· Città del Vaticano ·

Yosef, l’uomo che portò in braccio guidò, baciò diede da mangiare al figlio di Dio

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17 marzo 2021

Da quando sono arrivato in Terra Santa, ormai più di due decenni fa, sono state tante le situazioni e gli eventi che mi hanno portato a meditare sull’amore di Dio per l’uomo. Un amore che, per salvare e ricapitolare Gesù in tutte le cose (Col 1, 16-22), si incarna, cresce, vive, insegna, incontra, muore e risorge per tutti e per ciascuno. Questa ricerca della conoscenza di Gesù si è resa ancora più concreta con il mio trasferimento a Nazareth nel 2013, come guardiano del Convento di Nazareth e rettore sia del santuario basilica dell’Annunciazione che di quello di San Giuseppe. Qui (hic) dove il Verbo si è fatto carne. Sono arrivato a Nazareth in contemporanea con l’inizio del pontificato di Papa Francesco. Un Pontefice che fin dall’inizio ha dimostrato una forte identità paterna, che non ho potuto non associare qui alla paternità di san Giuseppe. Egli abbraccia i piccoli, i semplici, i malati, i bambini, e con loro si intrattiene con piacere, dimostrando attraverso i suoi gesti una vicinanza, che supera barriere fisiche, concettuali e ideologiche.

In mezzo alle difficoltà della pandemia da covid 19, il Papa ci indica che l’unica maniera per vincere il male è la fratellanza universale. Con la Lettera enciclica Fratelli tutti ci porta alla freschezza del Vangelo, alla bellezza del suo inizio, ci trasporta qui a Nazareth, dove respiriamo ogni giorno un profumo di Incarnazione. Il profumo del fiore della Galilea, infatti an-Nāṣira (“Nazareth”), in arabo significa fiore. Questa cura del prossimo, che è la cifra dell’agire di Papa Francesco, mi rimanda alle caratteristiche della “scuola” di Nazareth. Qui il Figlio di Dio ha imparato l’umanità della sua natura teandrica da suo padre Yosef Ben Yacob — San Giuseppe. Lui che lo educò, lo nutrì e con il quale crebbe nella sua umanità.

L’originalità del Vangelo è segnata dai 30 anni della permanenza di Gesù nella vita nascosta. Fatto unico perché prima di essere predicato, il Vangelo fu vissuto. Perché il Vangelo è vita e non un’idea. Non posso dimenticare il 19 marzo 2013, sei giorni dopo la sua elezione quando Francesco inaugurò il proprio Pontificato con un’omelia su san Giuseppe, incentrata sul ruolo di “custode” della crescita umana di Gesù. Quella omelia ci colpì e ci commosse qui a Nazareth: parlando di Giuseppe sentimmo quel giorno il pensiero del Papa rivolto anche a noi che qui a Nazareth ne custodiamo la casa e la memoria.

Non ci stupisce dunque la sua decisione di dedicare al santo la Lettera apostolica Patris corde, e di proclamare l’anno “giuseppino”, elevando san Giuseppe a modello di paternità, di sposo, di uomo educatore, che si dimentica di se stesso per curare un figlio che non era suo.

Egli “accoglie Maria senza precondizioni” ed è l’uomo in cui “Gesù ha visto la tenerezza di Dio”. Yosef (Giuseppe), che insegnò a pregare a Yehoshua, invita ogni padre di famiglia ad aprire il suo orizzonte alla vita di preghiera. Operaio esemplare, in questo periodo di crisi economica, ci insegna che l’economia deve essere al servizio dell’uomo. Yosef è ricordato per la sua castità, e può aiutarci in questo mondo, pervaso da un edonismo erotico, a riscoprire con urgenza il vero significato dell’amore a tutti i livelli. Guardare al giusto e umano artigiano della Galilea, ci insegna ad aprirci a tutti come fratelli.

Proprio da qui, da dove vi scrivo, Gesù adolescente e giovane usciva per lavorare, in direzione della città ellenistica di Seforis, accompagnato da suo padre san Giuseppe. Queste esperienze hanno segnato il Figlio di Dio nella sua umanità. Giuseppe trasmise a Gesù la percezione di sentirsi unico, che è poi la proprietà di chi lavora con la creatività dell’artigiano. Le caratteristiche proprie di chi si fermava a parlare, ad ascoltare i clienti, che spiegavano al giusto Yosef i loro desideri, le difficoltà, i sogni.

Yosef, nella vita di ogni giorno, fornì al Figlio di Dio il carattere umano, educandolo alla conoscenza della vita, del mondo, del lavoro, del linguaggio, e alla conoscenza della Torah. All’apertura anche verso coloro che non erano di religione ebraica. Seforis, dove andavano a lavorare, era infatti una città mista nella quale convivevano ebrei e romani. Mi commuovo nel pensare che questo povero e umile villaggio, dove vivo per “grazia”, affidato ai frati della Custodia di Terra Santa, sia la fonte del cristianesimo originario. Fu davvero inspirato san Paolo vi quando paragonò san Giuseppe a una lampada domestica, che diffonde i suoi raggi benefici nella “casa di Dio”, la Chiesa: Giuseppe la illumina con il suo esempio incomparabile, di servizio al Figlio suo e di Dio, con amore e per amore1. Per questo san Bernardo, grande padre della teologia monastica cistercense, dice candidamente che le «“lodi” attribuite a san Giuseppe si trovano nella genuinità del Vangelo». E prosegue: «Il Signore trovò Yosef secondo il suo cuore e gli affidò con fiducia i segreti più misteriosi e sacri del suo cuore. I re e i profeti vollero vedere e non videro, tuttavia fu concesso a lui, Yosef, che non solo lo vide e sentì, ma lo portò in braccio, lo guidò nei suoi passi, lo abbracciò, lo baciò, gli diede da mangiare ed ebbe cura di lui»2. Tanto furono significativi per la Chiesa nascente l’alto compito e la missione di san Giuseppe, che la casa di Yosef Ben Yacob, in cui visse in compagnia di Gesù e della Vergine Maria, secondo le fonti antiche e la testimonianza del vescovo pellegrino Arcufo ( vi secolo), fu chiamata santuario della Nutrizione.

Mi auguro che questo anno dedicato a san Giuseppe possa essere un invito a tutti a riconoscere e venerare il più “umile santo” che qui ha vissuto. Noi qui a Nazareth preghiamo così: «Lodato sii mi Signore per “Yosef Ben Yacob”, padre putativo di Yehoshua, egli ci insegna a lavorare con gioia ogni giorno, ad essere semplici, puri e santi per fare la santa volontà del Padre. Lui, il guardiano della vita e dell’amore, prosegue il suo compito come Custode del Redentore, difendendo la Chiesa di suo Figlio nel mondo». San Giuseppe faccia riscoprire continuamente ai cristiani, la propria identità, di discepoli della “Parola di Dio”3, Incarnata e rivelata in Yehoshua, il Verbo che si fece Carne, nella storia e realtà, qui (hic) a Nazareth.

di Bruno Varriano
Guardiano e rettore dei santuari dell’Annunciazione
e della casa di Giuseppe a Nazareth di Galilea


1 Omelia 19 marzo 1966.
2 Omelia ii super Missus est "2, 16: pl 183, 70.
3 Dei Verbum.