· Città del Vaticano ·

Questo mese Webinar

I mille colori
di «Fratelli tutti»
Quando un’enciclica
viene riletta per l’8 marzo

Suor Ann Rosa Nu Tawng in ginocchio davanti ai militari a Myitkyina, in Myanmar
03 aprile 2021

Letta con gli occhi di una donna, che cosa svela l’enciclica Fratelli tutti? E quali significati nuovi emergono da quelle pagine se si prova a proiettarle nel prisma di sensibilità femminili diverse per religione, per cultura, per provenienza? Da quando è stata pubblicata - e prima ancora, con le polemiche sul titolo - la terza enciclica di Francesco è stata oggetto di attente letture e riletture, anche in occasione dell’ultima Giornata internazionale della donna.

Il tema è stato scelto dalla Consulta femminile del Pontificio Consiglio per la Cultura e l’Umofc, Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche, d’intesa con il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, che hanno convocato a discuterne in un webinar studiose, teologhe di diverse fedi e sette ambasciatrici presso la Santa Sede di tre continenti, dal Sud America all’Europa all’Asia.

Voci diverse per tessere un dialogo che appare come «la messa in pratica di quella cultura dell’incontro che il Papa sollecita nell’enciclica», come ha notato Maria Elvira Velàsquez Rivas-Plata, ambasciatrice del Perù. Un dialogo che può arricchire anche la riflessione maschile su Fratelli tutti, se è vero – ha suggerito il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura - che uno sguardo femminile può «cogliere tanti colori, tante sfumature, tante dimensioni che ci erano sfuggite». Non è indifferente che lo sfondo di questo dibattito sia un mondo piagato dalla pandemia. Al cuore della riflessione, s’impone così ciò che il Pontefice descrive come la «cura della casa comune, il pianeta». Il Covid-19 ne ha mostrato la fragilità. «Se il mondo va ricostruito, ma ricostruito meglio, il tema della solidarietà globale, dell’empatia, della compassione, della cura deve sostenere tutti gli sforzi delle istituzioni e dei governi» ha osservato Irina Bokova, ex direttrice generale dell’Unesco, componente dell’Alto comitato della Fratellanza umana. Ed è qui che il ruolo femminile si rivela decisivo. «Le donne sanno guidare una società malata. Lo facciamo da secoli, curando i membri più fragili della famiglia», ha rivendicato Marìa Lìa Zervino, Servidora presidente generale dell’Umofc. E ha ricordato: «Per tutti, la prima casa è stata il corpo di una donna». In nome di questa competenza naturale, «il protagonismo delle donne è vitale», perché come «artefici dei progetti di risanamento e di reincontro» possono ricostruire «le macrorelazioni sociali, economiche, politiche».

Per tessere nuove relazioni, occorre «educare all’apertura del cuore». È l’appello che, nelle pagine di Fratelli tutti, coglie Elena Seishin Viviani, vicepresidente dell’Unione italiana buddisti: un invito a una «riumanizzazione della società» che consenta di «rigenerare una convivenza pacifica» alla luce di ciò che il Dalai Lama ha definito «l’interesse personale saggio», ovvero l’attitudine a «tenere in considerazione il prossimo anche quando si persegue la propria personale felicità». Per dire del legame inscindibile tra l’individuo e gli altri, Shahrzad Houshmand Zadeh, teologa iraniana, ha voluto citare i versi di un poeta del xiii secolo, Sa’di: «Gli esseri umani vengono dalla stessa perla… Quando una delle parti soffre di qualche male, anche le altre provano dolore… Non puoi considerarti parte dell’umanità se non hai compassione di quel dolore». Al dolore degli “abbandonati”, alla sofferenza delle “periferie, geografiche ed esistenziali” il Papa dedica pagine intense. Le ha citate Maria Fernanda Silva, ambasciatrice dell’Argentina, ricordando come la pandemia stia imponendo un arretramento pesante della condizione e dei diritti delle donne e stia moltiplicando antiche piaghe, come i matrimoni infantili. E ancora una volta è «il fermento del femminile», evocato da Swamini Hamsananda Ghiri, vicepresidente dell’Unione induista italiana, a proporsi di curare «la disastrosa aridità interiore» che segna il nostro tempo col «prendersi cura del mondo come dimora di pace».

Un’utopia, in tempi di duri, sanguinosi conflitti? Elisabeth Beton Delégue, ambasciatrice di Francia, ha evocato l’immagine, divenuta virale, della «meravigliosa suora in ginocchio, in Myanmar, davanti ai militari schierati» contro i manifestanti, dopo il golpe, per dire della forza delle donne come «artigiane di pace», secondo un’espressione che ricorre in Fratelli tutti.

Ultima considerazione, in questa riflessione femminile (vi hanno preso parte anche la teologa ebraica Nadina Iarchy e, per una prospettiva ecumenica, Isabel Apawo Phiri): l’utilità del confronto tra religiosi e laici. L’ha sottolineato Sally Axworthy, rappresentante britannica, richiamando la minaccia poderosa del cambiamento climatico: «Abbiamo bisogno di sentire la voce delle religioni. Noi abbiamo la tendenza a concentrarci sul breve periodo, i leader religiosi pensano sul tempo lungo. Dobbiamo ascoltarli».

di Bianca Stancanelli