· Città del Vaticano ·

Dentro il Vaticano
La Biblioteca e l’Archivio apostolici

Per custodire la memoria

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22 marzo 2021

80.000 volumi manoscritti e più di 1.600.000 stampati, custoditi in Biblioteca; milioni di carte e pergamene raccolte in oltre 600 fondi e conservate su 83 chilometri di scaffalature, in Archivio: è un patrimonio librario e documentario che ha pochi eguali nel mondo quello delle due istituzioni «apostoliche» vaticane che più direttamente si occupano di custodire e trasmettere la memoria storica della Chiesa.

La nascita della Biblioteca si deve a Papa Niccolò v (1447-1455), che la dotò di numerosi codici e le diede una sede in Vaticano; lo stesso fece per l’Archivio Paolo v (1605-1621) dopo un secolo e mezzo, raccogliendo in un’unica collocazione fondi archivistici prima distribuiti in vari uffici. Ma, in realtà, per entrambi si trattò di “rifondazioni”: le loro origini remote, infatti, si possono far risalire a quello Scrinium della Chiesa romana che già nei primi secoli racchiudeva in sé le funzioni di biblioteca e di archivio dei Papi.

Strutturata in dipartimenti (Manoscritti, Stampati e Gabinetto numismatico), uffici e servizi (tra i quali il Laboratorio di restauro, il Laboratorio fotografico e la Scuola vaticana di Biblioteconomia), la Biblioteca vanta una preziosa e ricchissima dotazione libraria. Ma possiede anche interi archivi, sia medievali sia moderni, oltre 150.000 stampe, 300.000 tra monete e medaglie, più di 200.000 fotografie, migliaia di disegni e matrici, centinaia di oggetti d’arte. Nel lavoro sono impiegate diverse figure e professionalità: dagli scriptores, che si occupano della ricerca scientifica e dell’attività culturale, fino al personale addetto a mansioni specifiche come la catalogazione, il restauro, l’informatizzazione. Fedele al compito di raccogliere e conservare il suo patrimonio per renderlo disponibile al pubblico, da almeno un decennio la Biblioteca ha iniziato un processo di digitalizzazione che consente di usufruire online di una parte del materiale custodito: attualmente è stato riprodotto e messo a disposizione il 20 per cento dei manoscritti e si conta di completare questo progetto entro i prossimi trent’anni.

Aperto alla libera consultazione degli studiosi nel 1881 da Leone xiii , l’Archivio ha mantenuto il titolo di «segreto» — denominazione assunta a partire dalla metà del Seicento — fino a un anno e mezzo fa, quando Papa Francesco ne ha ripristinato l’originaria qualificazione di «apostolico», che «mette in evidenza — si legge nel motu proprio del 22 ottobre 2019 — lo stretto legame della Sede romana con l’Archivio, strumento indispensabile del ministero petrino, e al tempo stesso ne sottolinea l’immediata dipendenza dal Romano Pontefice». Finalizzata alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio documentario — che comprende, fra gli altri, gli archivi storici degli uffici di Curia e di oltre 75 rappresentanze diplomatiche della Santa Sede, e quelli completi degli ultimi due concili ecumenici — la sua attività si esplica essenzialmente in quattro settori: pubblicazioni, conservazione e restauro, acquisizioni digitali, progetti di collaborazioni con enti e istituzioni. Vi sono impegnate una sessantina di persone tra archivisti, scrittori, assistenti, tecnici specializzati, segretari.

Alla guida di entrambe le istituzioni — rette da un prefetto — è l’archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, che ne coordina l’attività e le rappresenta. La loro storica sede è nel Cortile del Belvedere, all’interno delle Mura vaticane.


