· Città del Vaticano ·

Il «Pilatus» di Friedrich Dürrenmat

Sapere la verità
senza capirla

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02 aprile 2021

In Pilatus di Friedrich Dürrenmat, l’uomo condotto davanti al pretore romano dalla plebaglia, come uno scudo, è un dio. La precisione descrittiva di quegli istanti esalta i paradossi, il latente grottesco: da una parte due diverse solitudini dall’altra la folla, ammaestrata dai sacerdoti. Pilato è il predestinato: «Era consapevole dell’onore che gli era reso, rispetto a tutti gli altri uomini, da quell’apparizione del dio, ma non trascurava la minaccia che doveva essere insita in quell’onore».

Nel racconto, il pretore romano crede nella divinità del prigioniero, come negli apocrifi (nel Vangelo di Nicodemo e nel Vangelo di Gamaliele) o nelle cosiddette leggende bianche sul pretore dove si arriva quasi a santificare colui che si lavò le mani della morte del Nazareno. Con una significativa e originale variatio: pur detenendo il potere assoluto di vita e di morte su quell’uomo inerme e prigioniero, ha paura di esserne annientato: «Nel Pilatus — scrive lo stesso Dürrenmatt — non riuscivo a liberarmi dell’idea che Pilato avesse saputo che fin dal primo istante si era convinto che quel Dio fosse venuto per ucciderlo».

Nell’incipit del racconto si descrive la sala del trono, lo sguardo del prefetto che volendo evitare quello del dio, cerca sicurezza nei segni della sua autorità, le armi pronte a scintillare dei numerosi legionari, disposti attorno al prigioniero. Conosce la verità e con essa il diritto di vita o di morte su quel dio. Facile da amministrare: il dio è maledettamente umile, non si ribella, i suoi seguaci l’hanno abbandonato. Ha occhi troppo umani, non più intensi di qualsiasi altro, come non più bello appare il suo corpo «senza lo splendore che ammirava nelle immagini divine».

Tutto avviene in quegli sguardi in cui, secondo Aldo Schiavone, Pilato comprende la volontà di Gesù di andare fino in fondo, di consegnarsi alla passione.

di Fabio Pierangeli