· Città del Vaticano ·

Un libro sul giovane camilliano Nicola D’Onofrio

Molto più di un sorriso

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29 marzo 2021

Tre anni fa entrai per la prima volta, in punta di piedi, nella sua stanza dove morì a Roma e, poche settimane più tardi, ebbi modo di accostarmi alla sua tomba nel santuario di San Camillo a Bucchianico, in provincia di Chieti. In entrambi i casi ebbi la netta sensazione di avvicinarmi ad una storia già conosciuta e di rivedere un volto già noto, come di qualcuno di cui avevo sentito parlare negli anni di formazione e di cui la foto — in cui pochi mesi prima della morte sprigiona una gioia non comune — fosse già in qualche angolo della memoria del cuore. Insomma Nicola è stato per me come un amico ritrovato.

Giovane abruzzese nato il 24 marzo 1943 e morto in seguito ad un tumore a 21 anni, da studente camilliano a Roma, D’Onofrio è raccontato ora da Mario Spinelli nel libro Molto più di un sorriso (Marcianum Press, Venezia, 2021, pagine 176, euro 16). In questo tempo di pandemia che sembra voler strappare la gioia dall’umanità, abbiamo tutti sete di un sorriso abitato dalla Grazia, com’è stato per questo giovane semplice, attratto dalla chiamata di Gesù a seguirlo sulla via tracciata da san Camillo. «Così è il regno di Dio… come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». (Marco, 4, 26-29)

In Nicola è realizzata questa parabola, breve quanto la sua vita. Il seme del vangelo ha trovato un terreno fecondo nella sua infanzia. È germogliato, nella terra fertile d’Abruzzo, cresciuto in una famiglia di sani valori; ha prodotto poi lo stelo dell’ascolto, la spiga della vocazione, poi il chicco pieno nella spiga segnata dalla sofferenza e infine il frutto maturo in un tempo “prematuro”. «Io voglio diventare sacerdote di San Camillo!».

Questo fu per lui accogliere il seme: essere accanto ai malati, a costo della vita. Il suo desiderio da bambino si doveva però incontrare con il desiderio di Dio, che non lo voleva accanto ai sofferenti, ma lo voleva sofferente accanto a tutti. Dio agisce così: sceglie i piccoli perché solo loro sono capaci di essere terreno buono per un seme che necessita di umiltà e purezza per schiudersi, aprirsi, crescere. È l’umiltà necessaria (l’humus è il terreno fertile) che non pretende di capire tutto e subito, ma confida in Dio e si affida alla sua misericordia. Solo così potremo aspettare, non i nostri tempi, ma quelli di Dio. Ed essere santi. «Se non ci facciamo santi — ha detto una volta Nicola — è veramente triste la vita nostra».

Qual è l’attualità del suo messaggio? In che modo il suo sorriso può illuminare ancora, in particolare i giovani di oggi? Nel vivere con la gioia profonda la semplicità del quotidiano, che dà forza ai tempi di prova, come scrive Papa Francesco: «Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che “si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto”». (Gaudete et exsultate, 125)

In questo Nicola è attuale, come lo è Teresa di Lisieux, la sua preferita. E con loro sono tanti altri i giovani testimoni di gioia soprannaturale nei tempi di croce. Penso al beato Carlo Acutis, entrato nel cuore di milioni di persone con la sua semplice e forte fede; oppure a Matteo Farina, giovane brindisino morto nel 2009 a soli 19 anni; e, ancora, a Chiara Corbella, nata al cielo, a 28 anni nel 2012, romana, sposa, madre, il cui sorriso, simile a quello di Nicola, sta coinvolgendo sempre più giovani e famiglie di ogni parte, assetate di testimonianze di vangelo.

Nicola può ancora gridare ai giovani: Se cercate il grande amore della vita, fidatevi di Chi vi offre l’amore più grande. Con la piccola Teresa, Nicola canta: «Il mio Cielo è sorridere al Dio che adoro e, se vuol celarsi provando la mia fede, soffrire in attesa che mi guardi ancora: ecco il mio Cielo!». Da questo Cielo dove ti trovi, Nicola, amico ritrovato, sorridici ricordandoci che «così è il regno di Dio».

di Paolo Ricciardi