· Città del Vaticano ·

L’esperienza in Marocco della Compagnia missionaria del Sacro Cuore di Gesù

Piccola presenza
in un grande dialogo

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30 marzo 2021

«Anche se siamo in un ambiente totalmente musulmano, riusciamo a dare la nostra testimonianza cristiana partendo dall’amicizia e dalla vicinanza, due valori a cui diamo molto importanza e che cerchiamo di mettere in pratica ogni giorno». Parole che esprimono profondi valori di fede quelle pronunciate da suor Olga Castro, una delle sole tre religiose della Compagnia missionaria del Sacro Cuore di Gesù che rappresentano l’unica comunità cattolica presente a Taza, città collinare del Marocco di circa 150 mila abitanti, situata lungo la rotta Fez-Oujda, due importanti centri del Paese africano. Il piccolo istituto ha scopi esclusivamente missionari ed è presente negli Stati Uniti (Texas), in Perú, Colombia, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Ciad, India e Cambogia. «Non si può parlare pubblicamente della religione cattolica, ma dopo quasi vent’anni di vita qui siamo ben conosciute, molti sanno chi siamo e come operiamo», ha aggiunto la religiosa. «Le persone sono molto amichevoli, ci rispettiamo, ci aiutiamo a vicenda e cerchiamo di vivere la carità fraterna».

L’esperienza in questo contesto ha le sue radici in un’assemblea generale dell’istituto svoltasi nel 1996. In quest’occasione, ha spiegato la missionaria sul portale della Società missioni africane, «abbiamo molto riflettuto sulla nostra missione e su come nella Chiesa si cominciasse a parlare di dialogo interreligioso come prima parte dell’evangelizzazione. Abbiamo dunque pianificato di lavorare in un Paese totalmente non cristiano in cui realizzare questo obiettivo». La congregazione chiese così alle consorelle chi volesse proporsi come volontaria per iniziare questa nuova avventura. «Tre di noi, tra cui io stessa, provenienti da luoghi diversi, si sono offerte. Abbiamo contattato l’allora arcivescovo di Tangeri, José Antonio Peteiro Freire, che ci propose una località dove poter iniziare la nostra missione, e ci siamo così insediate nella città settentrionale di Tétouan, dove siamo rimaste tre anni. Poi una parte della comunità si è trasferita nella città di Taza, nella zona centro-orientale del Paese: lì abbiamo scoperto come è vissuto il dialogo interreligioso con i musulmani».

Un dialogo arricchitosi via via con gli anni grazie alla disponibilità e apertura espressa dalla popolazione. «Ci offrono la loro testimonianza: i valori che vivono e il loro modo di metterli in pratica in situazioni difficili che sono costretti a vivere. A Taza non abbiamo mai notato alcuna intolleranza religiosa anzi, al contrario, apertura e attenzione. Per prudenza, quando siamo in qualche luogo pubblico o in treno e qualcuno vuole approcciare con noi una conversazione su temi religiosi, stiamo molto attente a quello che diciamo e non ci sono mai stati problemi. La nostra comunità vive il dialogo interreligioso nella vita e nel lavoro con la gente».

Un impegno che passa anche attraverso l’attività presso un’associazione che si occupa di bambini disabili. Non solo: «Se c’è un’infermiera nella comunità — ha precisato suor Olga — essa lavora all’ospedale statale dove si accolgono e curano tutti, anche le persone più povere, soprattutto coloro che vivono in campagna. Aiutiamo i bambini poveri a completare i loro studi quando abbandonano la scuola. E a partire dalle persone incontrate durante questi servizi, visitiamo le famiglie facendoci prossime dei più anziani, dei neonati, delle mamme». La maggior parte delle famiglie di Taza sono originarie dei villaggi di montagna, venute in città per permettere ai figli di continuare la scuola dato che dove risiedono c’è solo quella elementare. «Sono persone molto semplici, aperte, accoglienti. Con loro si fa immediatamente amicizia, ci invitano con facilità e semplicità a casa loro, alle loro feste familiari e religiose. Le persone con cui lavoriamo più da vicino siano molto povere, ci considerano come qualcuno della loro famiglia, e condividono con noi ciò che hanno. Sono molto generose, e abbiamo sempre la dispensa piena».

di Rosario Capomasi