Il cardinale José Tolentino de Mendonça

Antidoti all’amnesia


Un silenzio che è memoria, scrigno di sapere, anelito di infinito. È quanto si respira nella Biblioteca apostolica vaticana e nell’Archivio apostolico vaticano, istituzioni che oggi guardano al futuro, si aprono alla tecnologia pur conservando e rispettando testimonianze antiche della tradizione della Chiesa. Nella Biblioteca, ad esempio, «la cattolicità — spiega il cardinale José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa — non è un’astrazione» perché si tratta di «un abbracciare tutto ciò che è umano».  Risale al 1600, con Paolo V, la separazione tra la Biblioteca, «istituto di conservazione e ricerca», e l’Archivio che svolge un’attività di «carità intellettuale» perché condivide il suo patrimonio con studiosi di tutto il mondo.

Qual è il contributo specifico che la Biblioteca e l'Archivio hanno offerto nel corso dei secoli e offrono tuttora alla missione della Santa Sede e del successore di Pietro?

Comincio da un’immagine che mi è rimasta impressa accompagnando tante volte, in questi anni, studiosi o visitatori attraverso la Biblioteca o l’Archivio apostolici. Quando entrano in questi spazi e contemplano l’immensità e la qualità del patrimonio qui conservato, rimangono ammutoliti. Direi che il loro è un silenzio che non è solo silenzio. È qualcosa di simile a quel tremore che Blaise Pascal diceva essere quello provocato dal pensiero dell’infinito. Per capire la vocazione e la missione di queste istituzioni secolari, forse la cosa più corretta da farsi è riportarsi alla centralità della dimensione della memoria nella vita della Chiesa. Questa davvero basa la propria esistenza sulla memoria storica e sacramentale dei gesti e delle parole di Gesù. La Chiesa è tanto più vitale quanto più è cosciente della memoria viva che palpita in sé e le assicura continuità. Una biblioteca e un archivio sono antidoti all’amnesia. Una delle missioni fondamentali della Biblioteca apostolica, per esempio, è conservare alcune delle testimonianze più antiche della tradizione manoscritta delle Sacre Scritture. Soltanto questo basterebbe a considerarla come il cuore della Chiesa. Ma, come ha ricordato Papa Francesco, nella sua Biblioteca confluiscono «due grandi fiumi, la parola di Dio e la parola degli uomini». Qui, in effetti, si tocca da vicino quel che significa cattolicità. Qui la cattolicità non è un’astrazione. La cattolicità è stata ed è vissuta dai successori di Pietro come un abbracciare tutto ciò che è umano, valorizzando tutte le culture e forme di espressione. Così è andato edificandosi questo monumentale deposito del pensiero umano che si estende su un arco di secoli, dall’antichità fino al presente. È la stessa universalità che troviamo rispecchiata nei documenti dell’Archivio apostolico, che sono una sorta di prolungamento del libro degli Atti degli apostoli poiché narrano l’avventura del cristianesimo nel tempo e come lo Spirito Santo conduce la Chiesa. In questo modo è evidente, come ha detto Benedetto xvi , che l’Archivio e la Biblioteca apostolici sono «parte integrante degli strumenti necessari allo svolgimento del Ministero petrino» e costituiscono irrinunciabili strumenti per il governo della Chiesa.

Anche l’attività della Biblioteca e dell’Archivio è oggi fortemente segnata dalla crisi sanitaria mondiale, che ha penalizzato soprattutto il rapporto con gli studiosi e la comunità scientifica. Come fate fronte all’emergenza e che misure avete messo in atto per garantire la sicurezza senza pregiudicare il lavoro di ricerca?

