· Città del Vaticano ·

Dalla schiavitù all’abbadessato

Un villaggio sulle Montagne Nuba in Sudan (Wikimedia Commons)
30 aprile 2021

La vita di Zeinab Alif, dal Sudan all’Italia
Una storia di un secolo fa che parla a oggi


Sono cinque i luoghi della vita di Zeinab Alif: la regione del Kordofan in Sudan dove nasce e cresce fino a otto anni, Il Cairo in Egitto dove viene venduta, Roma nella quale approda dopo essere stata riscattata e incontra il Pontefice, Belvedere Ostrense vicino Ancona dove viene battezzata ed entra al convitto delle clarisse, e infine Serra de’ Conti sempre in provincia di Ancona, dove io l’ho incontrata.

Era il 2017 e avevo appena iniziato a raccogliere le idee per un nuovo romanzo. Volevo ambientarlo a Serra de’ Conti, il paese d’origine di mia nonna, dove mia madre ha passato buona parte delle vacanze estive d’infanzia e adolescenza. La mia intenzione era seguire le orme del mio bisnonno, anarchico, Nicola Ugolini, che lì visse, ma che dopo la morte della moglie per Spagnola sparì lasciando l’Italia. Di questo bisnonno però trovai poche tracce, mia madre non lo aveva conosciuto e non ne sapeva molto, ricordava però una donna, una suora, venerata in paese, che era vissuta molti anni prima nel convento di Santa Maddalena.

Non ero partita con l’idea di scrivere della vita di una suora, ma mi incuriosii, mi sembrò incredibile trovare nello stesso posto santi e anarchici.

Il convento da molti anni non è più tale, c’è al suo posto un Museo della Arti Monastiche. La custode ci chiese se eravamo lì per la Moretta, e io annuii, mentendo, perché ancora non sapevo chi fosse. Il percorso teatralizzato raccontava la vita delle monache nel corso dei secoli. C’erano i bauli con i pizzi, i bricchi pieni di cacao in polvere, le spezie infilate nel credenzino, le lettere inviate e ricevute, i cassettini di quello che una volta era stato l’armadio delle doti: un mondo intero era chiuso in quel seminterrato, un mondo di donne.

Comprai tutti i libri e libretti in vendita, e rimasi colpita da uno in particolare, scritto da Graziano Pesenti: sulla copertina una suora nera giungeva le mani: era lei, era Zeinab Alif.

La prima data importante della vita di Zeinab è il 1885 quando viene portata via dalle Montagne Nuba in Sudan, dove vive in una casa di pietra diversa dalle altre del villaggio che hanno le mura rosse e circolari, il tetto di paglia. Il padre è il capo del villaggio, coltiva cotone, sesamo, miglio e canna da zucchero. La madre un pomeriggio si assenta, la tata esce un momento, i bambini restano soli. Zeinab e uno dei fratellini vengono rapiti dai predoni arabi. Li portano nel deserto, risalgono poi il corso del Nilo. Zeinab ha otto anni e non sa nulla del mondo, quando viene portata a Il Cairo in Egitto ed è esposta nuda per chi la vuole comprare, non sa leggere o scrivere, non ricorda il nome della madre, non sa come tornare a casa.

Un anno dopo Zeinab serve nella casa di un uomo, gli tiene arieggiate le stanze, gli pulisce il narghilé. Un giorno però nota davanti alla finestra un uomo con una lunga tunica nera, che entra ed esce dalle case, parla coi bambini. Allora prende coraggio e lo avvicina. Il prete le dice in arabo se desidera andare via con lui, che le insegnerà a leggere e scrivere e la porterà lontano, Zeinab accetta.

È un prete genovese, Nicolò Olivieri, cittadino del Regno di Sardegna e Piemonte, che, con i soldi propri o di amici, riscatta bambine e bambini resi schiavi per portarli in Italia e distribuirli nei vari istituti religiosi. È il fondatore della Pia Opera di Riscatto. Il prezzo per riscattare una bambina è di 400 lire. Nelle sue lettere Nicolò dice che le bambine vengono vendute come giumente, al pari degli agnelli.

Il prezzo di Zeinab, a lungo contrattato, è di 350 lire italiane, la bambina lascia la casa del suo padrone, che alle sue spalle già dice: «una africana fuori dall’Africa non camperà a lungo». Per fortuna si sbaglia, la vita di Zeinab è solo all’inizio, la bambina a cui lui ha dato un prezzo come a un tacchino diventerà beata.

È il primo viaggio per barca della vita di Zeinab e anche l’ultimo. Il mare è in burrasca e la bambine sottocoperta temono una nuova disgrazia. Arrivare in Italia non sarà così semplice, ci vorranno sette mesi. In mare Zeinab inizia a imparare l’italiano, Nicolò le parla di Gesù e Maria, le racconta la Bibbia. Attraccano a Marsiglia e da lì procedono a tappe lentamente, perché non c’è una strada ferrata che porti direttamente a Roma. Zeinab è indomabile, fa scherzi e dà pizzichi alle sue compagne di viaggio e non le fa dormire. Il suo carattere comincia a mostrarsi: testarda, curiosa, bisbetica.

