· Città del Vaticano ·

A colloquio con Paolo Bizzeti, gesuita, Vicario apostolico di Anatolia

Migranti, il doppio diritto

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
23 marzo 2021

«Quando ho sentito in televisione le parole del Papa di ritorno dall’Iraq reclamare il rispetto e la tutela di un doppio diritto, quello di poter emigrare e quello di non dover emigrare, mi sono commosso, perché ho visto contro luce la fotografia della situazione che viviamo ogni giorno nel nostro paese».

A parlare è Paolo Bizzeti, gesuita, 73 anni, nominato da Papa Francesco nel 2015 Vicario apostolico di Anatolia. Il riferimento è ai circa 3 milioni e mezzo di profughi che finora hanno trovato un parziale e molto precario rifugio in Turchia. «Cambiano gli assetti geopolitici dell’area, ma la loro situazione, e i traumi che si portano sulle spalle, non sono cambiati. Il loro stato di vita continua a essere drammatico. E questo ci procura non solo dolore, ma scandalo. Scandalo per l’insensibilità che l’Occidente europeo mostra nei confronti della loro condizione».

Padre Bizzeti usa parole molto dure nei confronti dell’Europa «che apre il portafoglio pur di non vederli entrare in casa sua». Come dice Papa Francesco – sottolinea il gesuita – «loro non sono stati liberi di rimanere nei loro Paesi, e non sono liberi di cercare rifugio in Europa, magari per ricongiungersi ai familiari che li hanno preceduti. Noi cerchiamo, nei limiti delle nostre poche risorse, di aiutare tutti, indifferentemente dal credo religioso, ma ci tengo a segnalare la condizione dei profughi cristiani. Sono tra i 20 e 30 mila sparsi in tutto il Paese. Neanche i numeri sono certi in questa situazione caotica, ma sicuramente in questo momento il numero di cristiani profughi è superiore al numero di cristiani abitualmente residenti qui in Turchia». Questi cristiani «sono la maggior parte della nostra piccola ma fervente Chiesa. Loro ci dicono: “Noi abbiamo perso tutto e siamo partiti per tener fede a Gesù. Chiediamo di essere accolti per la nostra fede nei Paesi in cui i cristiani sono la maggioranza e hanno tante chiese, celebrazioni dei sacramenti, catechesi, ma loro non ci vogliono”».

È difficile — afferma ancora padre Bizzeti — provare a consolarli. «Voglio essere molto netto, a costo di sembrare duro, ma questo è anche uno scandalo intra-ecclesiale. Questi fratelli dovrebbero essere in cima ai pensieri dei cristiani d’Europa, ma mi piange il cuore a vedere che non è così».

La situazione è drammatica, le condizioni del viaggio al limite della sopravvivenza. «Quando i profughi varcano il confine e arrivano in Turchia, vengono assegnati a un luogo, a una città di residenza da cui poi non possono muoversi senza il permesso della polizia. Molto spesso i cristiani si ritrovano in luoghi dove non ci sono servizi religiosi e i preti in Turchia sono poche decine, per cui spesso i cristiani si trovano ad avere la chiesa più vicina a 3/400 km di distanza; c’è fame di cibo ma c’è anche fame di Eucarestia, di Parola e di Sacramenti». Servirebbero preti che diano una mano, ma «non è facile trovarne che parlino e celebrino in arabo, capiscano almeno un po’ di turco, e siano disponibili a venire a vivere qui».

L’impegno quotidiano di coloro che operano sul campo è quello di «fare il possibile: forniamo sostegno economico ai più bisognosi, finanziamo microprogetti, aiutiamo per le spese mediche e paghiamo corsi di lingua turca perché possano interagire con la popolazione locale e scoprire anche la bellezza della cultura turca» racconta padre Bizzeti.

«Ovviamente la situazione è molto peggiorata con la pandemia, che ha accresciuto il disagio economico-sociale anche nello stesso popolo turco, un popolo molto gentile e laborioso» afferma il gesuita. «Debbo dire che il governo e le sue organizzazioni caritative si sono molto adoperati con misure concrete di assistenza e supporto ai più poveri. Ma l’uscita dal tunnel appare ancora lontana».

di Roberto Cetera