· Città del Vaticano ·

L’eredità dei martiri di Tibhirine a venticinque anni dalla morte

Un silenzio
diventato parola

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27 marzo 2021

A venticinque anni dalla morte dei sette monaci di Tibhirine, beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano, con altri dodici religiosi e religiose assassinati tra il 1994 e il 1996, la logica umana sarebbe di cercare di tracciare un “bilancio”. La logica di Dio invece è di sorprenderci sempre e di andare a cercare il più piccolo, il meno visibile dei suoi figli. Quei monaci, sperduti sulle montagne dell’Atlante algerino, sono come l’immagine dei tanti profeti della Bibbia che partivano per luoghi deserti e montagnosi per fuggire gli uomini e incontrare Dio. Il monastero di Tibhirine e i suoi monaci, radicati nella loro sequela di Cristo e in Algeria, sono diventati, con la loro morte, una parola per il mondo. In modo profetico direi, il beato fratello Célestin Ringeard lo scriveva nel 1993 in occasione della festa di san Cipriano: «La morte dei martiri attesta che sono vaso d’argilla. Ma da questo vaso apparentemente infranto nella sua fragilità si proietta la formidabile sfida del Signore della vita». E come un’eco è stata la sua preghiera durante l’ufficio dei vespri del 26 marzo 1996, alcune ore prima che venissero prelevati i monaci: «Signore Gesù, tu sei venuto a chiamarci alla conversione: sei tu che ci fai custodire la tua Parola in un cuore paziente affinché produca il suo frutto in tempo favorevole… Lode a te Signore!». Dal silenzio della loro morte come martiri fino al frutto di questa parola che sgorga in tempo favorevole.

Questa parola riecheggia nel nostro mondo in molti modi. Prima di tutto, attraverso i loro scritti, dei quali prosegue il lavoro di pubblicazione. Certo, noi pensiamo subito al testamento del priore, il beato Christian de Chergé, tra i testi più importanti della spiritualità del ventesimo secolo, che dischiude grandi prospettive spirituali e teologiche dal punto di vista della fratellanza universale e indica le radici profonde del dialogo interreligioso. Questa parola riecheggia anche attraverso la scoperta della vastità del lavoro medico e sociale svolto dal beato Luc Dochier, sostenuto dai suoi confratelli, come pure attraverso l’impegno fraterno della comunità in un dialogo di vita con i loro vicini musulmani, al fine di costruire una fratellanza universale, ereditata dalla presenza del fratello Charles de Foucauld in questa terra di Algeria.

In una recente intervista alla stampa francese prima della visita di Papa Francesco in Iraq, il cardinale Fernando Filoni, già nunzio a Baghdad e oggi gran maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, diceva riguardo alle mani tese all’islam che, «paradossalmente, il dramma di Tibhirine ci ha insegnato che bisogna abbandonare la logica dello scontro e che vivere una diversità religiosa nel rispetto reciproco è possibile». Ritroviamo una frase fondamentale del testamento del beato padre Christian de Chergé: «La gioia segreta [di Dio] sarà sempre di stabilire la comunione e di ristabilire la somiglianza giocando con le differenze». Stabilire la comunione si può intendere come restaurare l’unità, sapendo che le differenze sono un elemento meno importante rispetto a questa unità che è fondamentale, radicale e determinante. Unità della famiglia umana nella diversità religiosa che si rivela allora non come un impedimento, ma come il dispiegamento di questo mistero di unità.

La beatificazione dei diciannove martiri di Algeria, tra i quali i monaci di Tibhirine, è stata celebrata l’8 dicembre 2018. Papa Francesco mi aveva espresso il suo grande desiderio che quella celebrazione si tenesse nella terra in cui quei fratelli e quelle sorelle avevano donato la loro vita. Se la data scelta è stata più il frutto casuale del dover accordare i calendari, mi piace comunque pensare che di fatto è stata provvidenziale poiché eravamo in una fase in cui Papa Francesco si stava impegnando, con passi decisivi, in un dialogo con l’islam. Alcuni mesi dopo ci sono stati l’incontro di Abu Dhabi con il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, e la firma del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, un testo che ha aperto una nuova era, quella dell’opposizione formale alla “guerra santa” attraverso un’alleanza in cui le due più grandi religioni del mondo hanno detto chiaramente di situarsi nel quadro della fraternità umana. Poi c’è stata la visita del Papa in Marocco, durante la quale egli ha insistito sulla cultura del dialogo: «È quindi essenziale, per partecipare all’edificazione di una società aperta, plurale e solidale, sviluppare e assumere costantemente e senza cedimenti la cultura del dialogo come strada da percorrere; la collaborazione come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Mi sembra di potervi vedere la volontà del Pontefice di promuovere, sempre come ospite, una serie di incontri incentrati sul dialogo tra persone di buona volontà.

Spingendomi oltre, posso dire che non ho potuto evitare di leggere l’enciclica Fratelli tutti alla luce dei diciannove martiri di Algeria che hanno rappresentato e rappresentano per il nostro mondo un’icona della fratellanza. In effetti, in questa enciclica ho ritrovato, come un’eco, la scelta dei monaci di Tibhirine di restare insieme, come fratelli e per dei fratelli — quelli musulmani — nel cammino di santità che Dio li chiamava a percorrere. Chiaro riferimento alla ricerca del bene comune piuttosto che del bene personale. I monaci, nel loro cammino e nel loro discernimento, sia personale sia comunitario, non hanno mai ricercato il bene proprio, ma, anzitutto, quello della comunità, in senso lato, poiché includeva il bene degli abitanti di Tibhirine e del popolo algerino, il bene comune della speranza. Il beato Paul Favre-Miville lo ricordava scrivendo: «Il nostro mondo è malato. Ciò che gli manca di più è il senso. Non si sa perché si vive, né dove si va e si è disposti a fare qualsiasi cosa. La crisi non è anzitutto economica, ma è una difficoltà a vivere insieme, l’avere, la ricerca di possedere sempre più falsa i rapporti tra gli uomini che si sentono per nulla considerati».

In un certo senso, i monaci di Tibhirine potrebbero essere ritenuti gli ispiratori di questa enciclica in cui ritroviamo i pilastri fondamentali che sono stati alla base della loro vita e della loro morte: la speranza, il prossimo senza frontiere, l’accoglienza dell’altro nella sua diversità, il valore unico dell’amore, una società aperta che includa tutti, il valore della solidarietà, lo scambio fecondo, la gratuità. A venticinque anni dalla loro morte, i monaci di Tibhirine mi sembrano aver vissuto in germe, e in modo profetico, le grandi ispirazioni del pontificato di Papa Francesco. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

di Thomas Georgeon
Postulatore della causa di beatificazione dei diciannove martiri di Algeria