· Città del Vaticano ·

La verità del terzo giorno

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02 aprile 2021

Aveva annunciato il suo ritorno nella grande domus adiacente alla Fortezza Antonia, in quella fosca tarda sera della Parasceve, con il solito segnale convenuto: tre svelti tocchi delle nocche sulla porta, che qualche istante dopo aveva aperto. Si stagliò, tra gli stipiti inquadrata, l’alta figura del governatore. Una donna gli andò incontro, di slancio lo affrontò: «E così lo avete… tu lo hai, Pilato, crocifisso?». Lui non replicò. Che dire? Quella di sua moglie, Claudia Procula, non era in sostanza una domanda. Era invece, fustigante come un colpo di staffile, un’asserzione. Un capo d’accusa. Una sentenza. Corrispondeva, d’altra parte, a una cruda verità. Chi potesse averla informata, per un attimo si chiese. Poi si rispose che in quei giorni a Gerusalemme certe notizie viaggiavano anche senza messaggeri. Sfidò lo sguardo della donna, insieme rattristato, indignato ed accorato. Nella crescente penombra diffusa per la stanza, dove la fiamma palpitante d’un antico lucerniere mitigava l’irrompere del buio, Claudia, per quanto non più giovane, d’un tratto desiderabile gli apparve come ormai da tempo non gli succedeva di vederla: eretta con fierezza, avvolta in una raffinata tunica di seta. Lo attraeva. Tese le braccia con l’intento di stringersela al petto. «Noli me tangere!» lei, di scatto ritraendosi, reagì. «Hai le mani — fulminò il marito — sporche di sangue, e sangue d’innocente». «Le ho lavate, Claudia — Pilato si difese — con acqua rituale le ho deterse, le ho purificate». «Credi forse — ribatté sua moglie — che possa bastare una semplice abluzione a ripulire una coscienza da ogni macchia di colpevolezza?».

«La colpa di quell’atto ingiusto, di quell’uccisione, non è mia, non mi ha contaminato, è tutta ricaduta sul tetrarca Erode, su scribi e sacerdoti, sugli anziani, sulla folla che ha preferito fosse rimesso in libertà un infame terrorista, Barabba, e gridava: “Crucifigatur!” e minacciava, non l’avessi ascoltata, un’insurrezione capace, come il rapido contagio di un’epidemia,di propagarsi da Gerusalemme all’intera Palestina». Tacque. Poi, meditabondo: «Se soltanto — riprese — l’imputato, il galileo, si fosse deciso a discolparsi…Semplicemente, al contrario, non senza sorprendermi, rispose “Tu lo dici” quando, con un tono ironico, gli feci la domanda: “Sei dunque tu il re dei Giudei?”. Così firmò con la sua stessa mano la condanna a morte per crocifissione. Io non sono stato che l’esecutore di un destino da lui stesso scelto, scritto ed accettato per chissà quale misteriosa, indecifrabile ragione. Un destino che non potevo certo più modificare. Quod factum est, Claudia, infectum fieri non potest. Ciò che ho fatto, e che più non è possibile disfare, nel supremo interesse di Roma, di Tiberio, e per il bene comune, la salvezza del popolo giudeo, l’ho fatto».

Fissò sua moglie con un’espressione indagatrice: «A te qualcosa di diverso, non so come, deve invece avere detto. Altrimenti non mi avrebbe ammonito il tuo messaggio sibillino: “Non avere a che fare con quel giusto, perché in sogno molto mi ha turbata”». «La notte scorsa, infatti, in sogno mi ha parlato. Ma che senso avrebbe ormai che io ti raccontassi di quello straordinario colloquio facie ad faciem?». Pilato, spazientito, le voltò le spalle. Stava per uscire. «Aspetta!». Claudia con un gesto deciso lo fermò. «Dopo tutto, si tratta anche di Publio, nostro figlio...». «Nostro figlio, già. L’ufficiale del quale noi sappiamo ch’è rimasto, combattendo contro una banda di zeloti, ferito gravemente, e tra vita e morte sta lottando». S’incupì il governatore. Si passò una mano sulla fronte. «Questa mattina, prima che al pretorio il processo incominciasse, ho spedito il mio luogotenente Marco, in sella a Fulmen, il cavallo più veloce della scuderia, a prendere le ultime notizie nella zona di Masada, dove la legione di Publio, la decima, è accampata. Spero che non tardi troppo a ritornare qui da noi e che...». 