Da Roma, Zeinab viene mandata nelle Marche per essere educata.

È il 2 aprile del 1856, entra nel convitto delle clarisse al Belvedere di Jesi. Si sente sola e persa senza Nicolò e le bambine che hanno viaggiato con lei, è diversa dalle altre educande, non parla bene la loro lingua e il cibo è povero, insapore. Per la prima volta pensa di fuggire, ma alla fine desiste. Il suo avvicinamento alla fede comincia proprio qui, quando i progetti di fuga vengono accantonati e il suo sguardo si posa su ciò che può imparare, le sue orecchie si tendono a qualcosa di sacro: la musica.

Zeinab chiede la prima comunione e la riceve adornata di ricami argentati, sceglie il proprio nome e si trasforma, lascia alle spalle gli spaventi, le percosse, e diventa la futura suor Maria Giuseppina Benvenuti e quando lo fa chiede a Gesù di divenire sua sposa, santa.

Il suo spirito però non cambia, è lei stessa a definirsi “focosissima”, ardente, e una cosa più delle altre la rende incandescente ed è suonare. Canta bene ma desidera l’organo e dalle prime lezioni appare chiaro a tutti che quello è il suo strumento. Ogni domenica la gente va per ascoltarla suonare. È la sua missione: attirare le persone in chiesa con la sua musica.

Non è ancora suora, sono passati molti anni, gli ordini religiosi non possono accogliere novizie, lo scontro tra Chiesa e Stato è vivo e forte. Maria Giuseppina può scegliere se seguire la carriera da organista, tornare in Sudan o aspettare e insistere per entrare in convento. Decide di non demordere e nel 1874, grazie all’intervento diretto del Papa, entra in convento come corista, avendo ormai alle spalle una ferrea educazione al latino, alle lettere e alla musica.

Passano venti anni, è il 1894, e nel monastero di San Domenico le monache sono rimaste solo sette e tra loro suor Maria Giuseppina è la più giovane e deve prendersi cura delle altre, prostrate dal poco cibo e dalla vecchiaia. Il vescovo di Senigallia decide di unirle ad altre nel monastero di Serra de’ Conti, ed è così che la Moretta arriva nel paese del mio bisnonno.

Quando nel 1909 muore la badessa del convento, tutte chiedono a gran voce che sia lei a prenderne il posto: la bambina del Sudan diventa la custode di un piccolo gruppo di donne che stanno per affrontare insieme gli anni della guerra e della malattia.

Durante i due mandati come abbadessa, suora Maria Giuseppina aiuta le altre monache a trovare la mansione adatta, evita di farle digiunare se le vede troppo magre, si fa carico di compiti semplici come la portineria.

Il legame tra lei e la sua comunità è tale che nel 1914, quando viene chiesto alle suore di lasciare Serra, la gente si rivolta lanciando sassi agli uomini del vescovo che sono venuti a prenderle. Il braccio di ferro che da anni sosteneva con il vescovo per non privare il paese di un luogo di culto così importante proprio alle soglie della guerra, è vinto dalla donna.

Gli ultimi anni sono tormentati, Maria Giuseppina perde via via la vista, ma non si ferma mai nella preghiera e nei propri riti, come il prendere l’acqua dal pozzo ogni mattina. Mentre tira la corda del secchio dice sempre: «Signore salva le anime del Purgatorio quante sono le gocce che io tiro su».

Sono 700 anni che san Francesco è morto e Maria Giuseppina è caduta, si è procurata una brutta ferita che non guarisce, ha vuoti di memoria, momenti di scarsa lucidità, le è rimasto poco tempo.

Una delle suore le chiede di dare un segno quando arriverà il Paradiso e suor Maria Giuseppina acconsente. Fino all’ultimo prova a riprendersi, a suonare, ma la sera del 24 aprile del 1926, muore.

La mattina, alle cinque e quindici, la salma è ormai fredda, ma nel monastero si odono tre squilli di campanella. È Zeinab, ha appena avvisato di essere arrivata in Paradiso, di aver finito il suo viaggio.

di Giulia Caminito


L’autrice

Romana, 33 anni,  ha esordito con il romanzo La Grande A  (Giunti 2016) che ha vinto i premi Bagutta opera prima, Giuseppe Berto e Brancati giovani. Ha scritto  Un giorno verrà  (Bompiani 2019), premio Fiesole narrativa under 40. Il suo ultimo romanzo è  L’acqua del lago non è mai dolce  (Bompiani 2021). Editor, si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Giulio Perrone. È nelle redazioni di Letterate Magazine. Cura  Under - festival di nuove scritture  con l’Associazione Da Sud che si tiene a Roma nelle scuole.