· Città del Vaticano ·

La «Pasqua» di Primo Levi

Sera delle differenze

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30 marzo 2021

È un pomeriggio del 9 aprile 1982 ed è Venerdì santo. Là fuori, a Torino, tutto è grigio, come in certi film di Bergman. Primo Levi è da solo nel suo studio. Una stanza abbastanza austera, ma colma di libri fino all’inimmaginabile. Così, gli viene in mente d’allestire un fantasioso banchetto di pasqua, che si tiene solo nella sua testa. Le vicende della sua vita l’hanno portato a essere ateo, come ha dichiarato ne I sommersi e i salvati, ma ciò non lo trattiene.

Stende gli assi di legno e li copre con una tovaglia amaranto, finemente ornata. Invita tutti i lettori della raccolta Ad ora incerta, e non solo. Nessuno è escluso dalla sua pasqua, la «pasqua delle differenze», che si scrive con la lettera minuscola, senza che nessuno s’offenda. Ogni elemento della mensa ricorda i tratti materiali e simbolici della tradizione ebraica, ma sembra parlare a tutti gli uomini, ma proprio a tutti, purché siano «di buona volontà». La tavola è apparecchiata, così ben disposta e ammannita di fresco, che il solo vederla ci riempie di gioia. Il karpas (sedano) annuncia il cantico d’una nuova primavera: il fischio della tortora, i teneri primaticci del fico, i profumi delle viti in fiore.

Il piatto del Seder è lì dove deve stare. E anche le tre matzot, chiazzate di bruno come carte di papiro, sono lì dove devono stare: a ricordarci la concitazione di una lontanissima fuga di libertà, che somiglia a tantissime altre a noi più vicine.

Stanotte, però, non abbiamo fretta come i padri d’Israele. Assaggeremo e intingeremo ciuffi d’erbe amare, zampe di capretto arrostito, bianchissime beitza dal cuore d’oro, senza premura alcuna.

C’è anche una ciotola di charoset, odoroso di mandorle, di mele, di datteri e di prugne, di noci, di vino dolce. C’è tutta l’oppressione d’Israele in questa ciotola, che assomiglia alla “caldarella” della schiavitù, colma d’argilla, di paglia, di sangue e di sudore. Lo sanno le piramidi d’Egitto e tutti gli obelischi di Roma, al Laterano, all’Esquilino, al Flaminio, forse anche il nostro, qui, al centro della Piazza delle piazze, il prezzo umano d’ogni mattone di fango.

Ma qui, nella testa di Primo Levi, l’umanità sembra raccolta tutta in un grande convivio, che assomiglia al Paradiso di Paolo, dove non v’è «Giudeo né Greco; non v’è schiavo né libero; non v’è maschio né femmina» (Galati 3, 28-29) e tutti sono uno, nella discendenza di Abramo e nella più grande promessa della fede, che non ha davvero confini. E somiglia anche al «santo monte» di Isaia, dove dimoreranno e brucheranno insieme lupo e agnello, pantera e capretto, vitello e leoncello, vacca e orsa e i bambini si trastulleranno sulla buca dell’aspide, senza paura (Isaia 11, 6-8). Saranno realizzate le parole di Niceta Pettorato, grande monaco dello Studion di Costantinopoli: «Una volta raggiunta la vera preghiera e il vero amore, l’uomo non farà più distinzione tra le cose», come Dio che ama tutti allo stesso modo e non giudica. Accenderemo il lume e faremo entrare il pellegrino questuante: chi ci dice che sotto i cenci non vi sia il profeta? D’altronde, Dio ama nascondere la grandezza nelle cose piccole e povere. Abraham, che significa padre di moltitudine — ricordate? — alle querce di Mamre, pensava di ricevere un ospite e invece ricevette la visita degli angeli di Dio (Genesi 18).

La «pasqua delle differenze» di Levi, forse si tiene proprio lì, alle querce di Mamre, in una tenda umilissima, scaldata soltanto dai fiati e dalla fiamma d’una candela. Entreremo, siederemo, berremo, canteremo, ma soprattutto: ci ascolteremo. Faremo la pasqua, che è liberazione e redenzione. Consumeremo insieme il «pane della sofferenza», che è pane, ahinoi, di tutte le creature, e poi l’agnello, la malta dolce e l’erba amara.

Non avremo più il cruccio della proibizione: potremo appoggiare anche i gomiti alla mensa, perché ogni male si volgerà in bene. Nessuno si scandalizzerà, perché non vi sarà più scandalo né cattivo esempio né offesa alla morale. Non vi sarà più neanche la morale. Basterà la Grazia a benedire di nuovo ogni cosa e a renderla innocente e benevola. Per via della Grazia, il mondo intero ci apparirà di nuovo in un aspetto incantevole. Ci sentiremo così leggeri da credere di non avere più corpo, di volare felici nell’aria anziché camminare sulla terra.

Aspetteremo il giorno, raccontandoci «lontani eventi pieni di meraviglia» e ci rapiremo nel vino, fino a vedere «cozzare i monti come becchi». E ciascuno di noi, saggio, empio, ingenuo, infante si scambierà domande con gli altri. Saranno proprio le domande a sancire l’armonia della tavola, giacché è per le risposte che gli uomini si sono sempre fatti la guerra. Le domande, invece, hanno una natura mite, pacifica. Dalle domande nasce solo amicizia, saggezza, cordialità, accoglienza.

E quando il tempo rovescerà il suo corso, come un fiume torto dalla vanga, ci sorprenderemo tutti, Ebrei e Gentili, in cammino sulla sabbia asciutta del Mar Rosso. «Quest’anno in paura e vergogna / L’anno venturo in virtù e giustizia».

di Roberto Rosano

Pasqua


Ditemi: in cosa differisce
Questa sera dalle altre sere?
In cosa, ditemi, differisce
Questa pasqua dalle altre pasque?
Accendi il lume, spalanca la porta
Che il pellegrino possa entrare,
Gentile o ebreo:
Sotto i cenci si cela forse il profeta.
Entri e sieda con noi,
Ascolti, beva, canti e faccia pasqua.
Consumi il pane dell’afflizione,
Agnello, malta dolce ed erba amara.
Questa è la sera delle differenze,
In cui s’appoggia il gomito alla mensa
Perché il vietato diventa prescritto
Così che il male si traduca in bene.
Passeremo la notte a raccontare
Lontani eventi pieni di meraviglia,
E per il molto vino
I monti cozzeranno come becchi.
Questa sera si scambiano domande
Il saggio, l’empio, l’ingenuo e l’infante,
E il tempo capovolge il suo corso,
L’oggi refluo nel ieri,
Come un fiume assiepato sulla foce.
Di noi ciascuno è stato schiavo in Egitto,
ha intriso di sudore paglia ed argilla
ed ha varcato il mare a piede asciutto:
Anche tu, straniero.
Quest’anno in paura e vergogna,
L’anno venturo in virtù e giustizia.

Da «Ad ora incerta»
(«Opere», volume II, Einaudi, 1988)