· Città del Vaticano ·

I militari sparano sulla folla durante un funerale

Condanna internazionale
delle violenze in Myanmar

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29 marzo 2021

La comunità internazionale si mobilita per condannare le violenze in Myanmar. L’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune, Josep Borrell, ha definito quanto sta accadendo nel Paese asiatico «un’escalation di violenza inaccettabile», affermando inoltre che «quella scelta dalla giunta militare al potere è una via insensata». In un comunicato, Borrell ha definito «una giornata di orrore e di vergogna» quella di sabato scorso, durante la quale, secondo fonti locali, 114 civili sono stati uccisi, tra i quali sette bambini e adolescenti. Si tratta della giornata più sanguinosa dal colpo di Stato del primo febbraio scorso.

Anche la Casa Bianca ha chiesto il ritorno al dialogo e la fine delle violenze. «È terribile. È scandaloso e in base alle informazioni che ho ricevuto molte persone sono state uccise inutilmente» ha detto il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «Siamo sconvolti dal bagno di sangue in Myanmar che mostra come la giunta militare sacrifica le vite della gente per mettersi al servizio di pochi», ha scritto in un post su Twitter il segretario di Stato Anthony Blinken. «Il coraggioso popolo del Myanmar rifiuta il regno del terrore militare». Anche il segretario generale dell’Onu, António Guterres, si è detto «profondamente scioccato» dalle violenze e ha auspicato il ritorno al dialogo e alla stabilità politica.

Ieri è stata un’altra giornata di sangue. I militari hanno aperto il fuoco a Bago, vicino a Yangon, sulla folla in lutto al funerale di una delle 114 persone uccise sabato. Lo riporta il «The Guardian» dopo aver raccolto alcune testimonianze dei presenti. «Mentre cantavamo la canzone della rivoluzione, le forze di sicurezza sono arrivate e hanno sparato, noi siamo scappati», ha raccontato una donna di nome Aye citata dal quotidiano. Non è stato ancora diffuso un bilancio delle vittime e dei feriti.

Nel complesso, ieri, almeno 36 morti sono stati registrati nelle proteste dei manifestanti anti-golpe. Il bilancio complessivo delle vittime sale così a quota 459, secondo quanto riporta l’Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici (organizzazione per la difesa dei diritti umani con sede in Thailandia). Nel dettaglio, stando ai dati diffusi dall’organizzazione, ieri tredici persone sono morte durante gli scontri tra manifestanti e polizia; altre 23 erano state uccise nei giorni scorsi ma sono state conteggiate solo ieri. Finora sono state arrestate nel Paese 2.559 persone.

La repressione armata di sabato scorso è avvenuta durante la festa nazionale della Giornata delle forze armate. In una ricorrenza che ricorda l’inizio della resistenza agli invasori giapponesi nel 1945 (capeggiata dal padre di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione al momento detenuta), i militari hanno rafforzato le misure di sicurezza nei confronti dei cortei di protesta. Ciò non ha impedito al generale Min Aung Hlaing, capo della giunta al potere, di tenere un discorso di 30 minuti alle truppe, rinnovando l’impegno a tornare al voto dopo un anno di stato di emergenza, ma anche definendo inaccettabili «gli atti di terrorismo che possono essere nocivi alla tranquillità e sicurezza dello Stato».

Si risvegliano intanto le tensioni etniche. Un gruppo ribelle della minoranza dei Karen, l’Unione nazionale Karen, ha affermato che per la prima volta negli ultimi vent’anni jet militari hanno compiuto bombardamenti nell’est del Paese, uccidendo tre persone. Qualche ora dopo che i guerriglieri si erano impadroniti di una base militare. I Karen sono una minoranza presente soprattutto nell’est del Myanmar e in Thailandia.