L’Archivio e la Biblioteca aspostolici hanno fatto il possibile per attenuare l’impatto di questa grave crisi sanitaria. In verità non abbiamo mai chiuso, anche se per alcuni mesi non abbiamo potuto accogliere in presenza gli studiosi. Il nostro personale ha continuato a lavorare in smart working  e il governo, coadiuvato da una piccola équipe, ha continuato a operare in permanenza nelle sue due sedi. Le richieste di tutti coloro che, non potendo venire fisicamente al Cortile del Belvedere (sede storica della Biblioteca e dell’Archivio), ci hanno scritto per informazioni o copie dei materiali, sono state soddisfatte. E, non appena è stato possibile, siamo stati anche tra i primissimi a riaprire gli spazi agli studiosi, grazie anche a una riduzione del tradizionale periodo di chiusura estiva. Naturalmente, al fine di ottemperare scrupolosamente a tutte le regole di protezione sanitaria, possiamo ora accogliere numeri inferiori di ricercatori. In ogni caso, lo sforzo che facciamo è stato ampiamente riconosciuto dagli studiosi, che elogiano il servizio altamente qualificato che la Santa Sede offre alla comunità scientifica internazionale.

Le innovazioni tecnologiche rappresentano una sfida che richiede un aggiornamento continuo per essere al passo coi tempi. Che futuro si può ipotizzare per due istituzioni nate per custodire e preservare le testimonianze del passato?

Come spesso dice Papa Francesco, non viviamo solo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. È vero: siamo dentro a un cambiamento epocale di grande portata che avrà certamente un impatto irreversibile sul mondo delle biblioteche e degli archivi. Una cosa positiva, almeno, già sappiamo: le società del futuro valorizzeranno sempre più la conoscenza. Ciò significa che il patrimonio che noi rappresentiamo è una componente obbligatoria del futuro. Rimangono tuttavia aperte, per il momento, molte questioni, riguardanti sia la preservazione delle nuove modalità di comunicazione umana sia le forme di costruzione della conoscenza stessa. È illusorio credere che il salto dall’analogico al digitale si faccia in un clic. Esige un cammino lungo e collaborativo. Ma stare al passo coi tempi non è un’opzione: è un dovere. La Santa Sede, in effetti, non si è fermata. L’inizio della costruzione della Biblioteca Virtuale data da oltre un decennio, e continua a progredire. Abbiamo attualmente, per così dire, due biblioteche: una fisica e una virtuale. Quest’ultima contiene, in regime di open access , circa il 20 per cento dei manoscritti che la nostra Biblioteca fisica possiede. E l’idea è di andare avanti. Chiaramente, tutto questo rappresenta uno sforzo enorme, che rivela l’amore della Santa Sede per la cultura come strumento per lo sviluppo umano e per la pace. Ma necessitiamo del sostegno di tutti i cristiani e persone di buona volontà consapevoli della rilevanza della cultura. Lo stesso vale per l’Archivio apostolico, nel quale si continuano a realizzare importanti progetti di digitalizzazione, tanto dei documenti come degli inventari. Stiamo rispondendo con responsabilità alle sfide del futuro.
 

Monsignor Cesare Pasini

A servizio della cultura e del sapere


Proiettata nel futuro con la stessa missione di sempre: mettere a disposizione degli studiosi tutti i propri materiali. La Biblioteca apostolica vaticana cammina su questa strada grazie a una struttura che permette di salvaguardare, curare e restaurare, se occorre, un vasto patrimonio costituito da volumi, incisioni e disegni, monete e medaglie. Un patrimonio tutelato in ogni suo aspetto, anche in quello della climatizzazione delle sale o nella produzione di immagini ad alta qualità poi trasferite sul sito internet. «Ad oggi — spiega monsignor Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca apostolica vaticana — è online il 20% di tutti i manoscritti, circa 80 mila». Un lavoro, o meglio un’impresa, che sarà completato nei prossimi trent’anni.

La cura e la salvaguardia del patrimonio librario vaticano richiedono sensibilità storica e passione per la ricerca, ma anche particolari competenze tecniche. Che tipo di lavoro è necessario e quali figure professionali vengono impiegate nella Biblioteca?

Il personale della Biblioteca comprende al suo interno svariate competenze. Gli scriptores  e tutto il personale addetto alla ricerca scientifica si dedicano allo studio dei manoscritti e della documentazione d’archivio, alla loro identificazione e catalogazione; altro personale specializzato è impegnato nello studio, catalogazione e acquisizioni dei volumi a stampa, delle incisioni e dei disegni, delle monete e delle medaglie: si richiedono quindi competenze specifiche per ciascuno di questi ambiti e anche per le lingue e culture che ce li tramandano.

