· Città del Vaticano ·

Protagoniste

Quando l’impresa
non genera solo merci

Bastien-Lepage, Jules, Al tempo della vendemmia, 1880, Van Gogh Museum, Amsterdam
30 aprile 2021

Valentina Argiolas e i progetti solidali legati a un vino


«Quando ho iniziato, ero l’unica donna in azienda; non c’era neanche il bagno delle donne. Per il mio primo giorno, il direttore commerciale ha fatto dei disegni a mano e li ha attaccati alle porte… Oggi siamo una decina». Era il 3 gennaio 2004, e Valentina Argiolas, ventiquattrenne neolaureata in Economia, prendeva servizio nella cantina di famiglia a Serdiana, in provincia di Cagliari. Un’azienda cresciuta anche grazie a quel capitale femminile che proprio lei ha cominciato a far fruttare. «Amavo l’arte e la letteratura - racconta - ma, dato che sono la primogenita, ho deciso per spirito di servizio, o di sacrificio, di seguire la strada di famiglia».

È stata dura?

All’inizio sì, non capivo nulla. Ma dopo varie crisi, mi sono ricavata un mio spazio con un po’ di coraggio: ho cambiato molte cose, accettato collaborazioni esterne. Mi lasciavano fare, non so se per fiducia o per disinteresse. Ho aumentato molto i viaggi e la cura dei rapporti personali con altri produttori. Ho ampliato il settore dell’ospitalità, che oggi è diventato una realtà aziendale vera e propria con uno staff tutto femminile: degustazione, visite in cantina e ai vigneti, eventi, cucina. Piano piano ho creato uno staff che ha sviluppato anche la comunicazione, e l’export. C’è stata un crescita di fatturato. E anche della consapevolezza del marchio.

Chi, o cosa, l’ha aiutata?

Ho un bellissimo rapporto con tanti produttori che ho incontrato viaggiando: di stima, collaborazione, scambio, crescita comune. Questi rapporti mi hanno permesso ci capire tante cose di cui ero completamente all’oscuro. All’inizio, mi sentivo sbagliata. Poi invece, ho capito che si trattava di un processo naturale che apparteneva alla mia generazione. Che dovevo guidarlo senza farmi sottomettere. In questo cammino ho trovato tante grandi colleghe, che sono state e restano esempi e guide. Una di loro è Donatella Cinelli Colombini, che presiede l’associazione Le Donne del Vino con la mission di rafforzare il ruolo femminile negli organismi di controllo. L’associazione, di cui sono stata anche presidente regionale, è nata negli anni Ottanta. All’inizio erano le mogli, le madri, le sorelle dei produttori. Col tempo, la presenza di donne con ruoli attivi, e l’accesso ai ruoli di potere, sono aumentati. E con questo è molto migliorato il mondo del vino italiano: è diventato più comunicativo, con la nostra capacità di cogliere le sottigliezze, le differenze; di raccontare le storie diverse e la loro unicità; di andare avanti con collaborazione. L’uomo tende ad essere un po’ concorrenziale, invece. Non voglio generalizzare, però la donna non ha bisogno di marcare il territorio. Io ho due figli maschi e dico sempre che mi alleno tanto in palestra perché con loro devo avere anche un po’ di forza bruta: il maschio è così, sta a noi insegnargli il rispetto.

Sta dicendo che da sole fareste ancora meglio?

Il legame di sorellanza è molto costruttivo, ma a me piace lavorare tutti insieme: ognuno completa l’altro nella sua specificità e professionalità.

Le donne hanno una particolare attitudine alla gestione?

Abbiamo la capacità di entrare un po’ più all’interno delle cose, in sincronia con gli altri; di capire, invece che scontrarci. Anche se sempre con molta fermezza. Ha a che fare con l’abitudine a far funzionare tanti ingranaggi all’interno della famiglia. La nostra capacità organizzativa non è paragonabile a quella del manager di un’azienda: lui gestisce l’azienda e finisce lì, mentre noi siamo capaci di fare tremila cose in un unico minuto; e se poi ce ne dimentichiamo, siamo anche in grado di recuperare in corsa e riaggiustare. Penso sia una cosa congenita. La donna è sempre la capo branco che tiene tutto sotto controllo, come nelle famiglie matriarcali sarde dove tesseva, non solo il telaio, ma tutte le relazioni.

Il rapporto con la terra e il senso del passaggio generazionale, quanto sono importanti in aziende familiari come la vostra?

