· Città del Vaticano ·

Testimoni

La morte fa sempre paura
Anche a me

Sister Helen Prejean (da sisterhelen.org)
03 aprile 2021

Sister Helen, che si batte contro la pena capitale


«Nessuno avrebbe mai potuto provarlo in tribunale, ma io nelle pupille di Patrick Sonnier, il primo dei condannati a morte che ho accompagnato fino al giorno dell’esecuzione, potevo vedere il figlio di Dio. Per questa ragione nei giorni della Pasqua penso alla possibilità di resurrezione anche di coloro che hanno sbagliato come Sonnier, che nel 1978 aveva ucciso un ragazzino di diciassette anni. E la redenzione verso il perdono è quello che ho conosciuto grazie al padre di quel ragazzino, David Leblanc, così forte da riuscire a perdonare il suo assassino».

Sister Helen Prejean compirà 82 anni tra qualche giorno nella sua casa di New Orleans, Louisiana, dove ha trovato rifugio all’inizio della pandemia, per la prima volta impossibilitata a muoversi dopo oltre quarant’anni di attivismo e preghiera contro la pena di morte negli Stati Uniti. Il suo libro Dead Man Walking è uno degli scritti più importanti del Novecento dei diritti civili, oltre ad avere contribuito alla riflessione che ha portato a modificare la dottrina della Chiesa sulle esecuzioni capitali. Di questo Helen Prejean, suora della congregazione di san Giuseppe, ama raccontare a partire dalla sua straordinaria esperienza accanto ai condannati a morte: «Entrando nelle carceri ho compreso ciò che papa Francesco ha detto della Chiesa come ospedale da campo aperto a tutti i feriti, perché Cristo è dove sta la sofferenza e Cristo è nella dignità di tutti gli esseri umani, compresi coloro che hanno compiuto dei crimini». Da questo cammino Sister Helen ha ricavato una definizione della fede: «Non è soltanto preghiera, non è unicamente andare a messa. La fede è comprendere la connessione tra Dio e tutte le cose. È guardare negli occhi un reo confesso e vedere che Dio si trova anche in quello sguardo». I suoi libri, i suoi discorsi e gli interventi pubblici hanno l’obiettivo di modificare spiritualmente la società sul tema della giustizia e della vendetta, ma il suo ragionamento tocca anche la materia giuridica e le procedure che portano uno Stato a togliere la vita: «Le esecuzioni capitali toccano per statistica i più poveri e i più indifesi. Penso a Lisa Montgomery, messa a morte dallo Stato federale lo scorso gennaio. Il suo delitto è indicibile, ma lei nella vita aveva conosciuto soltanto abusi, stupri e torture da parte della famiglia. Era la persona più spezzata tra gli spezzati».

La colpa e il perdono, l’innocenza e l’ingiustizia. Sister Helen ha vissuto umanamente e cristianamente dentro questi concetti una vita intera. Conosce il percorso delle famiglie delle vittime, che dopo l’esecuzione leggono pubblicamente un messaggio scritto dagli uffici del governo dove ringraziano le autorità federali perché riconoscono che giustizia è stata fatta. «Gioire della morte di un essere umano, per quanto colpevole, è un secondo trauma per le persone che hanno perso una persona amata», riflette la religiosa che ha seguìto passo dopo passo il cammino del padre di David Leblanc, aggredito dalla rabbia e dal dolore per l’assassinio del figlio per il quale Patrick Sonnier fu condannato alla sedia elettrica. «Ho condiviso con questo padre il suo viaggio nel perdono. La prima tappa fu dolore e voglia di vendetta. Poi un giorno mi disse: questo evento così terribile mi ha cambiato la personalità. Prima ero un uomo mite, ora sono un vaso colmo di rabbia. Hanno ucciso il mio ragazzo, ma non riusciranno a uccidere me. E così ha smesso di volere vendetta. Il signor Leblanc ha compreso che perdonare non significa cedere alla debolezza né ammettere che perdere un figlio in fondo non sia una faccenda così grave. Significa dare piena fioritura al termine: il perdono è qualcosa che diamo per primi affinché l’amore di Dio e noi stessi non veniamo travolti da quanto accaduto. Grazie al perdono il signor Leblanc non ha smarrito il senso dell’amore e un giorno si è presentato nel portico della madre dell’assassino di suo figlio, la signora Sonnier, che a malapena usciva di casa perché continuamente oggetto di attacchi e ingiurie da parte degli abitanti della cittadina. Leblanc le disse: sono qui perché siamo entrambi genitori e non possiamo essere ritenuti responsabili per come si comportano i nostri figli».