A un’adeguata conservazione dei materiali e al loro restauro, quando necessario, provvede il personale del Laboratorio di restauro, mentre il personale del Laboratorio fotografico si occupa delle riproduzioni fotografiche digitali: ambedue i laboratori richiedono competenze specifiche continuamente in aggiornamento.

La Biblioteca odierna comprende un’ampia struttura virtuale, informatica, quasi una seconda biblioteca virtuale accanto alla biblioteca fisica: è necessario fornire molti servizi online, attraverso il sito della biblioteca e attraverso contatti informatici, in particolare dare accesso alle immagini digitali dei manoscritti e degli altri materiali. È quindi necessario un ufficio di Coordinamento di tali servizi e un Centro elaborazione dati, con personale altamente specializzato e continuamente aggiornato.

Evidentemente una struttura così articolata richiede nel proprio ambito adeguate competenze amministrative, svolte in particolare dall’ufficio dell’Economato, e tutta una serie di servizi: uffici di segreteria, di Promozione e sviluppo, per l’ammissione degli studiosi, per le mostre a cui la Biblioteca presta proprie opere.

Altra specializzazione è richiesta alla dirigenza e agli insegnati della Scuola di biblioteconomia, annessa alla Biblioteca, che organizza corsi biennali postuniversitari per i bibliotecari.

Quali spese comporta la custodia di una collezione così vasta e preziosa? E in che modo i costi materiali corrispondono alle finalità della missione affidata alla Biblioteca?

La missione della Biblioteca consiste nel mettere a disposizione degli studiosi e di tutti i propri materiali: si connettono quindi a questa missione le spese per il funzionamento della biblioteca a disposizione di tutti coloro che la frequentano e le spese per rendere accessibile e aggiornata la Biblioteca virtuale aperta a tutti nella rete web. Inoltre, per una adeguata conservazione dei materiali sono necessarie una climatizzazione specifica degli ambienti e un’opera attenta e continua di prevenzione e conservazione, con i costi corrispondenti. Infine lo stesso studio e la catalogazione e l’intera organizzazione della Biblioteca a servizio della missione, comportano gli ordinari costi dell’istituzione.

La rivoluzione tecnologica sta incidendo profondamente anche sulle modalità di lettura e di divulgazione della parola scritta, tanto da mettere in discussione il futuro stesso della “forma-libro”. Quali conseguenze ha tutto questo sulla struttura e sull’attività della Biblioteca?

Una Biblioteca come la Vaticana, storica e attuale allo stesso tempo, conserva e valorizza tutti i beni che lungo i secoli le sono stati affidati: i libri e tutto il resto sono conservati e utilizzati, studiati e investigati. Come biblioteca-oggi, inoltre, la Vaticana è proiettata a utilizzare tutte le nuove strumentazioni che favoriscono la conoscenza e la comunicazione di quegli stessi materiali: il sito web, i canali di informazione e di contatto, la digitalizzazione. La sfida di sempre per la Biblioteca è come meglio “servire” gli studiosi e tutte le persone interessate, come servire e comunicare e divulgare cultura: le nuove strumentazioni non sono uno stacco dal passato, ma una modalità nuova di esprimere e migliorare la missione e il servizio di sempre.

Sempre a proposito del rapporto fra tradizione e nuove tecnologie, a che punto è il lavoro di digitalizzazione del materiale librario e in che modo verrà reso fruibile alla comunità degli studiosi?

