· Città del Vaticano ·

Il poema «Lilja», capolavoro del Medioevo cristiano

Un antico tesoro dall’Islanda

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27 marzo 2021

«Vecchio infame nemico, perché hai progettato la morte di Gesù? Pensavi di arrivare ad una maggiore potenza ? Ma il potere di Gesù è la prova della sua divinità. Credevi che il suo corpo fosse una finzione ? Ma egli ebbe il corpo dall’augusta Vergine; un corpo che gli uomini flagellarono senza che egli avesse alcuna colpa.

«Tu condannasti la misera Eva ed il suo sposo mediante il pomo a loro vietato (e l’uomo fu maledetto per tutte le generazioni); la loro progenie trafisse Cristo con la lancia. Ma Cristo schiacciò te, assetato del primo peccato e del primo omicidio: la spada di quell’antico crimine fu da lui ritorta contro di te. Da lì Cristo è risorto vincitore dai morti, nel giorno del sole, ed ha reso nota a molti uomini la sua immortalità con la stessa clemenza che l’aveva portato a morire» (Lilja, ottave 65-67).

Questo è il rimprovero a Satana, che nell’”ora delle tenebre”, le quaranta ore che passarono dal pomeriggio del Venerdì all’alba del primo giorno della settimana (il “Giorno del sole” per i latini) si illuse di avere vinto l’eterna lotta contro Dio. Esso spicca nel poema Lilja (“I gigli”), capolavoro del Medioevo cristiano islandese, composto dopo il 1350 dal monaco agostiniano (secondo altre fonti francescano) Eysten Asgrimsson. Una copia originale del prezioso codice si trova nel Museo missionario del Laterano, oggi in Vaticano, insieme alla versione latina, realizzata e pubblicata nel 1774 dal vescovo luterano Finn Johansson.

In cento ottave con versi allitteranti si narra la storia dell’umanità, dalla creazione e dal peccato originale alla redenzione, mediante la passione di Cristo, ed al giudizio finale nell’ultimo giorno. La lotta tra il bene ed il male è l’argomento di fondo ed il trionfo finale di Cristo sul “Principe di questo mondo” ne forma la conclusione.

Mentre però le sofferenze del Redentore sono descritte in modo ampio, della Risurrezione si fa appena cenno. Il Cristo Risorto è fulgore estremo, luce abbagliante al cui confronto il sole sembra oscuro, come in tanti dipinti nordici. L’occhio umano non può guardarlo e lo si accetta come dato di fatto; si preferisce allora infierire sul nemico vinto, come spesso avveniva nelle tenzoni medievali.

La melodia di tutto il lungo poema è fortemente cromatica, con uso di intervalli diminuiti; una chiara sopravvivenza di una melopea precristiana in un paese a quel tempo ancora per metà pagano.

«O dolce Gesù, ferito dalle spine, ucciso dalle aspre frustate, ogni (umana) colpa tu hai espiato». Così inizia una sequenza medievale di origine scandinava, riportata in parte nelle Piae Cantiones, una raccolta delle canzoni latine in uso in Svezia e Finlandia prima della Riforma. Il repertorio venne pubblicato a Greifswald, in Germania, nel 1582 per opera del pastore luterano Theodoricus Petri Ruuta, detto il “Finlandese” per la sua origine.

La seconda delle tre brevi quartine qui riportate dice: «Tu, luce della luce, appeso vittorioso alla croce della colpa, sei stato rivestito di splendore» Poi la conclusione: «Tu hai aperto le porte dell’inferno e ne hai fatto uscire i tuoi fedeli; risorgendo dopo tre giorni sei stato il vincitore del mondo». Anche qui la tematica di fondo è la vittoria di Cristo sulla morte. La melodia nel primo modo gregoriano è severa e solenne, tale da sottolineare la grandiosità dell’evento.

Nella stessa raccolta compare anche una bella e festosa canzone, di origine forse boema. «L’inverno cede ed è ormai lontano: Cristo Signore è risorto! Ha portato la gioia e la nostra valle fiorisce: i deserti ritornano vivi ed il freddo si trasforma in calore». Il ritorno alla vita di Cristo è associato a quello della natura dopo il letargo invernale: la Pasqua è la festa della primavera. È questo un tratto che richiama la tradizione mediterranea più che quella nordica.

Gesù, il buon pastore, ha lasciato le pecore nell’ovile per cercare e riportarvi quella che si era smarrita. Ma poi egli schiacciò il minaccioso drago e, spogliati del loro potere gli inferi, come Mosè fece uscire dall’Egitto il popolo d’Israele il Cristo ha fatto uscire il popolo dei credenti dall’impero del male, portandolo alla gloria del regno celeste. L’enfasi del testo è messa in rilievo dalla melodia in do maggiore: l’inizio sul do alto e l’insistenza sulle note superiori con arpeggi richiamano gli squilli di tromba che presumibilmente accompagnavano l’esecuzione.

di Benno Scharf