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Masaccio, «La distribuzione dei beni e la morte di Anania», 1428 circa, affresco della Cappella Brancacci della Chiesa del Carmine di Firenze
30 aprile 2021

La ricetta di Charlotte Kreuter- Kirchhof


Che Papa Francesco conti sulle donne anche nel campo economico, non è più un segreto. Le nomine degli ultimi mesi lo hanno confermato. La tedesca Charlotte Kreuter-Kirchhof è una delle sei donne che fanno parte, da agosto 2020, del Consiglio per l’Economia istituito dal Pontefice sei anni prima per vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie della Santa Sede e del Vaticano.

La professoressa Kreuter-Kirchhof è docente di Diritto pubblico nazionale e internazionale presso l’Università Heinrich-Heine di Düsseldorf. Le abbiamo chiesto se esiste una “economia al femminile” o perlomeno uno sguardo femminile sull'economia e se sì in cosa si differenzia dallo sguardo maschile che ha finora dominato nel mondo dell’economia. Un vissuto diverso? L’attenzione ai bisogni dell’altro? L’apertura al cambiamento?

«In quanto cristiana — premette — sono profondamente convinta che ogni persona è stata creata a immagine di Dio imago Dei e che ad ognuna è stata assegnata la propria individualità. E questo è ciò che ci differenzia gli uni dagli altri. Doni e talenti, capacità e carismi sono unici in ogni essere umano e questa molteplicità è un regalo di Dio. Per questo motivo, ad un’economia senza donne mancherebbe la metà del proprio potenziale e sarebbe comunque più povera. Abbiamo bisogno di un’economia inclusiva alla quale tutti possano partecipare. È più importante, secondo me, prendere coscienza di questo dato di fatto, piuttosto che chiedersi se un’economia al femminile sia diversa da un’economia maschile. Dunque, tendenzialmente risponderei di sì alla domanda ma mettendo in guardia contro gli stereotipi. Sono gli obiettivi ad essere determinanti: ci dobbiamo chiedere se la nostra economia si basa sulla libertà e sulla responsabilità delle persone. Se si sforza di raggiungere uno sviluppo sostenibile. Se è orientata unicamente al massimo profitto o se persegue anche risultati di carattere sociale ed ecologico. Queste sono le domande fondamentali per me».

È vero, comunque, che le donne possono apportare un valore aggiunto notevole, ad esempio per trovare modelli economici più creativi, inclusivi e cooperativi?

Il mondo dell’economia ha riconosciuto da molto tempo che non può fare a meno delle competenze, del know-how e della creatività delle donne. E ciò è anche vero nella Chiesa sempre di più. Se nei processi decisionali vengono integrate visioni e prospettive diverse, ne conseguono decisioni migliori e durevoli per l’economia e la società. Oggi, molte imprese considerano la diversità come un’opportunità. Si è arrivati alla conclusione che quando sono squadre inclusive che promuovono l’innovazione il risultato è più soddisfacente. Il contributo delle donne in questo contesto, con le loro specifiche esperienze e peculiarità, è centrale per una economia che voglia ottenere risultati.

Papa Francesco ha esortato i giovani economisti e imprenditori a promuovere un processo di cambiamento globale. Nella sua visione, l’economia deve combinare l’efficienza con la sostenibilità ambientale, e rifiutare la logica della massimizzazione del profitto. È possibile associare mercato e carità?

Questo sogno del Santo Padre trova eco nei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile sottoscritti nel 2015 dai paesi membri delle Nazioni Unite per trovare un equilibrio appropriato fra le esigenze economiche, ecologiche e sociali. Al posto del più alto guadagno individuale possibile, il Programma delle Nazioni Unite si propone una serie di obiettivi sociali, ecologici ed economici. Nel mondo si devono combattere fame e povertà, devono essere costruiti sistemi sanitari funzionali e l’accesso all’istruzione deve essere offerto a tutti. Si deve raggiungere la parità di genere, e mettere a disposizione di tutti acqua potabile e energia pulita e sostenibile. Si deve proteggere il sistema climatico della terra e preservare la biodiversità. Questo grande concetto di sviluppo sostenibile riguarda tutte le nazioni del mondo. In Germania conosciamo ormai da molti anni la “economia sociale di mercato”. La libera concorrenza sui mercati viene condizionata alla salvaguardia del progresso sociale.

