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Le testimonianze raccolte da suor Vessoni nel penitenziario Ugo Caridi di Catanzaro

La speranza oltre le sbarre

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24 marzo 2021

Perché il carcere è costruito prevalentemente fuori dal contesto urbano? È la domanda che apre il volumetto curato da suor Nicoletta Vessoni, della Congregazione delle Suore delle Poverelle di Bergamo, intitolato Fasciati dalla Luce (Carello Edizioni). Si tratta di una serie di testimonianze, raccolte dalla religiosa e dai ragazzi che operano insieme a lei nel penitenziario Ugo Caridi di Catanzaro durante il primo periodo di immobilità forzata causata dalla pandemia di coronavirus. «Ero seriamente preoccupata perché il lungo tempo di inattività avrebbe potuto far allontanare alcuni volontari. Così è nata l’idea di coinvolgerli tutti in un momento di riflessione personale per focalizzare la loro attenzione sulle motivazioni che li hanno spinti a scegliere questo tipo di volontariato, quale era stata la loro esperienza vissuta sul campo, ravvivando, in questo modo, la loro consapevolezza» racconta la religiosa. La risposta è stata a dir poco sorprendente, per questo si è deciso di mettere in ordine il materiale raccolto e ampliarlo arricchendolo di contributi sul tema carcere-volontariato. «Ci siamo detti che sicuramente era importante intraprendere questo percorso anche con i nostri fratelli detenuti, così abbiamo ottenuto i permessi per recuperare le storie di alcuni di loro» continua, aggiungendo che «ad una prima lettura, probabilmente, non si coglie, ma sono gli stessi detenuti a legare l’intero libro. Ogni capitoletto e successivamente ogni storia, sono scanditi nella prima parte da un racconto, e nella seconda parte da brevi poesie, opere tratte da un testo che hanno scritto gli ospiti». A guidare la stesura del volume, secondo suor Vessoni, è stata la parola: «Ha illuminato, guidato e portato a compimento questo piccolo sforzo editoriale che ha offerto l’opportunità ai nostri amici di vivere da un altro punto di vista il nostro lavoro con loro e per loro». Ma è alla domanda di apertura che suor Nicoletta intende dare una risposta, partendo dalle esperienze pregresse: «Gli istituti di pena vengono costruiti fuori, perché noi società non vogliamo farci i conti: loro sono i cattivi e se ci vivono a fianco, se le inferriate del penitenziario le ritrovo di fronte al mio balcone, forse qualche punto interrogativo me lo devo porre. Il non vederle e non sapere che c’è, o meglio, sapere che è confinato là, quasi irraggiungibile, ci evita di dialogare con la nostra parte cattiva, la nostra parte malata. Quella parte non viene disturbata». La religiosa è convinta che «collocarli fuori crea un’altra difficoltà: quella del raggiungerli». Ma chi svolge un ruolo fondamentale per creare quel ponte tra l’interno e l’esterno è sicuramente il volontario, la figura capace di avviare una rivoluzione culturale, passando dalla carità alla solidarietà, pensando al carcere come formazione sociale, per lo sviluppo umano e delle persone e non come rimedio totale e assoluto, con l’obiettivo primario di deflazionare perché un istituto con meno popolazione significa più attenzione e possibilità di reinserimento sociale. «Credo che la funzione del volontariato sia quella di permettere il cambiamento, di dare un piccolissimo contributo alla rinascita della persona. Quella di scoprire, far emergere, far venire a galla quella parte di umanità che molto spesso è nascosta dietro a brutture, a storie impossibili. Quando si coglie quell’aspetto, da lì il carcere può iniziare un lavoro di cambiamento, un’opportunità nuova per la persona» scrive suor Nicoletta. Ma prima è necessario affrontare il tema della pena in una prospettiva nuova per far sì che il reinserimento degli ex-detenuti parta prima che il detenuto esca dal carcere. Una volta uscito, poi, le istituzioni e lo stesso volontariato, devono cooperare affinché il percorso riabilitativo in carcere non sia vanificato dal nulla che si trova fuori. La religiosa è ben consapevole di tale necessità e, forte anche di esperienze maturate in Sardegna e in Sicilia, racconta: «Penso spesso a chi mi saluta con enfasi quando arrivo e un ragazzo straniero, un giorno, mi ha fatto comprendere qual è il motivo. Suora, mi ha detto, quando io la vedo mi porta dentro il fuori che non posso vedere e mi fa respirare aria di normalità. È per quello che la mattina quando la incontro la saluto sempre molto volentieri. Mi permette di prendere una boccata d’aria». La stessa boccata d’aria che ha consentito agli ospiti della Casa Circondariale di Catanzaro di preparare torte e pasticcini per le famiglie più povere della città in occasione delle festività natalizie. «Lo hanno fatto senza chiedere nulla in cambio. Sono ragazzi generosi e talentuosi. Hanno impiegato male le loro qualità in un momento della loro vita. Per questo continuiamo a stargli vicino perché, anche se in prigione, conservano la loro dignità di esseri umani con una libertà interiore. Nella realtà e nel pensiero non possono essere tagliati fuori da una società a cui essi continuano ad appartenere».

di Davide Dionisi