· Città del Vaticano ·

«Il bambino dall’occhio blu» di Paola Ravani

Troppo diverso?

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23 marzo 2021

«Che sono un bambino diverso lo so da tempo. Da quando mi sono accorto che le persone mi guardavano in modo strano». Chi parla è Artur, il piccolo protagonista e voce narrante de Il bambino dall’occhio blu, il delicato romanzo di Paola Ravani, edito dall’Einaudi Ragazzi (2021, pagine 96, euro 10,50).

Artur ha un occhio blu e uno marrone, semplice eterocromia, dicono i medici, una condanna senza appello secondo lui, che odia quell’occhio azzurro cristallo, così diverso dall’altro, per le mortificazioni che gli provocano gli sguardi incrociati per strada. C’è chi lo fissa per capire meglio il fenomeno, chi abbassa gli occhi, chi si volta dall’altra parte, chi continua a guardare con la coda dell’occhio: tante stilettate al cuore che né l’affetto dei genitori, né l’energica complicità della sorella Bet, sembrano mitigare.

A volte, addirittura, pare che nemmeno in famiglia comprendano il suo disagio, né quanto gli costi cambiare casa, cambiare scuola, subire nuovi sguardi curiosi che gli fanno abbassare le palpebre, il suo «scudo incorporato, pronto all’uso in qualunque circostanza sgradevole».

Artur sa di non essere un mostro, ma quel sentirsi diverso lo fa stare male davvero e vuole trovare una soluzione al suo problema. L’ideale sarebbe stato fermare il tempo all’età dell’infanzia, quando «ci vedevamo tutti uguali» ma non si può. Non funziona nemmeno farsi dipingere un occhio marrone su una palpebra chiusa, né indossare sempre occhiali da sole. Capita anche di incontrare un geniale oculista che lo guarda con spontaneità, scherza con lui e gli suggerisce un piccolo escamotage: «Un giorno al tuo occhio blu potrai mettere una lente colorata , se vorrai», però secondo il medico sarebbe stato meglio abituarsi alle occhiate curiose e vivere con naturalezza la sua diversità.

Sembra facile, «vivere con naturalezza», quando dentro si è sempre spaventati per il giudizio altrui e quella battuta «occhio di vetro lo sbaglia» lanciata durante una partita di calcio, fin lì giocata benissimo, può annientare la motivazione a vincere, le gambe diventano «come mozzarelle» e fanno schizzare la palla «come una scheggia impazzita» lontano dalla porta. E capita, purtroppo, anche lo scherno grossolano di adulti poco lucidi «hai due papà quindi, uno con gli occhi marroni e uno con gli occhi blu».

Vero è che ci sono la barriere protettive della mamma, di Bet «mi giravano intorno e mi coccolavano» e del papà che gli regala un bel micio dagli occhi bicolori «esattamente come i miei» che lo fa sentire «meno marziano del solito», ma Artur deve affrontare le scuole medie, vuole farcela da solo e per disperazione, per non avere più paura, decide che sarà lui a far paura. Facile, basta bendarsi un occhio e lanciare sguardi pirateschi col bellissimo occhio azzurro. Ma saranno la curiosità adolescenziale, la maturata consapevolezza di sé, il bello di conoscersi e farsi conoscere a mandare tutto nel verso giusto.

Paola Ravani ha saputo raccontare, attraverso lo sguardo di Artur, sofferente, ma anche autoironico e divertito, il tema della diversità, della fatica nell’affrontare il giudizio altrui, del fare pace con se stessi e con gli altri, dell’autostima. Il linguaggio è quello leggero e innocente, privo di metafora, in cui si riconoscono i bambini, è il loro e lo comprendono bene, senza intermediazioni di adulti. La narrazione procede un passo alla volta insieme al protagonista, con aiuti e ostacoli, fino allo stupore del rivelarsi che tutto può essere straordinaria ri-sorsa.

di Nicla Bettazzi