· Città del Vaticano ·

#QuarantaGiorni
Tracce di riflessione lungo il cammino quaresimale

Non ci si salva da soli

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18 marzo 2021

Striscia di Gaza. Per molti, oggi, è solo un remoto luogo di conflitto. I più informati sanno anche che è una delle zone più densamente popolate del pianeta (più di due milioni di abitanti in 360 chilometri quadrati). Pochi, invece, sanno che un tempo l’entroterra di quella città era una zona piuttosto desertica. Pochissimi poi ricordano che quel deserto, tra il iv e il vi secolo, ospitò una fiorente scuola monastica, con caratteristiche proprie e non priva di figure di spicco: da abba Ilarione, fino ai grandi maestri Barsanufio e Giovanni — dei quali ci è pervenuto un ricco epistolario — e il loro discepolo Doroteo. Di quest’ultimo, Papa Francesco ha studiato la dottrina dell’umiltà e dell’«accusare se stessi» come strada privilegiata verso Dio.

La scuola monastica di Gaza insegnava a praticare con moderazione l’ascesi del corpo («fa’ quello che puoi, e Dio per le preghiere dei tuoi padri ti verrà in aiuto»), ma era implacabile nell’esigere lo sradicamento della philautìa, cioè l’idolatria dell’io. Chiedeva ai monaci di farsi discepoli di un padre spirituale, per diventare veri discepoli del Signore. Insegnava ad aprire con fiducia il proprio cuore, con tutte le sue ambiguità, ad un fratello anziano, per scacciare il diavolo, “padre della menzogna”. Si fondava, cioè, sull’umile riconoscimento che ci si salva soltanto insieme. Conclusione apparentemente paradossale, per monaci ed eremiti. Ma questa è la sostanza di ogni autentico cammino di conversione. L’obiettivo della vita monastica (anzi, di ogni vita cristiana) è “rinunciare alla volontà propria”, ossia affrancarsi dalla necessità imperiosa di affermare sé stessi. Imporsi sugli altri è la necessità di chi non si sente amato abbastanza. La consapevolezza battesimale — «tu sei mio figlio, tu sei amato» — guarisce il cuore dall’imperativo della philautìa: c’è un Altro che mi ama, più e meglio di me stesso, e questo mi basta.

Confessare la propria debolezza ai fratelli è il modo migliore per sollecitarne la compassione e crescere insieme nell’umiltà. Ad un giovane monaco che si sentiva schiacciato dal peso dei propri peccati, Barsanufio scriveva: «D’ora in poi porto io la metà del tuo fardello». Il giovane replicò sorpreso: come mai la metà? «Dio sa che sono polvere e cenere, un nulla totale — rispose l’anziano —, chi sono io per portare i tuoi peccati? Ma parlo mosso dall’amore di Cristo. Perciò non ti ho detto che ne prendo soltanto un terzo, lasciandoti così portare un fardello più pesante. D’altronde non ti ho detto neppure che ne avrei presi due terzi, per dire che sono più forte di te, perché sarebbe vanagloria… Se siamo fratelli, dividiamo in parti uguali la fortuna del nostro Padre, e così non ci sarà nessuna ingiustizia» (Lettera n. 73: SCh 427, p. 348ss). La vera ascesi non è un eroismo individuale, ma la costruzione di una fraternità più autentica, la riscoperta del Padre comune che ci rende “fratelli tutti”, nella consapevolezza che ciascuno rimane responsabile della propria conversione. Si tratta di «portare i pesi gli uni degli altri» (cfr. Gal 6, 2), senza montare in superbia, fuggendo la presunzione di poterci fare santi da soli. L’esperienza della carità divina passa attraverso la scoperta della carità fraterna, imparando a mettere serenamente al primo posto non me stesso, ma il fratello. Questa è la vera ascesi. In concreto, cosa fare in questa quaresima? Cercare un anziano — un presbyteros — a cui aprire il proprio cuore, per condividere il peso delle nostre colpe, purificarci e accogliere così l’amore di Dio. «Nella mente pura e unita — come scrive Cristina Campo — Dio può dimorare. È l’unica ragione della sollecitudine di non peccare, l’unico vero movente dell’instancabile purificazione».

di Filippo Morlacchi