· Città del Vaticano ·

Le domande dei ragazzi del Campus Biomedico

Come archi
in attesa di scattare

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22 marzo 2021

È possibile parlare di felicità in un periodo come quello che stiamo vivendo ormai da un anno? O meglio, è opportuno, attuale, sensato? E anche ammesso che si riuscisse a parlarne, di che tipo di felicità si tratterebbe? Ecco, da un certo punto di vista la questione ha proprio i connotati del bisogno di senso a cui l’uomo sempre anela, in qualunque condizione o situazione si trovi. E se si è giovani questa domanda di significato diventa ancora più radicale, data la necessità di individuare le coordinate orientative dell’esistenza che si comincia a gestire con maggiore autonomia. Anche e soprattutto in tempo di pandemia, in questo tempo che troppo spesso si tende a liquidare in modo frettoloso come un tempo sospeso. Ma l’esistenza umana è per sua natura dinamica e processuale pertanto è solo un atteggiamento un po’ distratto quello che crede di poterla imbrigliare nelle maglie dell’inattività.

Tale desiderio esistenziale è, a ben pensarci, ancora presente in noi adulti e in molti giovani che da mesi costringiamo ad un pensiero forse poco coraggiosamente umano, che si accontenta dell’acquiescente attesa. Eppure, dialogando con i miei studenti del corso di Scienze infermieristiche al Campus Biomedico di Roma, a dar loro uno spazio di espressione, a dar loro un tempo di ascolto si scopre che di audacia e di forza del desiderio, di quell’andare verso le stelle che brillano e illuminano, ne sono ricchi, nonostante la dad, il distanziamento sociale, le mascherine. I ragazzi continuano a sognare e progettare un agere fortemente impastato di essere, dimostrano di avere risorse che magari non sospettiamo… sorprendendo le nostre presunte capacità di interpretare i loro vissuti e i loro aneliti realizzativi. E i ruoli, a volerli ascoltare, possono invertirsi ed è il docente a imparare qualcosa. «Ma quando scegliamo di essere felici dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che durante questa ricerca potremmo sperimentare situazioni difficili, in cui verremo messi alla prova, in cui dovremo alzarci ed elevare il nostro sguardo verso l’alto per non dimenticare che il nostro obiettivo è la felicità e che essendo una porta che si apre verso l’esterno è pieno di ostacoli da superare. Nel momento in cui scegliamo di fare questo, proprio come l’arco, ci mettiamo in tensione e siamo pronti a “lanciarci”».

Scopriamo così che i loro giovani cuori non si lasciano abbattere così facilmente e resistono all’insensatezza e a una lettura della realtà eccessivamente parziale. Così, pur con senso di realismo, combattono per il loro diritto di pensare anche “l’altro possibile”, quello che sono portati a sognare e poi a costruire, per poter abitare il “possibile” anziché semplicemente il probabile, come esortava già a fare anche Papa Francesco qualche settimana dopo l’inizio della pandemia: «Non siamo abituati ad abitare nella possibilità, come invece recita un verso di Emily Dickinson: I dwell in possibility. Abbiamo allora bisogno di un “realismo” che rompa “schemi, modalità e strutture fisse o caduche”». Così si scopre che essi non si sono affatto arresi all’attesa di un momento migliore in cui poter esprimere la loro energia vitale né si accontentano di quella relazionalità virtuale nella quale ci siamo abituati ad immaginarli pienamente appagati (e anestetizzati). «Questa espressione richiama l’ignoto, il nuovo, qualcosa di mai visto. Parliamo infatti di una sensazione di riempimento che mai nella vita può essere percepita se non nel momento in cui attribuiamo un significato al nostro esistere e finalmente ci riconosciamo nel mondo come esseri visibili e apprezzabili».

In questa frase «si avverte quanto sia importante basare la propria felicità su un qualcosa che va oltre noi stessi, una meta che può essere un progetto o una persona». Viene in mente «un vero senso di apertura, ovvero qualcosa che mi invita ad uscire, ad aprire i miei orizzonti. Cercando di chiudere sempre più la porta verso di noi rimarremmo intrappolati in noi stessi e nelle nostre ambizioni, senza dar spazio al mondo che ci circonda: è bene quindi aprirla verso l’esterno per poter essere felici. Per me la parola felicità è accompagnata dalla parola condivisione». Non si può non pensare a quel senso di “società umana e fraterna”, a quella “amicizia sociale”, a quel “futuro non monocromatico” che Papa Francesco, nella sua ultima enciclica, invita a costruire e a guardare “nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare”, anche adesso, proprio adesso, nel tempo della perdurante pandemia. «Siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi una specie di legge d’estasi: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento d’essere».

Inaspettatamente l’apertura verso l’esterno, ignoto e non sempre governabile, è sentita da questi ragazzi come una possibilità positiva piuttosto che come un peso, addirittura anche una sorta di compensazione alle difficoltà vissute: «La possibilità di aprirsi verso gli altri permette di compensare tutti gli sforzi, le decisioni o le azioni che qualcuno ha realizzato nella vita. La felicità si ottiene quando si trova un senso e questo è possibile se l’uomo risponde alle domande che gli fa la vita, come insegna Frankl».

Ovviamente può accadere che queste domande si presentino nella forma di circostanze difficili, dolorose, di situazioni in cui vengono chiesti sforzi, rinunce, o di eventi che non si ha il potere di modificare… Allora, che fare? È possibile che l’uomo conservi un ambito di atteggiamento libero interiore, un “potersi decidere”? «Quando fuori piove noi non ci limitiamo a rinchiuderci in casa ma prendiamo l’ombrello e usciamo, così anche nei momenti difficili quando non possiamo cambiare gli eventi, possiamo cambiare i nostri atteggiamenti non abbattendoci e andando avanti. Spetta solo a noi l’atteggiamento da adottare». La felicità deve “accadere”.

di Raffaella Esposito