La verità di un condannato a morte figlio di Dio e degno di essere salvato è ciò che l’ha sostenuta nel 1995 quando, alla lettura dell’enciclica Evangelium Vitae di papa Giovanni Paolo ii , ha appreso che «secondo il mio pontefice e dunque secondo la Chiesa la pena di morte doveva essere rara, se non inesistente tranne, e queste furono le parole che mi scioccarono all’epoca, in casi di assoluta necessità». Proprio in quegli anni gli Stati Uniti erano scossi dal caso di Joseph O’Dell, condannato a morte dopo un processo molto dibattuto che vedeva Sister Helen impegnata notte e giorno. Così la religiosa scrisse al Papa: «Gli spiegai il mio disagio. L’enciclica sosteneva il movimento pro-life contro l’aborto, l’eutanasia e il suicidio assistito, ovvero l’uccisione degli innocenti, ma non difendeva la vita delle persone colpevoli di reati gravi. Usai parole che sapevo sarebbero arrivate al suo cuore e gli raccontai che uno dei sei condannati a morte che ho avuto la grazia di assistere, nel giorno della esecuzione, ammanettato e circondato dalle guardie, si voltò e mi disse: Sister Helen, preghi affinché Dio aiuti le mie gambe a camminare. Chiesi dunque al papa: dov’è la dignità nell’uccidere una persona senza difese?».Lo scritto di Helen Prejean ebbe il suo effetto dottrinale, poiché nel 1997 durante la sua visita a Saint Louis papa Giovanni Paolo ii pronunciò parole di pietra contro la pena capitale, definita crudele e non necessaria. «Per il mio cuore fu una gioia indefinibile e fu anche la prova che una donna come me, insieme a tante donne impegnate nella difesa degli umili e dei disgraziati, può rinnovare lo spirito della Chiesa» continua Sister Helen, che è tornata a scrivere al Pontefice, a papa Francesco, proprio per sollecitare un maggiore peso della presenza femminile. Le donne – scrisse a Francesco all’inizio del suo pontificato– «possiedono cuore, compassione, senso della comunità. La Chiesa non sarà mai salva se non le invita al tavolo decisionale e del dialogo. Posso predicare nelle sinagoghe, nelle sale municipali, ovunque, ma non nella mia casa che è in chiesa. Abbiamo bisogno dell’esperienza delle donne per vivificare».

L’ultimo pensiero, una riflessione che le è diventata urgente, è quella della propria morte. «Nonostante abbia famigliarità con la fine della vita, ammetto di avere paura» dice. E per fornire una immagine di consolazione evoca la sorella, Mary Ann, mancata nel 2016. «Siamo cresciute insieme e da bambine a Baton Rouge, dove siamo nate, facevamo un gioco per il quale dovevamo saltare dall’altalena e afferrare una corda che penzolava. Ero molto intimorita perché temevo di cadere a terra. Ricordo che tutti i bambini saltavano e afferravano la corda, mentre io titubavo e Mary Ann con le mani sui fianchi mi incoraggiava: lo abbiamo fatto tutti, non frignare, ora fallo anche tu. Ho risentito la sua voce il giorno dopo il suo decesso: Helen, in tanti siamo morti, non frignare, un giorno toccherà anche a te. Ringrazio Dio per averla avuta a fianco per molti decenni, la vera coraggiosa era lei, io ho solo seguito il suo esempio».

di Laura Eduati