Sono sempre stata scettica nei confronti di un mercato senza vincoli. Il mercato può essere regolato e vincolato ad un buon sistema sociale. La libertà e la responsabilità dei singoli promuove l’innovazione contribuendo alla crescita. Contemporaneamente è necessaria una rete sociale affidabile. E particolarmente in questo periodo di pandemia da Covid-19 non si può rinunciare alla voce della Chiesa che chiede giustizia in tutto il mondo. Uno sviluppo durevole supera i confini delle nazioni.

Parliamo, ora, della Chiesa dove c’è un grande ritardo per quanto riguarda la partecipazione delle donne ai processi decisionali, la presenza nei ruoli dirigenziali. Lei come vive questa situazione e cosa suggerirebbe?

Nel 2013 i vescovi tedeschi hanno deciso di aumentare il numero delle donne nei ruoli direttivi. Hildegardis-Verein, una associazione di donne cattoliche che presiedo, ha assunto l’incarico di sostenere la Conferenza Episcopale Tedesca in questo compito. Abbiamo messo a punto un programma di mentoring, Kirche im Mentoring – Frauen steigen auf (Chiesa nel Mentoring - le donne emergono). Dal 2015 più di cento candidate hanno concluso con successo il nostro programma. Donne che possiedono il potenziale richiesto e che desiderano assumere un ruolo direttivo nella Chiesa, vengono accompagnate per un anno da un mentore, donna o uomo, di provata esperienza che già ricopre un ruolo direttivo nella Chiesa. È il primo, e per quanto ne sappia l’unico, programma di questo tipo, in tutta la Chiesa cattolica. Funziona con la forza dell’esempio ed è una strada che la Chiesa dovrebbe percorrere con energia.

Lei ha detto che l’avvenire della Chiesa è strettamente legato ai compiti che saranno concessi alle donne. Cosa intende esattamente?

Il futuro della Chiesa è riposto nell’annuncio del Vangelo e nella celebrazione dei sacramenti. Per adempiere a questo incarico la Chiesa non può rinunciare alle competenze e al carisma delle donne. Vediamo che sempre più donne assumono ruoli direttivi. Recentemente, i vescovi tedeschi hanno eletto la dottoressa Beate Gilles segretario generale della Conferenza episcopale, un ruolo centrale di guida. Altre donne, in Germania, assolvono oggigiorno incarichi direttivi in molte diocesi. Per esempio, Stephanie Herrmann è a capo dell’Ordinariato dell’Arcidiocesi di Monaco-Freising in qualità di condirettore con il vicario generale. Forme e strutture di guida in comune e responsabilità decisionali condivise offrono grandi opportunità alla Chiesa. Dovremmo applicare questo modello in futuro ai vari livelli della vita ecclesiastica, nelle comunità e nelle diocesi. E in effetti, nel Consiglio per l’Economia in Vaticano, la nostra Chiesa si è affidata anche alla competenza e ai suggerimenti di donne. In tutti questi luoghi, notiamo che le decisioni condivise da uomini e donne, da religiosi e laici rafforzano l’annuncio e il mandato che ci ha assegnato Gesù Cristo.

Papa Francesco sta nominando sempre più donne in posti di direzione. Ma molte donne cattoliche pensano che non basta. Secondo lei, cosa manca? Quale sarebbe la cosa più urgente da affrontare?

La storia della Chiesa è anche una storia di chiamate. Il Signore chiama l’essere umano, lo invita a seguirlo. Ogni persona dovrebbe potere seguire la propria chiamata affinché nella Chiesa si realizzino tutte le vocazioni, tutti i carismi. Ho l’impressione che il Santo Padre senta che la Chiesa si priva di un enorme potenziale di doni e attitudini se non si apre seriamente alle vocazioni femminili e se non risponde alle loro disposizioni. Dobbiamo trovare nella nostra Chiesa le strade che rendano possibile la partecipazione di tutti i credenti ai processi decisionali che richiedono trasparenza e controllo e rafforzino la sinodalità.

di Romilda Ferrauto