· Città del Vaticano ·

La rete Caritas sul conflitto siriano

Bambini che conoscono
solo la guerra

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30 marzo 2021

Scarsità di cibo, mancanza di cure mediche, infrastrutture insufficienti, disoccupazione, milioni di profughi in cerca di rifugio nelle nazioni limitrofe, a cominciare dal martoriato Libano, e, come conseguenza di tutti questi mali, l’assenza di prospettive per tantissimi bambini: a dieci anni dall’inizio del conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011, quando si levò una forte protesta a causa dell’arresto di alcuni giovani fermati dalla polizia mentre dipingevano graffiti contro il presidente Bashar al-Assad, la rete delle Caritas è tornata a suonare il campanello d’allarme sulla drammatica situazione del paese arabo. Basandosi sulle statistiche elaborate dal Programma alimentare mondiale (Pam), Caritas Austria — una delle più attive sul fronte — ricorda che 9,3 milioni di persone in Siria necessitano di aiuti alimentari. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari — ha precisato in una conferenza il segretario generale per i programmi internazionali, Andreas Knapp — ci sono circa 13,4 milioni di persone in tutta la Siria che, in un modo o nell’altro, dipendono dagli aiuti umanitari, e  più di un terzo di esse sono bambini. Ospedali, scuole e uffici sono tuttora distrutti, ha sottolineato il responsabile, indicando inoltre che «più di 6,7 milioni di persone sono in fuga all’interno della Siria e altri 5,6 milioni si trovano nei paesi limitrofi, come Giordania e Libano». Di conseguenza «anche queste nazioni stanno naturalmente esaurendo le risorse dopo dieci anni di aiuto volontario».

Dal canto suo, in un lungo comunicato pubblicato in occasione di questo triste anniversario, Caritas Internationalis pone l’attenzione sul forte impatto della pandemia di covid-19 che, in Siria, ha causato a oggi quasi 16.000 casi in totale e oltre mille decessi, insieme a notevoli perdite economiche. «In Siria — sottolinea l’organismo — otto persone su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà e particolarmente a rischio sono i bambini, le donne incinte, le ragazze più giovani, le persone con disabilità e gli anziani». Ed è proprio pensando a queste categorie più vulnerabili, in particolare a quella dei minorenni, che la Caritas Internationalis ha lanciato la campagna Il domani è nelle nostre mani. I bambini siriani «non hanno conosciuto altro che la guerra, hanno imparato a nascondersi al primo rumore, hanno detto addio ai loro cari e ai loro amici, costretti a emigrare o uccisi nei combattimenti», afferma l’organizzazione, ma soprattutto «rischiano di essere privati del loro futuro: già alla fine del 2019, infatti, si stimava che 2,45 milioni di essi, ovvero uno su tre, non frequentasse la scuola».

Dall’inizio del conflitto, la Chiesa cattolica, attraverso le sue agenzie umanitarie, non ha mai smesso di assistere la popolazione locale. Nel 2021 la Caritas italiana continua a sostenere alcuni dei progetti attuati da Caritas Siria a Homs e ad Aleppo, principalmente con aiuti d’urgenza, alloggio, sostegno educativo e psicologico, assistenza sanitaria. Oltre a questi aiuti, a Damasco prosegue il programma pluriennale a favore della  formazione e dell’impiego lavorativo dei giovani, nonché della loro convivenza pacifica. In particolare si è aperto il primo centro giovanile che offre corsi di formazione nell’ambito dell’artigianato tradizionale damasceno (si chiama Ajami) con il duplice obiettivo di acquisire competenze a scopo professionale e di favorire l’incontro e il dialogo tra ragazzi di diversa estrazione sociale e religiosa. A sua volta, la Caritas svizzera ha realizzato programmi di aiuto alla popolazione per un valore complessivo di 69 milioni di euro, assistendo dal 2012 un totale di 670.000 siriani. Oltre agli aiuti di emergenza e di sopravvivenza, i fondi stanziati servono anche a finanziare iniziative educative a favore dei bambini rifugiati e misure di sostegno al reddito e per la qualificazione professionale. Recentemente la Caritas elvetica ha chiesto al Consiglio federale di stanziare ulteriori fondi non solo per l’emergenza: «La popolazione devastata dalla guerra ha bisogno di prospettive sotto forma di aiuti allo sviluppo sul medio e lungo periodo», sostiene un comunicato.

Commovente la recente testimonianza di un membro di Caritas Siria, da tre anni responsabile della parte orientale di Aleppo. «È davvero difficile lavorare come operatore umanitario in una crisi a lungo termine — racconta Elias Hamwi — poiché noi stessi della Caritas stiamo vivendo la stessa crisi delle persone che aiutiamo. Sono sfollato a causa della guerra, così come alcuni miei colleghi. Spesso ci capita di aver vissuto anche noi le situazioni sperimentate oggi da queste persone, come la fame, i traumi, gli spostamenti forzati. Questo a volte può essere insopportabile», conclude con amarezza.

di Charles de Pechpeyrou