· Città del Vaticano ·

Appunti di viaggio

L’addio dell’Amazzonia
all’ultimo sopravvissuto
della tribù dei Juma

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26 marzo 2021

Era l’ultimo sopravvissuto maschio di una decimata tribù indigena dell’Amazzonia. Per anni aveva difeso con tutte le sue forze la terra dei suoi avi dalla violenza dei coloni, dalla deforestazione, dai devastanti incendi dolosi che, per creare spazio alle coltivazioni speculative, stanno distruggendo il polmone del pianeta. Akurà Juma, un’età indefinita tra gli 86 e i 90 anni, ha però perso la sua ultima battaglia, quella contro il covid-19, ed è morto pochi giorni fa, per le complicazioni del virus, in un ospedale di Porto Velho, dove era ricoverato da gennaio. A darne notizia è stato un giornale locale, l’«Amazon Real». Con lui è scomparsa anche la memoria ancestrale della sua gente, l’arte della caccia, le pratiche artigianali, la conoscenza dei tesori e dei segreti della natura amazzonica, una cultura sedimentata di generazione in generazione per trasmissione maschile. Akurà Juma non è certo un caso isolato. Il covid, che in Brasile ha già ucciso circa 300 mila persone e ne ha infettate 12 milioni, colpisce con particolare durezza le popolazioni indigene, le più vulnerabili, le più isolate: mentre il virus corre lungo le vie d’acqua del bacino amazzonico, non arrivano invece i vaccini e gli aiuti di prima necessità per salvare i locali. A perdere la vita sono soprattutto i vecchi e con loro spariscono intere “biblioteche”di sapere, dice Edson Carvalho, rappresentante della Ong di Kamindè a Porto Velho. «Akurà lascia un vuoto incolmabile, era il simbolo della resistenza contro la distruzione dissennata di queste terre». Tutti lo chiamavano Amoe, un titolo di rispetto, “nonno”, nel senso sociale e non solo familiare del termine. Akurà apparteneva alla tribù dei Juma che, nonostante secoli di tribolazioni e stragi subite a partire dallo sbarco dei portoghesi in Brasile, contava ancora migliaia di membri nell’800. Le terre dove da sempre vivevano i Juma, migliaia di ettari di foresta, si trovano a circa 120 chilometri di strada e due ore di navigazione da Porto Velho. Nel 1964, una spedizione organizzata da latifondisti e cercatori di oro sterminò quasi l’intera componente maschile della tribù, che ormai era già ridotta ai minimi termini. Furono trucidati sessanta uomini, dopo esser stati braccati come animali selvaggi. Si salvarono solo in sei, tra cui il giovane Akurà. Per lui e per gli altri sopravvissuti divenne sempre più difficile proteggere uno spazio troppo appetitoso per interessi economici non solo nazionali. In molti contestavano il fatto che un territorio così esteso potesse essere utilizzato solo per farvi vivere una tribù praticamente in via di estinzione e non sfruttato invece per usi più redditizi. Negli anni ’90, i Juma vennero forzatamente deportati nelle terre di un altro clan tribale che parlava la loro stessa lingua, quello degli Uru-Eu-Wau Wau. I più anziani tra i Juma, sradicati dai loro villaggi, morirono di dolore. Anche Akurà in quegli anni era depresso, raccontano i suoi amici, ma non si diede per vinto. In una battaglia legale durata anni, e diventata simbolica per tutti gli indigeni brasiliani, riuscì ad ottenere la restituzione della riserva dei Juma e vi fece rientro con la sua famiglia, la moglie, le sue tre figlie, sposate con uomini Wau Wau e i suoi nipoti. Qui ha vissuto fino alla scorso gennaio e qui è stato seppellito con gli onori di un grande capo-tribù dopo la morte per covid. Di una delle più antiche tribù dell’Amazzonia ora rimangono solo le tre figlie di Aruka. Poi si chiuderà la parabola dei Juma e, con loro, di un angolo di foresta che, dalla notte dei tempi, ha contribuito a far respirare il mondo.

di Elisa Pinna