Con la digitalizzazione vengono messe a disposizioni le riproduzioni dei manoscritti, delle incisioni e dei disegni, delle monete e delle medaglie. Seguendo la tradizione della Biblioteca, che accoglie gli studiosi gratuitamente cercando di fornire loro il miglior servizio possibile, anche queste immagini sono poste online, a mano a mano che vengono prodotte, a libero accesso per tutti. La digitalizzazione dei manoscritti, che costituiscono la principale tipologia di libri sottoposti a digitalizzazione per l’unicità singolare di ciascuno di essi, è stata iniziata nel 2012, dopo un’accurata preparazione durata circa due anni. A oggi la Vaticana ha riprodotto e posto online circa il 20  per cento di tutti i suoi manoscritti, che sono circa 80.000. Il lavoro deve essere molto accurato, per non rovinare gli originali e per produrre immagini di alta qualità (un lavoro da non ripetere di nuovo nel corso degli anni) e per favorirne la visione corretta e agile sul sito della Biblioteca. Con l’aiuto di benefattori, che hanno compreso il profondo valore di questa impresa, si è riusciti a procedere con un ritmo significativo: immaginiamo di poter completare il progetto nei prossimi trent’anni. (benedetta capelli)
 

Il vescovo Sergio Pagano

Un’istituzione aperta al mondo


Per volere di Papa Francesco l’Archivio vaticano non è più «segreto» ma «apostolico», in sostanza nulla della sua natura è andato perso o cambiato. Resta infatti una delle istituzioni più antiche che ha una missione chiara: conservare i documenti del Papa, dei vari organismi della Curia mettendoli a disposizione di chi ne fa richiesta. L’«Archivio centrale della Santa Sede», come definito da Giovanni Paolo ii , ha un’estensione di documentazione pari a circa 83 km lineari e questo lo rende uno dei più vasti al mondo. È custode di una storia millenaria che non ha paura di aprirsi all’esterno; lo testimonia la possibilità di consultare i documenti del pontificato di Pio xii , il Papa che ha vissuto il difficile periodo del nazifascismo. Chi si rivolge a noi, sottolinea il prefetto dell’Archivio apostolico vaticano, il vescovo barnabita Sergio Pagano, non è solo un cultore di storia religiosa o civile ma  compie indagini che «si estendono ad ogni aspetto dell’umana società».

In un contesto culturale secolarizzato come quello attuale, che sembra aver smarrito il senso della memoria e il riferimento a valori “forti”, che spazio ha un’istituzione nata per preservare le testimonianze storiche del papato e della Chiesa?

Lo spazio e il compito che i Pontefici hanno affidato all’allora Archivio segreto vaticano, oggi Archivio apostolico vaticano, sono gli stessi in ogni epoca, a prescindere — generalmente parlando — dal contesto culturale mutevole: ovvero conservare, ordinare e valorizzare la documentazione prodotta dalle Segreterie dei romani Pontefici e dai vari Organismi della Curia romana, nonché disporre che tale documentazione sia posta anzitutto al servizio interno del Papa e della Santa Sede, quindi (a partire dal 1881) alla diretta fruizione dei ricercatori di tutto il mondo che all’Archivio vaticano ricorrono, in misura sempre maggiore, per i loro studi.

Nonostante «il contesto culturale secolarizzato» che lei rileva nella sua domanda, a me consta che il numero dei ricercatori che chiedono ogni anno l’ammissione alle sale di studio dell’Archivio vaticano sia da diversi decenni più o meno stabile e si aggiri sulla cifra di circa 1.000 richieste di ammissione all’anno (siamo passati dalle 1.228 tessere di ammissione del 2015 a 1.011 tessere del 2018), salvo questo ultimo anno trascorso, che ha frenato di forza l’accesso a Roma dei diversi studiosi (soltanto 739 ammissioni).