Abbiamo un fortissimo legame con il territorio, affianchiamo vitigni tradizionali a tecniche innovative e all’avanguardia. Lavorare la terra in modo sostenibile è un’attenzione che abbiamo dal 1970, ma negli anni è aumentata molto. Pratichiamo la viticoltura integrata, una via di mezzo tra tradizionale e biologica: diamo alla pianta solo quel minimo indispensabile di sostegno reso necessario dai cambiamenti climatici. Prima attuiamo le pratiche sostenibili, poi le altre se non c’è soluzione. Siamo molto attenti alla biodiversità, sono dieci anni che ci concentriamo su questo. E quest’anno, finalmente, nonostante la tristezza della pandemia, abbiamo potuto festeggiare, piantando il nostro primo vigneto creato con cloni auto-prodotti. È così che si può preservare l’identità di una terra e di un vino.

Siete un’azienda pilota per la ricerca di diverse università nazionali e internazionali, cosa vi ha spinto a investire anche nella produzione di energia pulita?

Ancora il rispetto per l’ambiente. Nel 2009, abbiamo installato un impianto fotovoltaico che permette il 50 per cento di autonomia energetica. La terra deve essere curata ed amata e questa passione deve essere trasmessa alle generazioni future attraverso azioni concrete. La terra non dev’essere qualcosa di distante, ma qualcosa a cui tornare per trarre ispirazione e rafforzare le proprie radici. Siamo nati e lavoriamo in un territorio prezioso. Conservare e custodire intatto tutto questo è una responsabilità, un impegno quotidiano che ci guida in ogni decisione.

Lei racconta di essersi lasciata guidare da esperienze altrui. Ma nello stesso tempo, l’esempio delle Cantine Argiolas è stato generativo, le vostre innovazioni hanno ispirato altri viticoltori. Anche per uscire da questa crisi dovrete camminare insieme?

Ora c’è bisogno di capire, di fare un attento lavoro a livello psicologico nei confronti dei nostri partner: di rispetto, di grande attenzione nella comunicazione. Nello stesso tempo, c’è la necessità di pensare a cose nuove, di reinventarci, perché tutto quello che valeva fino al 2020 non vale più. Sento i nostri partner almeno una volta ogni due mesi, anche solo per dire: “Ciao come stai?”. Per tenere insieme questa grande comunità, perché il lavoro del vino è molto legato alle persone. Tessere questi rapporti è molto femminile.

Perché le donne hanno pagato il prezzo più alto in termini di posti di lavoro?

Perché manca la struttura sociale di sostegno al lavoro femminile. E poi serve un’educazione contro il pregiudizio. Io l’ho subìto anche da datrice di lavoro: quando ho voluto assumere delle donne, la prima obiezione che mi è stata fatta era: “E se fanno figli?”. Siamo andate avanti lo stesso, ma fa male sentirselo dire. Poi, una donna che ha potere, o visibilità, non sempre è accettata, spesso è vista come una minaccia, priva l’uomo della sua autorevolezza. Noi dobbiamo gestire gli equilibri nella vita quotidiana, abbiamo la capacità di capire le persone al volo. È anche questo il capitale femminile.

Quali sono, le grandi donne del nostro tempo?

Kamala Harris. E poi Lady Gaga: adoro la sua empatia, quello che riesce a trasmettere, il senso del rispetto. Mi ha commossa quando ha ricevuto l’Oscar e ha detto: «Non conta quante volte cadi, ma il modo in cui ti rialzi». Ma ci sono anche i grandi uomini. Papa Francesco è perfetto per noi in questo momento storico. Lui predica il rispetto: rispetto delle donne, rispetto dell’ambiente, rispetto delle diverse religioni, rispetto dei ruoli, delle commistioni. Basterebbe questa sola parola per cambiare il mondo in meglio. Anche Obama ha spiegato che la diversità è ricchezza. Nel vino lo sperimentiamo di continuo.

E voi siete andati anche in Africa: cos’è il progetto Iselis?

È un progetto di solidarietà cominciato nel 2010 in collaborazione con l’associazione Africadegna con la costruzione di un ospedale a Lutendele, nella Repubblica Democratica del Congo. Ha il nome di uno dei maggiori vini dell’azienda, perché legare un progetto di solidarietà a un vino significa che ogni anno c’è un rinnovamento, un nuovo progetto, come il vino ogni anno è diverso.

di Federica Re David