· Città del Vaticano ·

Approfondimento

Fame d’aria per il Paraguay

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26 marzo 2021

Immunizzazioni a doppio binario, dal Cile che ha già vaccinato 42 abitanti
su cento, alla catastrofe di Paraguay e Brasile dove manca di tutto, dall’ossigeno ai sedativi.
E la polizia messicana sequestra dosi nascoste in un jet per l’Honduras


Il cartello innalzato sopra la folla da un manifestante ad Asunción avverte: «Non temo il covid è la corruzione che ci ucciderà tutti». Il Paraguay, allo sbando per la pandemia fuori controllo, da due settimane è in rivolta. Fra i Paesi latini duramente colpiti è il più stremato, provato, letteralmente all’asfissia.

Ospedali nel caos, ossigeno che manca ai malati, niente sedativi per gli intubati, il Paraguay soffre addirittura più che il Brasile dove pure i giorni passano al ritmo di 3.200 morti al giorno e le salme si accatastano in attesa delle fosse comuni.

L’Organizzazione panamericana della salute (Ops) lo certifica con i numeri paradossali della statistica: 0,17 paraguaiani ogni cento abitanti hanno ricevuto la prima dose di vaccino. Sette milioni di abitanti e 12.443 dosi iniettate, dice l’Ops. Quasi nulla: appena meglio del Nicaragua, che non raccoglie neppure i decimali per entrare in classifica. Perfino il disastrato Brasile arriva a sei persone vaccinate ogni cento.

Nella mappa delle Americhe, dove i Paesi si tingono di un blu sempre più intenso a seconda della percentuale di vaccinati, il Paraguay è una macchia semigrigia in grembo al gigante brasiliano, celeste chiaro, ed adagiata in testa all’Argentina, appena più azzurra (con 6,45 vaccinati ogni 100). Il Paraguay è l’epicentro incolore della desolazione che sta investendo l’America latina.

Non tutti allo stesso modo però. La spina dorsale cilena, sulla mappa, è di un blu intenso. Lo stesso blu degli Stati Uniti d’America.

Ma se gli Stati Uniti hanno vaccinato 36 persone ogni cento abitanti, il Cile arriva addirittura a 42,87 ogni cento. Le immagini dai punti di vaccinazione del Paese sono di file ordinate in auto, gazebo di accoglienza, centri di attesa confortevoli, moduli separati ed attrezzati per le inoculazioni. In Paraguay e Brasile non ci sono neppure le file, solo accampamenti. La gente muore in casa senza ossigeno, dissanguandosi per trovare bombole al mercato nero.

L’America Latina corre a due velocità ed è inutile nascondere che le amicizie globali giocano la loro parte. Il Cile da lungo tempo ha prestato collaborazione nella ricerca e anche nei trial di sperimentazione alla Cina: oggi si muove in terreno conosciuto e i vaccini non mancano.

Il Paraguay vive di aiuti e donazioni. Qualcosa è arrivata dal Cile, qualcosa dagli Emirati Arabi. È recentissima la novità che l’India starebbe inviando ad Asunción centomila dosi in dono e ne avrebbe garantite altre centomila. La Russia dovrebbe — con tutte le cautele che ogni annuncio richiede — sbloccare parte di un milione di dosi ordinate. Resta il fatto che la vaccinazione della popolazione non è praticamente partita.

Il dono indiano, a meno di intoppi, dovrebbe esaurirsi nelle esigenze del personale medico e sanitario o poco più. I vaccini russi, se tutto andrà bene, non arriveranno prima della fine del mese, è stato comunicato al governo dall’ambasciatore russo.

Ma il contagio, intanto, galoppa, al traino delle mutazioni che cambiano in corsa le strategie del virus.

Dilaga in Paraguay, ma anche in Uruguay, in Brasile, i tre Paesi indicati dall’Ops come i più esposti al momento. E non si salva neppure, dicono sempre i report, il Cile dei 42 vaccini ogni 100 abitanti. I contagi crescono anche nel Paese dei gazebo e delle dosi, fortunatamente, più facili. Il perché forse lo spiega il «laboratorio» Brasile che si illudeva, nella tragedia, di avere raggiunto una sorta di immunità di gregge dopo tanti morti e contagiati.

Il virus, infatti, muta e cambia le regole. La micidiale mutazione P1 ormai ha infettato 15 Stati brasiliani su 27 ed ha resettato, a quel che pare, le carte dell’immunizzazione. Sta di fatto che la gente che già si era ammalata può ammalarsi di nuovo, si ammala di nuovo. Solo a Manaus, fra i territori più colpiti dalla prima ondata, la variante ha ucciso una media di cento persone al giorno a febbraio.

I contagi in crescita in questi quattro Paesi diversi sono l’ennesima conferma sperimentale che occorre far presto ed insieme.

Invece la cronaca dice che la corsa è in ordine sparso e che i canali sono i medesimi che per ogni altro traffico. La dogana messicana ha sequestrato nei giorni scorsi a Campeche 5.700 dosi in fiale con etichetta Sputnik, il vaccino russo. Erano su un jet privato, in un doppio fondo a bassa temperatura. Destinazione l’Honduras, dove i vaccinati nella popolazione sono 0,40 ogni cento abitanti. I produttori di Sputnik hanno fatto sapere che si tratterebbe, secondo loro, di fiale contraffatte: gli inquirenti messicani non ne sono sicuri ed indagano. Un’impresa ha detto di avere acquistato le fiale per donarle ai dipendenti ritenendole, evidentemente, sicure. E la vicenda non si è chiarita ancora.

La popolazione onduregna, intanto, attende altre 92.000 dosi di vaccini Covax, quelli delle Nazioni Unite impegnate a garantire l’accesso equo a tutte le popolazione. Finora l’Honduras ha vaccinato, ufficialmente, 40.104 persone, con dosi Covax ed una donazione israeliana (circa tremila dosi). Gli onduregni, però, sono quasi dieci milioni. Non saranno le elemosine, i rinvii ed i voli clandestini a salvarlo dalla catastrofe.

di Chiara Graziani