· Città del Vaticano ·

La foresta silenziosa

Suor Daniela,
convocata da Dio

Suor Daniela Cancilia
03 aprile 2021

Giocava a calcio come portiere, poi ha fondato un ordine religioso


«Scrivi che benedico tutti i miei frati che sono ora in questa religione e quelli che entreranno sino alla fine del mondo. E siccome, a motivo della debolezza e per la sofferenza della malattia, non posso parlare, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre parole. Cioè: in segno e memoria della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino gli uni gli altri, sempre amino ed osservino Nostra Signora la Santa Povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della Santa Madre Chiesa». Queste sono le parole del Piccolo testamento o Testamento di Siena che fu dettato da Francesco a frate Benedetto nella primavera del 1226, quando il futuro santo era gravemente malato. Hanno deciso di chiamarsi così le “Sorelle del Piccolo Testamento” e di seguire tre semplici regole: l’amore fraterno, l’amore per la “santa” povertà e la fedeltà alla “madre” Chiesa. Si dice che Francesco, a differenza di altri riformatori evangelici del suo tempo, non puntasse mai il dito per accusare. Allo stesso modo, incontrando suor Daniela Cancilla, la fondatrice insieme a suor Francesca di quello che dal 2007 è un nuovo ordine riconosciuto dal vescovo di Gubbio, si ha la sensazione che questa donna sorridente cerchi sempre e solo di testimoniare con umiltà il Vangelo. Nonostante le sue posizioni radicali e la regola francescana seguita in modo letterale, c’è in lei un grande amore per la Chiesa: «Quando dico Chiesa, intendo famiglia di Cristo non solo i sacerdoti». Suor Cancilla è arrivata a Gubbio nel 2003 da Favara, in provincia di Agrigento, dove era conosciuta come la “suora calciatrice” per la sua passione, e anche un certo talento, per il calcio. Dopo essersi iscritta a Scienze delle Comunicazioni, la vocazione prevale e Daniela nel 1998 entra in convento. «Il calcio femminile? Be’ per i miei genitori è stato più difficile accettare che mi facessi suora! », dice mentre mi fa largo all’interno della chiesa di Santa Maria della Vittorina, un gioiello romanico di cui oggi hanno cura le sorelle dell’ordine. Ci accomodiamo nell’accogliente sacrestia della celebre chiesetta che si trova all’interno di un parco cittadino: secondo il racconto narrato nei Fioretti in questo luogo, intorno al 1220, Francesco incontrò e ammansì «un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini».

In un’altra vita suor Daniela era una calciatrice professionista, giocava come portiere nel Fabaria 2000, squadra di serie C di Favara. Oggi il suo amore per il calcio è rimasto, gioca con i bambini e il suo nome viene citato per una costituenda Nazionale delle suore. «Il calcio mi ha salvato dall’individualismo e dall’egoismo. È uno sport di squadra dove occorre passarsi la palla, non sei nessuno se non tieni al resto della tua formazione. Mi ha insegnato la possibilità di fare insieme».

All’inizio non voleva trasferirsi in Umbria, racconta, però dopo ventiquattr’ore a Gubbio era già innamorata. «Mi sono fidata. Ora la preferisco perfino ad Assisi». Fino al 2009 le suore del Piccolo testamento hanno abitato stabilmente nell’Eremo di Sant’Ambrogio; ora ci trascorrono brevi periodi, poiché la permanenza fissa nell’antico romitaggio non è più sostenibile. Benché si trovi a nemmeno un chilometro del centro storico, l’eremo, a cui si accede soltanto piedi, è uno degli edifici più suggestivi dell’Umbria e anche meno conosciuti: posto tra balze rocciose, poggia su pareti quasi perpendicolari alla strada che si incastra nella vertiginosa Gola del Bottaccione. Suor Daniela insieme ad altre giovanissime sorelle/compagne si ritirano talvolta in preghiera in questo tempio del silenzio. A Gubbio invece abitano il convento di San Marziale, dove hanno anche due stanze aperte ai pellegrini e ai turisti che percorrono il Camino di San Francesco.

Chiedo a suor Daniela cosa pensa di Fratelli Tutti, l’enciclica di Papa Francesco, se davvero è un testo maschilista, come è stato detto da chi polemizza con la scelta del titolo. «Basta leggere poche pagine ed è chiaro che non sia così. Fratelli tutti è un miracolo! Nelle parole di Francesco intuizione e istituzione si toccano. Certo che la Chiesa è maschilista, eccome, ma non lo è questo papa», dice. «Il problema è che i preti entrando in seminario, spesso da bambini, non hanno avuto un confronto quotidiano con il femminile, non hanno avuto quest’opportunità. Il problema della Chiesa è il clericalismo: da sempre la Chiesa conta e si appoggia sulle donne religiose e fedeli laiche, ma escludendole da ogni incarico, negando loro ogni posizione di responsabilità. Le cose stanno cambiando lentamente: nelle diocesi crescono le quote rosa e in Vaticano ci sono donne sottosegretarie. Quando papa Francesco dice che il cambiamento è già in atto non ci inganna, ma non bisogna fermarsi. Il problema, per come la vedo io, è innanzitutto il modo in cui le scritture sono state interpretate per secoli. Pensiamo a Maria Maddalena, identificata erroneamente come una prostituta redenta da Cristo: la festa liturgica è stata istituita soltanto nel 2016, da Papa Francesco, eppure è stata la prima ad annunciare la Resurrezione meritandosi in seguito il titolo di apostolo tra gli apostoli. Ma sai perché dove c’è una donna tutto funziona meglio? Perché la maternità ti rimette con i piedi per terra. T’insegna a prenderti cura degli altri, a concretizzare. La donna non è madre soltanto fisicamente, ci sono tanti modi per esserlo. Io non sento di non essere madre».

Con questa donna di chiesa, di fede limpida e determinata, non avrei pensato di poter parlare di maternità e persino di aborto. Miei pregiudizi. Suor Cancilla ha presente la tormentata questione della pillola abortiva Ru486, innescata proprio dalla decisione della giunta di centro-destra della Regione Umbria di proibirne l’uso. Non elude domande, e argomenta le sue posizioni. «I politici devono sempre evitare di strumentalizzare l’opinione pubblica», dice. «Tuttavia io credo che quando si parli di aborto si parta sempre da presupposti sbagliati: molte donne scelgono di abortire per paura di non essere libere. È un errore! Perché per una donna diventare madre non è mai un impoverimento, è sbagliato pensare che un figlio ti tolga libertà. Se lottiamo per il diritto all’aborto, abbiamo perso di vista cosa significhi essere donne, essere libere. Alcune persone scelgono l’aborto perché credono di non poter sostenere un figlio… ma noi non abbiamo davvero più idea di che cosa sia la povertà, la miseria. Al contrario, oggi abbiamo bisogno di reimparare ad accogliere».

di Valentina Pigmei