· Città del Vaticano ·

La Storia

Suore sul doppio fronte:
la guerra e la Spagnola

Un ospedale da campo a Brookline nel Massachusetts (U.S. National Archives)
30 aprile 2021

Cent’anni fa l’epidemia in pieno conflitto mondiale


A Sofia, capitale della Bulgaria, c’è un piccolo cimitero di guerra che risale alla Prima guerra mondiale. Raccoglie le spoglie di 201 soldati italiani, prigionieri dell’esercito austro-ungarico che lì erano stati trasferiti, lontano dal fronte. Quando nel 1918 arrivò l’epidemia di influenza detta Spagnola, le baracche del campo di Orlandovtsi, alla periferia della città, si trasformarono in un micidiale focolaio. Morirono in tanti. Tra gli altri, anche tre suore italiane che erano state aggregate alle truppe e prestavano servizio nell’infermeria del campo. Ci sono ancora le lapidi che raccontano di quel sacrificio e lo sottraggono dall’oblio.

Conflitto e pandemia si mescolarono implacabilmente, un secolo fa. La guerra stessa aiutò il virus a propagarsi, con quei milioni di soldati (e profughi) che viaggiavano da un continente all’altro, da un fronte all’altro, in un andirivieni di persone e rifornimenti. Raccontano gli storici che la sanità militare aveva ben presente il pericolo del diffondersi delle malattie infettive. Temevano soprattutto il tifo, il colera, il vaiolo. Invece arrivò un’influenza dalla virulenza mai vista: se la guerra causò 37 milioni di morti, l’epidemia ne uccise almeno 50 milioni. Ed erano quasi tutti giovani tra i 15 e i 40 anni. Morirono soprattutto donne, probabilmente perché erano loro ad assistere i malati e ne furono contagiate in massa. Ma è una storia che è rimasta sottotraccia, quella della Spagnola, riscoperta ora che siamo alle prese con una pandemia che le assomiglia. Nel mezzo, è trascorso un secolo di scoperte scientifiche, di tecnologie sempre più avveniristiche, di avanzamento della medicina. Cent’anni fa, invece, quando si materializzò quella malattia che nessuno riusciva a capire e soprattutto a curare, si fece fronte come si poteva. E in prima linea finirono, ieri come oggi, i medici, gli infermieri. E le suore. «Dobbiamo provare a calarci nel 1918», racconta Eugenia Tognotti, saggista e docente di Storia della Medicina all’Università di Sassari. Alla fine dell’Ottocento c’era stato l’enorme balzo in avanti della batteriologia, erano venerati i nomi dei “cacciatori di microbi”, su tutti Robert Koch e Louis Pasteur, ma la scienza non aveva ancora scoperto i virus. Quindi si brancolò nel buio di fronte a questa malattia che portava tosse, febbre alta, perdita di sangue dal naso, difficoltà di respirazione, effetti neurologici, e in tanti casi si rivelava letale. Come curarla? «Non avendo trovato la causa — risponde la professoressa Tognotti — e non essendoci un medicinale veramente efficace, furono tentate molte cure, ma l’unica soluzione che funzionò furono i cosiddetti trattamenti non-farmaceutici, oggi indicati con l’acronimo Npi: riposo al caldo, alimentazione, idratazione, igiene. Siccome si pensava che la causa potesse essere un bacillo annidato nella bocca, si consigliavano i gargarismi. Per combattere la febbre, pezze bagnate sul viso e sul petto. Le suore, non solo quelle formate negli ospedali, anche quelle non specializzate, svolsero un ruolo fondamentale. Particolarmente attive nell’assistenza ai malati, essendo uno dei cardini della loro congregazione, furono le Sorelle ministre della carità di San Vincenzo de’ Paoli. Impossibile dare dei numeri, ma di certo le suore, con la loro presenza, frenarono la diffusione del virus e limitarono il numero delle morti». Era già accaduto. Si prendano le epidemie di colera che avevano imperversato a fine Ottocento. Racconta suor Asuncion Riopedre, provinciale dell’Ordine delle suore ospitaliere, una congregazione nata a Madrid nel 1881, su impulso del santo Benedetto Menni: «In origine ci occupavamo delle donne affette da malattia mentale, ignorate da tutti. Venne però un’epidemia di colera pochi anni dopo; le sorelle e i fratelli vennero istruiti per usare l'antidoto e, organizzati da Padre Menni, non esitarono ad accudire le famiglie prima di Ciempozuelos, poi di altre località quali Getafe o Chinchón». Il diffondersi della Spagnola fu come un’inarrestabile bufera di vento. Le strutture sanitarie ne vennero travolte. In Italia, come negli altri Paesi europei in guerra, la concomitanza con il conflitto impedì contromisure efficaci. Anche solo parlare di epidemia fu impossibile, almeno nei primi tempi. Figurarsi isolare i focolai, imporre quarantene, mobilitare l’assistenza. Quel che le suore fecero, fu perciò un’azione caritatevole spontanea di cui si trovano tracce sparse nella memorialistica. Spezzoni di storie che lasciano intravvedere storie comuni a tante, in ogni parte d’Italia, come quella di suor Fausta Finco, dell’Ordine delle Suore di carità di Santa Giovanna Antida Thouret. In vecchio libro di quei tempi, Opera dell’Ospedale Congregazionale 1915-19, si ricorda come «le Sorelle della carità durante la guerra prestarono servizio come infermiere in quasi tutti gli ospedali e ricoveri di Modena e furono a stretto contatto con i militari ricoverati. Suor Fausta contrasse la Spagnola e morì a Modena il 21 febbraio 1919. Morì vittima del dovere per malattia contratta in servizio all’ospedale di Campori, durante l’epidemia d’influenza dopo avere, per 14 mesi consecutivi, senza un giorno di interruzione, prodigate cure infinite ai soldati provenienti dal fronte, alleviandone le sofferenze».

