· Città del Vaticano ·

Da solo a nome di tutti

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26 marzo 2021

Sento ancora sulla pelle, penso come tutti, la sensazione fisica di trovarmi al cospetto di quella piazza enorme, buia, con questo Pontefice anziano, con problemi fisici evidenti, che sale quella scala sul sagrato per raggiungerne la vetta e poi sollevare l’ostensorio tremolante e implorare Dio, da solo a nome di tutti gli uomini. Perché tutti eravamo lì. Il Papa infatti ha intuito che l’unico modo perché tutti fossimo lì era che non ci fosse nessuno; c’era lui, una persona sola delegata a rappresentare tutti davanti a Dio, una persona sola a implorare l’Onnipotente al quale ha presentato il nostro limite. Un limite mai così esplicito come quella sera, mai così “fisicamente” manifestato. Sto parlando del limite fisico ma anche spirituale della nostra società, della nostra cultura, del nostro modo di vivere, quel limite era lì presente in quella scena fatta di solitudine, di implorazione, di guardare in alto il cielo buio, cercando qualcosa, Qualcuno. Quella scena includeva tutto il nostro essere, il nostro presente. E secondo me non si riferiva solo alla pandemia, penso che molti lo hanno percepito come me, e anche i più laici lo hanno percepito così: una sorta di ultima istanza, come non ci fosse più niente altro a cui appellarsi se non appunto qualcosa che ci trascende.

Penso che quello del 27 marzo 2020 sia il momento più commovente non solo di un papato ma di quasi tutti i papati, perché mi è difficile trovare dei momenti di così forte emozione. Perché è un momento che comunica il rapporto tra l’uomo e il suo Dio e la necessità di un Dio che io certe volte non so sentire, e invece una scena come quella mi ha subito riportato a quella necessità.

Così come strettamente collegata a quella scena c’è, subito dopo o subito prima, la sfilata dei camion militari con le bare. Quella notte del nostro presente fa ormai parte nella memoria collettiva, si tratta di immagini iconiche definitive che non possono essere sostitute da altro. E temo che nel momento in cui saremo restituiti alla rassicurazione di aver debellato la pandemia, purtroppo quel proselitismo laico così diffuso tornerà a rialzare la testa, con questa necessità di sbarazzarsi degli aspetti spirituali della vita. E con esso si perderà quella necessità che abbiamo nei momenti di estrema difficoltà (che ognuno di noi ha vissuto e vive singolarmente e che stiamo vivendo ora nella collettività) di non sapere a chi rivolgersi, una necessità che, in qualche modo, deve permettere di lasciare aperto uno spiraglio per appunto ammettere il proprio limite e rivolgersi a qualcuno, qualcosa, che può provvedere. Nella necessaria illusione di doverci credere io vado in chiesa molto spesso a chiedere a Dio di esistere. Io credo che il Papa abbia chiesto, a nome di tutti, a Dio di esistere.

di Pupi Avati