordia di Piero della Francesca, ad esempio, venne commissionata a Piero proprio da quella confraternita — non a caso sotto al manto di Maria compare uno di quegli incappucciati — che addirittura vincolò il pittore all’uso dell’oro e di colori di alta qualità. Guardando a quell’opera, come a tante altre sorte intorno all’esperienza della morte (si pensi alla Messa di Requiem di Mozart) si ha l’impressione che l’anima — e con lei i nostri sensi — rinasca e non muoia. Quei colori, quelle concatenazioni di note altro non sono che il modo con cui chi l’ha fatte indagava il senso del dolore. 

La morte è una finestra aperta sul Mistero.

C’è un fenomeno, invece, che viaggia oggi come un fiume carsico. Qualcosa di impalpabile se non, forse, per gli addetti ai lavori: i funerali non sono più quelli di una volta. Se ne accorgono i custodi dei cimiteri e se ne accorgono sicuramente sacerdoti e vescovi, tanto da far sentire la necessità ad alcuni di loro di scrivere alle comunità invitando a riprendere l’uso della celebrazione eucaristica durante le esequie — sempre più sostituita dalla liturgia della parola — di celebrare le funzioni nelle parrocchie, perché segno di un’appartenenza anche fisica a una comunità, di non delegare il gesto della sepoltura a soluzioni  “chiavi in mano”. E con esse l’esortazione a costituire gruppi di persone che possano assistere i fratelli  in quella fase tanto dolorosa quanto misteriosa della vita.

È l’invito a riprendere il coraggio di guardare qualcosa che vorremmo censurare e a farci carico di una solitudine sempre più invadente. Può capitare di morire da soli. Succede in tanti casi, in questo tempo strano, ma anche la solitudine può essere vinta da una presenza in carne e ossa. Lo dicono fatti concreti, come la morte di un amico chiuso per mesi in terapia intensiva. Dalla sera del 1° gennaio migliaia di persone si sono radunate tutte le sere a recitare il rosario per lui su Youtube. E quando alla fine Anas (don Antonio Anastasio) è morto Anna, una giovane amica, nel suo tema ha scritto: «Ha lottato fino alla fine, ha affrontato un calvario. Poi il 9 marzo il covid ha perso e lui ha vinto. Perché la vittoria non sta nel vivere, quanto nell’andare verso la morte in un modo nuovo, diverso da come ognuno si aspetterebbe». 

La morte è una porta sempre troppo stretta. Meglio se a passarci non siamo da soli.

di Alessandro Vergni