Negli Stati Uniti, invece, dove ci fu una gestione più salda e organizzata, si parlò più diffusamente del contributo delle suore nella lotta contro l’epidemia. Nel 1919 la Società storica cattolica di Philadelphia, come rievocato di recente dal «New York Times», pubblicò un libro a memoria delle suore che si erano spese coraggiosamente in quella città. Titolo: Il lavoro delle sorelle durante l’epidemia di influenza. Scrivevano gli autori del 1919: «Le forze addette all’assistenza erano state ridotte per la guerra. C’erano gravi carenze in molti ospedali. Ma ora era questione di vita o di morte».

Fu così che il Consiglio di sanità di Philadelphia ordinò la chiusura di scuole, teatri, e anche la sospensione delle funzioni religiose. Ma non poteva bastare. L’arcivescovo Dennis Dougherty si offrì di ospitare negli edifici della Curia quanti più malati si poteva, e chiamò le forze a raccolta: i sacerdoti, le suore, la Società di San Vincenzo de’ Paoli. A tutti chiese di occuparsi dei malati. Alle suore, in particolare, domandò di uscire dai conventi. Nonostante non avessero grande esperienza, duemila risposero all’appello. Camici bianchi e mascherine di garza, si occuparono di una larga fetta di abitanti, in specie immigrati da Italia, Ucraina, Polonia, Cina, le famiglie di neri, quelle di religione ebraica, i poveri. Tutti quelli che avevano bisogno furono aiutati. Non esitarono, quelle religiose, a entrare in luridi appartamenti dove i genitori giacevano morti nei letti e i bambini piangevano disperati e affamati

Le suore di Philadelphia lavavano panni, servivano zuppa calda, fornivano acqua, ghiaccio, coperte. «Il richiamo “Sorella!” si poteva sentire ogni minuto durante le notti», raccontò una di loro. E un’altra: «All’inizio ebbi paura. Non avevo mai avuto contatto diretto con la morte. Ma realizzai che qualcuno avrebbe dovuto farlo. Presi il camice, la mascherina, e iniziai il mio servizio». I turni duravano dodici ore. Molte si ammalarono. Diverse morirono. Una lasciò scritto: «Attraverso questa esperienza, ho imparato ad apprezzare la mia vocazione verso la vita religiosa come mai prima».

In Kentucky, a Louisville, era stato allestito un enorme campo militare intitolato al dodicesimo presidente, Zachary Taylor. Ospitava cinquantamila soldati di ritorno dal fronte europeo. Il cappellano, frate Regis Barrett, di fronte alla catastrofe di un soldato ammalato ogni quattro, pregò le suore domenicane del Santo Rosario di aiutarlo. Con turni incessanti, ciascuna ebbe il compito di assistere almeno cento soldati infettati, alle prese con febbre, dissenteria, vomito.

Qualcosa di simile accadde nel Massachusetts, a Camp Devens: anche qui le scuole erano state chiuse per ragioni sanitarie, e le suore insegnanti si dedicarono all’assistenza ai malati. Gli annali delle domenicane citano le esperienze di New Orleans, Pittsburgh, New York. Le Sorelle della Misericordia furono impegnate in almeno altre cento realtà, incluso il Mary’s Hospital di San Francisco. In Canada è stato ritrovato l’editoriale di un giornale locale, il «Morrisburg Leader», del 1919: «Nessuno potrà dimenticare – vi si legge – lo splendido lavoro delle suore che si prodigarono tra noi. Nessuno conosceva il loro nome. Si sapeva solo che era stato richiesto aiuto e che due Sorelle della Carità vennero subito con il treno da Prescott. Possiamo rivelare che si chiamavano suor Mary Charles e suor Mary Ursula». Quella di Morrisburg è una piccola storia emblematica. «L’epidemia di Spagnola – commenta Eugenia Tognotti – fu uno dei più brucianti insuccessi della scienza medica. La scoperta dei batteri aveva fatto credere che non ci sarebbe stata più alcuna malattia ignota e che ci sarebbe stata una cura per tutto. Quell’influenza invece, provocata da un virus, che sarà isolato solo nel 1933, travolse l’ottimismo con cui si era aperto il Novecento. E ciò spiega anche l’oblio che cadde sulla pandemia, e con sé il poderoso lavoro delle donne per assistere i malati, suore incluse».

di Francesco Grignetti
giornalista de «La Stampa»