· Città del Vaticano ·

Corano

Il luogo del ritorno

«La morte di Maometto», miniatura presente nel manoscritto ottomano del Siyar-i Nebi, 1595. Topkap ı Saray ı Müzesi, Istanbul (Wikipedia)
03 aprile 2021

Il Paradiso dell’Islam, preghiere e riti funebri


Esiste una vita dopo la morte. Esiste la promessa di un Paradiso da raggiungere se avremo vissuto con rispetto e amore. Esiste la resurrezione anche dei corpi.

Per i musulmani, il punto di passaggio è quello che distingue “vita breve” da “vita eterna”. Breve, quella che viviamo adesso, qui, ora, immersi nella fatica della pandemia, nella quotidianità degli impegni di lavoro, di studio, nei momenti di preghiera.

Eterna quella che si apre dopo la morte e che dopo la “prima” terrena sarà ancora fisica, carnale. Il Paradiso descritto nel Corano è un luogo altro ma concreto. Talmente bello che «non siamo in grado di immaginarlo» – spiega Izzeddin Elzir, imam di Firenze, fondatore della Comunità islamica della Toscana, già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia. Secondo il racconto islamico «vivremo il passaggio della morte, ma avremo di nuovo una vita. Il come non lo sappiamo». Chiosa: «Nessuno fra quelli che vivono la vita eterna è tornato a descrivercela».

Nel libro sacro dell’islam, il Paradiso – la Jannah - è descritto con piante lussureggianti, fiori di ogni foggia e colori, fiumi deliziosi di miele e di vino. «Già il vino, anche se per i musulmani bere alcol è fatto divieto. Che vino sarà? La descrizione del Paradiso suscita davvero tanta curiosità».

Ci sono «tanti versi nel Corano che parlano di Paradiso – continua - ma preferisco ricordare un detto del profeta Maometto, la pace sia con Lui, quando dice che dopo la nostra vita breve ci aspettano cose e luoghi che non sono mai stati visti e sentiti e nemmeno pensati». Ma soprattutto, per i musulmani, il passaggio fra la vita breve e quella eterna ha un unico obiettivo: «Vedere il volto di Allah. Questo sarà possibile per chi, in questa vita terrena e breve, sarà stato una persona pia».

Per meritarsi di vivere nella Jannah si dovrà aver vissuto la vita in convinta adorazione: «Non basta la preghiera come rito che toglie cinque minuti alla giornata, non serve “solo” non parlare male degli altri. Serve dialogare con l’altro, lavorare, amare il prossimo, rispettare l’ambiente, adorare il Signore con le azioni e non solo con cinque preghiere quotidiane». Commenta l’imam di Firenze: «lo si chiami Dio o Allah, è sempre il Misericordioso e il Clemente e a Lui dobbiamo tendere». Normalmente, sottolina Izzeddin Elzir «non si dovrebbe avere paura della morte. Ma siamo esseri umani. La vita che viviamo è breve per Dio, per noi umani è una vita lunga. Come quando si prova tristezza per il semplice fatto di cambiare città, come si piange salutando la mamma o il figlio che ci lasciano, anche se siamo consapevoli che ci ritroveremo, la morte è un momento tragico. Nel Corano sta scritto che chi viene colpito da una “disgrazia”, e si intende la morte, deve dire “Siamo di Allah e a Lui ritorniamo”». (Corano – Sura II, verso 156)

Parole che per essere vere devono essere pronunciate e vissute con fede profonda e convinta e ricordando, nel momento del passaggio tra la vita e la resurrezione nell’altra, la “testimonianza” del profeta Maometto, attraverso la lettura di alcuni brani del Corano. Un rito che in questo anno terribile di pandemia, fra i fedeli musulmani ha subito dure limitazioni: «È importante che chi sta per lasciare la vita possa, se è in grado, ripetere la testimonianza ma siamo certi che anche nei momenti più complicati, più difficili della malattia, quando sembra che chi soffre e sta per lasciarci non sia cosciente e in sé, riesca comunque a comprendere le parole di chi gli sta accanto».

Dopo, continua Elzir, «il rito prevede un lavaggio accurato e la fasciatura del corpo – nudo come siamo arrivati sulla terra - in una stoffa bianca. Così salutiamo i nostri fratelli nell’islam».

Ma il Covid ha cambiato la prospettiva mantenendo saldo il principio della sacralità della vita contenuto nel Corano e vissuto profondamente: «In questo periodo, i nostri medici, i medici in generale, hanno affermato che lavare il corpo di un contagiato implicasse la possibilità di trasmettere il Covid. Per questo una fatwa – una disposizione del diritto islamico – ha stabilito che si dispensasse dal lavaggio limitandosi a un rito molto più semplice.

Si fa quello che si può fare. La sicurezza sanitaria, la difesa della vita è importantissima». (Elena Di Dio)