· Città del Vaticano ·

Nuova edizione per il classico della medievistica di Raul Manselli

L’illusione di salvarsi da soli

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01 aprile 2021

Viaggio alla scoperta dell’eresia dei catari


L’interesse per l’eresia catara fu costante nell’impegno di ricerca di Raoul Manselli e anche se negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento si manifestò in forma più marcata, di fatto non s’interruppe mai; l’accompagnò, anzi, fino alla morte (giunta repentina il 20 novembre 1984) come mostra il fatto che nel 1985 furono pubblicati tre suoi saggi sull’argomento, dedicati all’esame della Summa auctoritatum antiereticale contenuta nel manoscritto 47 della Biblioteca municipale di Albi, ai rapporti tra evangelismo e mito nella fede catara e alla fine del catarismo in Italia (il primo in lingua italiana, gli altri due in francese). È certo, però, che la fase più feconda della sua ricerca sull’argomento si colloca dalla fine degli anni Quaranta alla seconda metà degli anni Sessanta, per giungere al culmine con la pubblicazione nel 1963 del volume L’eresia del male (Morano, Napoli, ripubblicato nel 1980) che ora vede di nuovo la luce grazie all’iniziativa coraggiosa di un piccolo editore (Monterotondo, Fuorilinea, 2021, pagine xxx-433, euro 22, con introduzioni di Paolo Vian, Alfonso Marini e Felice Accrocca).

Laureatosi a Napoli sotto la guida di Ernesto Pontieri, Manselli aveva condotto le sue prime ricerche sugli italiani alla prima crociata. Giunto a Roma nel 1946 come allievo alla Scuola storica nazionale annessa all’Istituto storico italiano per il Medio Evo, l’incontro con Raffaello Morghen l’orientò comunque decisamente verso lo studio della storia religiosa: iniziò così a occuparsi di storia dell’eresia e degli Spirituali francescani.

Nel 1949 Manselli pubblicò quindi un ampio saggio sul manicheismo medievale e nell’anno seguente un profilo dell’eresia medievale (catara e valdese) oltre all’edizione del processo contro Saraceno Paganelli, offrendo in tal modo un contributo alla storia del catarismo nella Firenze al tempo di Dante.

Nel 1953 uscirono gli Studi sulle eresie del secolo xii , completati — potremmo dire — con gli Studi minori che nel 1955 videro la luce sul Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano. Il breve saggio del 1956 su Una designazione dell’eresia catara: “Arriana Heresis”, ebbe in qualche modo uno sviluppo nel saggio che Yves Congar dedicò allo stesso argomento nel 1959 (Arriana haeresis, in «Revue des Sciences Philosophiques et théologiques») tanto che spedendogli l’estratto della propria pubblicazione, lo storico e teologo francese indirizzò a Manselli un très sincère hommage d’admiration. I tempi erano ormai maturi per una sintesi, che giunse appunto con la pubblicazione de L’eresia del male nel 1963, anno in cui vide la luce anche una dispensa destinata ai suoi studenti dell’università di Torino con «testi per lo studio della eresia catara».

Allievo di Morghen, con lui Manselli condivise l’insoddisfazione per l’idea — nella prima metà del Novecento rilanciata con forza dal domenicano francese Antoine Dondaine — che l’eresia medievale non fosse nient’altro che una riproposizione di antiche dottrine. A differenza di Felice Tocco e del Dondaine, Morghen vedeva invece nell’eresia una delle espressioni del risveglio religioso che attraversò l’Occidente nei primi secoli dopo il Mille.

Come sottolinea Paolo Vian, Manselli, pur mostrandosi fedele all’intuizione di Morghen, non fece propria, di fatto «l’assolutezza intransigente della sua posizione», poiché se nel secolo Undicesimo l’eresia in Occidente fu essenzialmente di natura autoctona, con forti esigenze etiche, dalla metà del secolo successivo appariva indubbio l’influsso di dottrine dal mondo balcanico. Non sorprende, perciò, la rilevanza che nel suo volume Manselli assegna ai precedenti dualistici del catarismo: zoroastrismo, gnosi, manicheismo, priscillianismo, pauliciani armeni, bogomili bulgari. Il catarismo, quindi, non esprimeva soltanto, e non principalmente, una reazione ai costumi corrotti del clero, ciò che forniva, semmai, un’efficace arma polemica contro la Chiesa; piuttosto, secondo Manselli, ne intaccava in modo sostanziale il patrimonio dogmatico, con la pretesa di rivelare «la più profonda e rivoluzionaria verità del Nuovo Testamento, nascosta e come occultata dalla Chiesa di Roma, quella della dualità tra Dio e Satana, fra spirito e materia, fra il Signore del secolo venturo ed il principe del mondo, intesa come opposizione di due realtà antitetiche e vivacemente contrarie».

Si mostra convinto che l’eresia catara, forte di un’organizzazione compatta (una vera e propria anti-Chiesa, con le sue circoscrizioni: in Italia vi erano cinque diocesi catare) abbia costituito la minaccia più insidiosa per la Chiesa dell’Occidente medievale. Con tutto ciò, a sconfiggerla non fu l’apparato repressivo che contro di essa fu messo in piedi. Sensibile alla sorte dei vinti, Manselli adombrava già, nel volume del 1963, alcune tesi che diverranno centrali nei decenni successivi, soprattutto quando s’immerse nello studio dell’esperienza religiosa di Francesco d’Assisi: vale a dire che l’azione repressiva poté «significare per i catari ed i loro seguaci l’eliminazione di protettori potenti, ma non il crollo della loro fede. Questa cominciò a sgretolarsi e a cedere, quando, contro di lei, la Chiesa riuscì finalmente ad esprimere forze nuove, appunto gli ordini mendicanti».

Al Gesù dei catari, «angelo lontano, venuto per un messaggio di redenzione certo, ma senza esser toccato dalle nostre sofferenze e dalle nostre miserie, il santo di Assisi riuscì a contrapporre, ritrovando il senso più profondo del messaggio cristiano, il Gesù Figlio di Dio, che in uno slancio d’amore supremo ed infinito scese tra gli uomini, partecipando compiutamente della loro umanità nella miseria, nella sofferenza, nella morte sulla croce (…) In lui dunque culminò e si sublimò l’attività della Chiesa, mostrando contro l’eresia il permanere delle sue forze più profondamente ed intimamente vitali».

Una chiave di lettura, questa, che Manselli manterrà immutata e che a mio avviso mostra, con evidenza, anche qualcosa della sua persona, della sua visione ecclesiologica, della sua coscienza di credente oltre che di studioso.

L’eresia del male è dunque un libro che si legge ancor oggi con gran profitto e che rende davvero meritoria la coraggiosa iniziativa dell’editore. Ci auguriamo possa arriderle un successo tale da consentire di mettere in cantiere anche la ristampa di un altro libro dell’autore, Spirituali e Beghini in Provenza, anch’esso un vero capolavoro, purtroppo divenuto ormai una rarità bibliografica.

di Felice Accrocca