«Il terzo giorno, tornerà» d’un fiato Claudia s’interpose. «Intendi dire: fra due giorni, id est nel primo giorno della settimana ebraica, quello successivo allo shabbàt? E come puoi esserne sicura? In ogni caso, non devi mai dimenticare che tu ed io siamo Romani, genitori pronti ad accettare a ciglio asciutto la cattiva sorte — la stornino gli dèi! — al pari della buona, per i figli». Trasse un lungo respiro, dopo il quale: «Allora — disse — vuoi spiegarmi che cosa hai sognato veramente?».

«M’è apparso — un dubbio resta: era solo un sogno oppure, tra la veglia e il sonno, ho avuto una visione? — nostro figlio, Publio. Non mi sono stupita, sapendolo ferito in un combattimento, di vederlo insanguinato: rivoli di sangue dai capelli sulle tempie e sulle guance, dalle spalle lungo le braccia fino alla punta delle dita, tracce in tutta la figura di percosse, uno squarcio come per un colpo di lancia tra il torace e il fianco. E sugli occhi le palpebre gravavano, chiuse, sigillate, tanto che sembrava...» «…morto?». «No, non morto, ma comunque privo di coscienza: respirava appena. Ho abbassato lo sguardo, non reggevo quella vista. E quando l’ho rialzato, non era più, quel volto, il suo. A fissarmi, ad occhi aperti, era il maestro galileo. Il corpo, tuttavia, pareva ancora essere di Publio: uguali le ferite, i versamenti di sangue, le tumefazioni.

Filius hominis” mi ha detto, sorprendentemente esprimendosi in latino, “il Figlio dell’uomo, il Cristo, sarà oggi giudicato, condannato, torturato e ucciso”. “Anche il figlio mio morrà?” gli ho domandato. “Tu, Claudia, prega per entrambi” è stata la risposta. “Tertio die: se con tutto il cuore avrai pregato e amato, il terzo giorno, il giorno in cui risorgerò dai morti…”. E si è arrestato lì, lasciando quella profezia in sospeso. “Ma come e chi dovrei pregare? Forse Giove…?”. Allora mi ha insegnato, scandendo adagio le parole, una preghiera che, appena sveglia, ancora ricordavo, che ho trascritto, e che così comincia: Pater noster, qui es in caelis, sanctificetur nomen tuum, adveniat...». Con tagliente insofferenza, Pilato la interruppe: «Sciocchezze, fantasie, farneticazioni femminili!». «Invece, è pura verità». «“Quid est veritas?” ho chiesto invano, stamattina, al tuo rabbì. “Che cos’è la verità?”». «La verità, lui lo disse un giorno, è ciò che rende liberi». Colpito dall’affermazione di una donna che parlava come fosse una discepola dell’uomo appeso ad una croce, Pilato ammutolì. S’immerse in una riflessione. Ruppe il silenzio infine: «Dopo la deposizione ho consentito all’Arimateo di dare sepoltura al Nazareno» mormorò. «Ti lascio, adesso. È ora di andare alla Fortezza Antonia a predisporre i turni di guardia per la notte, le vigiliae».

*   *.  *

Si risvegliò di soprassalto. Il suo nome, «Claudia», era d’un tratto risuonato, in un sussurro, accanto a lei. Chi la stava chiamando, subito comprese, era il Giusto. E mentre, pur senza scorgerlo, «Magister» lo invocava, lei si rese conto che del terzo giorno l’alba era spuntata. Dalla porta della stanza filtrava, da un sottile varco tra lo stipite e il battente, un’ambrata lamina di luce. Attrasse il suo udito un crepitante scalpitìo di zoccoli, presto raggiunto da un nitrito e da un saluto rispettoso: «Ave, praefecte... salutem tibi dico...». Riconobbe, con un tremito, la voce affannata del luogotenente. E dentro di lei silenzioso il cuore prese a singhiozzare: «Libera nos a malo, Pater, libera nos a morte!». Scese d’impeto dal letto. Corse in direzione della porta, così com’era, scarmigliata, a piedi nudi, per aprirla. Ma fu còlta da vertigine improvvisa. Perse l’equilibrio. Cadde prona in avanti, distendendo gli avambracci a proteggere dall’urto contro il pavimento il viso. «Publius, filius tuus...» udì da Marco pronunciare. «Verum dic mihi tandem!» subentrò impaziente, perentoria, la voce di Pilato. «Mortuus est, an…?». Chinando fino a terra, in umiltà, la fronte, Claudia concluse la preghiera al Padre con parole che sentiva essere ispirate in quel momento decisivo proprio a lei dal Cristo: «Non autem mea, sed fiat voluntas tua». S’accorse che un presagio di pianto urgeva tra le ciglia. Lacrime di lutto e gelo erano sul punto di sgorgare oppure calde lacrime di gioia? Rispose Marco: «Vivit!».

di Marco Beck