· Città del Vaticano ·

«Ognuno accanto alla sua notte» di Lia Levi

Un attimo prima della fine

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22 marzo 2021

Ancora una volta Lia Levi torna a consegnarci storie di amore e dolore, sempre legate al tema della memoria della tragedia vissuta dalla comunità ebraica romana. Splendido il titolo che è un verso di Paul Celan Ognuno accanto alla sua notte (Roma, edizioni e/o, 2021, pagine 264, euro 18). Tre personaggi aprono il romanzo, costituiscono una sorta di cornice destinata a contenere tre racconti. Sono Gisella, Doriana e Saul che, ai nostri giorni, si trovano a trascorrere del tempo insieme in un casale toscano, uniti dal fatto di frequentare un medesimo corso di inglese. Sono poco più che dei conoscenti, solo Gisella e Doriana erano state amiche trent’anni prima ma s’erano perse di vista e si sono ritrovate da poco. Ognuno di essi è segnato da un dolore personale che ritiene privatissimo e in qualche modo esclusivo. Raccontando finiranno invece per scoprire che ramificazioni profonde, come vene di un giacimento sotterraneo, li fa convergere verso un unico momento storico, verso un unico lutto: la retata nel ghetto del 16 ottobre 1943.

Levi colloca prevalentemente le storie, ancora una volta, nel ghetto di Roma, il quartiere ebraico diviso dal Vaticano da una manciata di palazzi e dallo scorrere sereno del Tevere. Immagina la vita quotidiana, ancora sopportabile, anche se già pesantemente segnata dalle leggi razziali, poco prima di quel giorno fatale.

C’è un commediografo, Giulio Limentani, regista, drammaturgo e visionario, che non può più lavorare ma continua nell’anonimato a scrivere testi che fa firmare a un prestanome. Ci sono Colomba e Ferruccio, due quindicenni innamorati, con una forte incognita sulla loro relazione: Colomba è ebrea, Ferruccio è figlio di un piccolo gerarca fascista. E infine Vittorio e Graziano, padre e figlio, profondamente radicati nella comunità ebraica ma in forte dissenso tra loro. Il giovane rimprovera al padre una acquiescenza con i gerarchi fascisti contro i quali vorrebbe scagliarsi a rischio della sua propria vita. Lo farà, malgrado tutto, firmando la condanna a morte della persona a lui più cara e trasformando la sua esistenza in un purgatorio senza cielo e se stesso in un Caino senza perdono.

Levi con Una bambina e basta si è affacciata dagli anni Novanta nel panorama della nostra letteratura nazionale dando voce alla sua esperienza di “scampata” in quanto fortunosamente messa in salvo dai genitori presso un istituto di suore cattoliche che la protessero dall’orrore della deportazione così salvandole la vita. Dopo questo libro di forte impronta autobiografica ha continuato a scrivere, sempre attingendo a fatti veri o verosimili ma aderenti alla realtà storica. Ci ha consegnato romanzi intensi, vicende di uomini e donne che il fascismo, aveva destinato a un destino incerto o tragico. In questo ultimo lavoro ci presenta storie di una quotidianità vissuta adattandosi alle restrizioni, come se fossero normalità.

Tutto il romanzo, scritto in maniera limpida e potente, è il racconto di una comunità tradita e presa alla sprovvista dall’illusione di poter “trattare” con i nazifascisti, dalla beffa dell’oro e dalla storia che tutti conosciamo e che dobbiamo continuare a tramandare, oltre la vita dei sopravvissuti. Lia Levi ha dentro di sé un imperativo morale che la spinge a narrare perché vuole custodire e difendere la memoria, contro ogni tentativo di scolorirla, di distruggerne le tracce, di falsificarla. Nei suoi romanzi non c’è mai astio o un aspro atto di accusa o ancora un giudizio, ma solo un limpido racconto. Non entra mai nei treni blindati diretti ai lager, mai nei campi di concentramento né in quelli di sterminio. Sceglie di raccontare la vita, un attimo prima della “soluzione finale”. Il lettore giudicherà da sé. Con l’abilità di una grande tessitrice Lia Levi narra l’animo umano ancora con lo stupore di chi riesce a pensare che, nonostante tutto, il buono che c’è nell’uomo possa prevalere.

di Giulia Alberico
e Flaminia Marinaro