Il costante interesse verso la documentazione dell’Archivio apostolico vaticano (che la legge sugli archivi di san Giovanni Paolo ii  ribadisce essere l’archivio centrale della Santa Sede), non mostra segni di flessione negli anni, e ciò, come lei diceva, anche in periodi di forte secolarizzazione. Ciò deriva dal fatto che la documentazione dell’Archivio pontificio, oltre che uno scontato aspetto religioso, riveste anche un carattere di interesse storico, geografico, culturale, e in pratica quella che gli eruditi chiamavano “géographie humaine ”. Perciò fra gli studiosi che rivolgono le loro investigazioni ai documenti custoditi dall’Archivio apostolico vi sono sia cultori di storia religiosa che di storia civile; le loro indagini si estendono ad ogni aspetto della umana società. Vi è perciò chi ricerca documenti atti a costruire una determinata biografia (di Papi, di imperatori, di re e di sovrani o delle loro corti), chi studia una diocesi o una città, uno Stato o un impero, chi si muove nella vasto campo dell’agiografia, chi indaga le relazioni diplomatiche, chi studia fenomeni religiosi o movimenti teologici, chi privilegia la storia delle istituzioni, chi quella di un santuario, di un monastero, di una chiesa, chi ancora è interessato alla sua parrocchia o al suo paese.

Dopo il motu proprio che il 22 ottobre 2019 ne ha modificato la denominazione, eliminando il titolo di «segreto», l’Archivio vaticano condivide ora con la Biblioteca la qualifica di «apostolico». Qual è il senso di questa decisione di Papa Francesco e che cosa ha significato per l’Archivio?

Il senso della decisione del Santo Padre Francesco è tutto bene espresso nel motu proprio del 22 ottobre 2019 con cui cambiò la plurisecolare intitolazione di Archivum Secretum Vaticanum , Archivio segreto vaticano, in Archivio apostolico vaticano. Leggendo attentamente quel documento si viene a sapere che già nel Seicento l’archivio del Papa era detto sia secretum , sia apostolicum , e che ancora nell’Ottocento si parlava di Archivum Secretum Apostolicum Vaticanum . Papa Francesco, per evitare facili fraintendimenti che questo titolo causava o poteva causare nelle lingue moderne, italiano compreso, nel termine Segreto , credette bene (io penso con ragione) di lasciare cadere questo termine ormai «scomodo» e fuorviante e sostituirlo con il termine Apostolico , che nella pratica equivale a Segreto , perché in latino sia secretum  (che vuol dire separato, privato), sia apostolicum  (cioè del domnus apostolicus , che è solo il Papa) designano la medesima realtà, anche giuridica. L’Archivio apostolico vaticano non ha perso nulla della sua originaria natura abbandonando quel Segreto , perché anche nella nuova intitolazione voluta da Papa Francesco continua ad essere l’Archivio privato del Papa (perciò Apostolico ), a lui solo soggetto e in esclusivo suo governo.

Tale mutazione del titolo in Archivio vaticano è stata accolta sulle prime — com’è comprensibile — con qualche nostalgia (il vecchio termine latino secretum  aveva pure il suo fascino!), ma poi tutti si sono resi conto che il cambio del nome deciso dal Papa rispondeva e risponde in effetti ad un bisogno di incontrare il “sentire” moderno, che nel secretum  poteva pensare a reconditi misteri racchiusi in oscuri e vasti depositi, romanzati solo da chi non ha mai conosciuto la realtà dell’Archivio vaticano.

Come è strutturato il personale dell’Archivio e in che modo è organizzato il lavoro? Quali costi comporta? E quali sono le voci più rilevanti del vostro specifico “bilancio di missione”?

