· Città del Vaticano ·

SABATO ITALIANO
Il bisogno di tentare nuove vie

La fede è se cammina

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03 aprile 2021

«Non comincia il nostro secolo ad essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno avuto un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna ed angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro?». A scrivere così, in occasione della Pasqua del 1969, è l’allora teologo Joseph Ratzinger. In effetti, il Sabato santo è un potente simbolo del nostro tempo, segnato dal silenzio di Dio e dall’affermarsi dell’opzione secolare che ha reso l’incredulità una possibilità, in linea di principio, accessibile a tutti, per cui la fede diventa un’opzione tra le altre.

Peraltro, affermare che la fede oggi è in crisi non significa che in passato fosse in auge. Ritenere che la sfida del credere sia una questione da collocare solo in epoca moderna è un errore strategico, oltre che storico. La dimensione da ritrovare è quella del “cammino”, senza fare del passato l’età dell’oro. Tipico del cristianesimo, infatti, è proiettarsi in avanti. E, a ben guardare, la cultura moderna, senza saperlo, ne reca le tracce. Prendiamo, ad esempio, la scienza che segue, senza saperlo, uno schema cristiano: il passato è ignoranza, il presente ricerca, il futuro progresso. Ma anche il marxismo vive di un presupposto cristiano: il passato è ingiustizia, il presente rivoluzione, il futuro giustizia. Lo stesso dicasi per Freud: nel passato si colloca il trauma, cioè l’origine della nevrosi, nel presente l’analisi, nel futuro la guarigione.

«La fede vede nella misura in cui cammina», ha scritto Papa Francesco nella sua prima Enciclica (Lumen fidei, 9). La fede, dunque, consiste nel mettersi in movimento, ascoltando un invito e fidandoci di una promessa di pienezza. E questo movimento genera avvicinamento ad altri, accorciamento delle distanze, costruzione di prossimità. Per sciogliere un po’ alla volta ciò che divide, allargare lo spazio comune, donare qualcosa di sé agli altri, trasformare la frammentazione in unità. A pensarci, le altre due Encicliche (Laudato si’ e Omnes fratres) esplicitano come stare dentro i processi storici: non da spettatori, ma da protagonisti.

Ciò lascia emergere il dinamismo della fede, volto a lievitare non solo il singolo, ma l’intera società, financo l’ambiente naturale. Dobbiamo, tuttavia, riconoscere che abbiamo pensato spesso a convertire il “mondo” e poco a convertire noi stessi, cioè passare da uno statico “essere cristiani” a un più dinamico “divenire cristiani”. La pandemia per contro — attraverso le chiese vuote — ha portato alla luce il bisogno di tentare nuove vie per andare al cuore del Vangelo, senza tornare a un mondo che non esiste più. Forse è giunto il momento di mettere alla prova le parole evangeliche: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro». Forse la situazione di emergenza entro cui siamo costretti spinge per un nuovo volto della Chiesa, la quale è come se fosse costretta ad uscire da sé. Secondo le parole del cardinale Bergoglio, il giorno prima della sua elezione, quando citando l’Apocalisse in cui Gesù sta alla porta e bussa, aggiunse: «Oggi Cristo sta bussando da dentro la Chiesa e vuole uscire». Ciò significa che dobbiamo ampliare i confini della nostra visione della Chiesa. Perché come diceva il teologo P. N. Evdokimov: «Sappiamo dove la Chiesa è, ma non sappiamo dove non è». Questo è il tempo per una più audace ricerca di Dio “in tutte le cose”. È anzi il momento opportuno per “prendere il largo” e cercare una nuova identità per il cristianesimo in un mondo che cambia radicalmente sotto i nostri occhi.

di Domenico Pompili


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