· Città del Vaticano ·

I racconti di Kali Fajardo-Anstine

Nel granaio
delle madri-bambine

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23 marzo 2021

Sabrina e Corina, nel racconto che dà il titolo all’intero volume di Kali Fajardo-Anstine (Sabrina & Corina, Roma, Racconti edizioni, 2021, pagine 300, euro 18, traduzione di Federica Gavioli), sono cugine. Fanno parte della comunità latina da tempo residente in America, a Denver, Colorado, uno degli Stati di notevole e crescente immigrazione da diverse generazioni. I loro nomi declinano la provenienza ispanica: Estella, Miranda, Lucia, Sierra. E cognomi: Martinez, Cordova, Barrera. Sabrina e Corina sono cresciute insieme fin da bambine, parte di un vero e proprio clan dove zie e nonne cuociono quantità enormi di chili per pranzi in comune. Nella adolescenza, durante le notti passate insieme, restavano sveglie fino al mattino a immaginare la vita che avrebbero potuto avere. Per Sabrina tutto era possibile: i soldi, il vero amore, una via d’uscita dal Colorado. Poi le loro strade si sono bruscamente divise. Corina ha studiato, è estetista in un centro commerciale, Sabrina invece ha lasciato la scuola, ha iniziato a prendere la vita a morsi, è trasgressiva, si ubriaca, si presenta alle cene di famiglia discinta, «viveva intensamente ogni esperienza, dalle delusioni di cuore alle notti passate a bere».

Prima o poi doveva succedere: Sabrina viene uccisa, forse da un accompagnatore occasionale, e a Corina, bravissima truccatrice, viene intimato dalla nonna Estrella di ricomporne le fattezze. Nella camera ardente il volto di Sabrina splenderà ricomposto. La folla di zii, zie, cugini e nonni ammira in processione per l’ultima volta la bellezza restituita intatta alla ragazza e Corina sa che, dopo il funerale, nonna Estella «si sarebbe seduta e avrebbe raccontato la storia di Sabrina Cordova: di come gli uomini l’amassero troppo, di come lei amasse poco se stessa, e di come, alla fine, tutto questo l’avesse uccisa».

Sono tante le donne che Fajardo-Anstine segue in storie piene di grazia e bellezza, donne mai dome, cariche di coraggio, ironia, voglia di reinventarsi la vita. Quasi tutte sono diventate madri poco più che bambine e, ovviamente, sono madri-bambine, con tutta la incapacità di essere adeguate e stabili. Gli uomini con cui hanno generato, latini o angli, se la sono svignata all’istante. Ma i loro figli sanno cavarsela da soli e inoltre appartengono a un intreccio di zii, nonne, bisnonne che con fatalismo e vigore stendono ali protettive su di loro. Gli uomini sono spesso assenti, fuggiti, morti di morte violenta o di cirrosi. Se restati in casa sono perlopiù solo di complemento.

Tutte le storie di Kali Fajardo-Anstine nascono, come lei stessa ci dice, da un granaio di racconti che ha ascoltato in casa sua o da famiglie appartenenti alla comunità latina da tempo sbarcata in America, cresciuta e moltiplicatasi, con nipoti e bisnipoti ora veri americani come cittadinanza ma permeati dell’eredità di avi artisti e cantastorie, di bisnonne che conoscono i poteri medicinali delle erbe, di gente che si è mescolata talvolta con bianchi, o filippini, o neri, o nativi ma più spesso ne è restata semplicemente contigua. Come nei cimiteri dove i settori sono separati.

Senza mai cedere al folklore, all’invettiva, ad un facile sociologismo sull’integrazione etnica, Kali Fajardo-Anstine ci racconta storie di luminosa e crudele bellezza, lo fa con una scrittura rapida, precisa, lieve, come un passo di danza.

di Giulia Alberico