A capo dell’Archivio apostolico vaticano, così come della Biblioteca apostolica, sta il cardinale archivista e bibliotecario, che coordina l’attività delle due istituzioni e le rappresenta, sia in Curia romana, sia nel contesto internazionale. L’ordinaria gestione dell’Archivio vaticano spetta al suo prefetto, nominato dal Papa; egli riferisce costantemente del governo dell’istituzione al cardinale archivista e il prefetto è sempre coadiuvato dal vice prefetto, anch’egli di nomina papale. Spetta al prefetto la distribuzione dei lavori scientifici agli officiali e dei lavori ordinari di gestione ad altro personale. Questo poi è composto da archivisti, scrittori, segretari, assistenti, addetti d’archivio, tecnici specializzati dei laboratori (informatico, fotografico, di legatoria e restauro), assistenti delle tre sale di studio e ausiliari per altre mansioni (in tutto oggi 63 persone, destinate a ridursi nel corso di cinque anni, per ragioni di contenimento dei costi, a 58 persone). Il costo della gestione annuale dell’Archivio apostolico si aggira intorno al 2% dell’intero bilancio della Santa Sede. Il costo certamente più rilevante del bilancio dell’Archivio è il personale, ovviamente, sebbene l’Archivio apostolico, che possiede una estensione di documentazione pari oggi a circa 83 km lineari ed è quindi uno dei più vasti (certamente dei più antichi e preziosi) del mondo, abbia un personale al di sotto delle effettive necessità. Altri archivi di Stato (paragonabili all’Archivio del Papa) hanno almeno il doppio del personale. Ma è ovvio pensare che la Santa Sede più di questo sforzo economico non possa compiere, tenuto conto delle relative risorse economiche e del fatto che la considerevole spesa per il mantenimento annuale dell’Archivio vaticano è volta a tutto e solo vantaggio culturale.

Dallo scorso anno, per volontà del Papa, sono disponibili alla consultazione degli studiosi i documenti del pontificato di Pio xii . Perché la Chiesa non deve avere «paura della storia», come ha detto lo stesso Francesco annunciando l’apertura degli archivi di Pacelli?

Dopo una lunga e necessaria attesa di almeno vent’anni, il 4 marzo 2019 Papa Francesco annunciava la sua decisione di aprire alla consultazione degli storici le fonti del fondamentale pontificato di Pio xii  (1939-1958). Ciò facendo il Pontefice ribadiva una grande verità già palesata dai suoi predecessori (almeno da Leone xiii  in poi), che cioè la Chiesa cattolica non ha «paura della storia». La Chiesa sa bene che il suo passaggio nei lunghi secoli della sua esistenza fra le diverse civiltà, gli uomini e le culture, ad altro non fu indirizzato, per volontà del suo istitutore Gesù Cristo, che alla salvezza degli uomini e alla costruzione di una città di Dio. Sa bene la Chiesa, parimenti, che il mandato del suo Signore fu ed è affidato ad altri uomini (costituiti nel sacerdozio  e nella vita laicale), i quali, come insegna tutto il Vecchio e il Nuovo Testamento, sono “impastati” di grazia e di peccato, di fede forte (santità) e di debolezze personali e contingenti. Ciò vale a cominciare da san Pietro, il principe degli apostoli, per continuare nei suoi successori e con i pastori eletti a guidare il popolo santo di Dio. Grazia e peccato, robustezza spirituale e fragilità umana, luci ed ombre, insomma, sono innegabilmente intrecciate e riflesse nella storia della Chiesa e perciò anche nei documenti custoditi dall’Archivio pontificio. Questa realtà si verifica anche con i molti, anzi moltissimi documenti del pontificato di Papa Pacelli, ma senza che ciò desti in Papa Francesco e in noi alcuna preoccupazione. Chi poi avrà la pazienza e l’onestà intellettuale di studiare l’insieme delle migliaia di carte trattate da Pio xii  e dagli organismi della Santa Sede sotto il suo pontificato, dovrà alla fine ammettere (ne sono pienamente convinto) che nel clima assai torbido e oscuro della seconda guerra mondiale, la cattedra di Pietro non fu affatto eclissata od offuscata dai tempi crudi e terribili, nonostante tutte le circostanze avverse e le incertezze in cui si trovò ad operare Eugenio Pacelli. Risulta vero l’opposto. Anche agli occhi di chi le muoveva attacchi e rimproveri d’ogni sorta, la Santa Sede rimase pur sempre un punto alto di riferimento, di umanità e di civiltà, per cattolici, per non cattolici e per non cristiani. (benedetta capelli)