· Città del Vaticano ·

«Le donne di Dante» di Marco Santagata

Prima e dopo Beatrice

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17 marzo 2021

Sulla donna di Dante sono stati — e verranno ancora — scritti fiumi di parole. E la donna per antonomasia, lo sappiamo dalla Vita Nova, dagli ultimi canti del Purgatorio e poi dal Paradiso intero, è per lui Bice di Folco Portinari. Di cui in realtà sappiamo ben poco. Nata tra la fine del 1265 e l’inizio del 1266, visto che Dante scrive di averla incontrata la prima volta quando lei, nel 1274, aveva un po’ più di otto anni, intorno al 1280 andò in sposa a un Simone, rampollo della ricca famiglia — gestivano una delle più importanti compagnie bancarie del tempo — dei Bardi, quelli, per capirci, che commissionarono a Giotto gli affreschi della loro cappella all’interno della chiesa di Santa Croce: morì, anche questo ce lo dice il poeta, nel 1290.

Ora però arriva questo Le donne di Dante (Bologna, Il Mulino, 2021, pagine 240, euro 38), ultimo lavoro del compianto Marco Santagata, a offrirci un inusuale omaggio al padre della nostra letteratura, non più immerso, nel caso di Come donna innamorata (2015) nella visione della stella fissa Beatrice, ma affascinato anche da altre fanciulle.

Per questo il lettore deve prepararsi alla caduta di un luogo comune, sembra dirci Santagata: Bice non è stata l’unica donna della vita — e dell’immaginario poetico — di Dante, anche se, certo, ha rappresentato la punta più alta di una concezione che proveniva dalla zona più raffinata e meno toccata dall’amore sensuale della poesia provenzale, siciliana e toscana. Altre ce ne sono state, prima del fatidico diciottesimo anno in cui venne salutato dalla fanciulla che aveva conosciuto bambina nove anni prima, e dopo la precoce morte di lei. Perché il Fiorentino ha conosciuto diverse stagioni amorose, almeno quelle testimoniate dalla sua lirica e dai trattati. E l’autore ci ricorda che se il matrimonio con Gemma Donati era stato preparato fin dalla loro più tenera età, secondo le consuetudini dell’epoca, questo non esclude che non potesse essersi sviluppata una affettività “domestica” e per questo esclusa a priori dalla poesia cortese, fin dalle sue origini.

Non tutte le poesie della Vita Nova furono scritte, dice Santagata, per Beatrice, anche se poi l’organizzazione dell’opera fece sì che apparissero come l’inno all’unica, ineguagliabile donna della sua esistenza. Dante aveva chiuso la sua Vita Nova con la solenne promessa di parlare di nuovo di lei solo in modo più degno del suo fulgore, «infino a tanto», scrive «che io potesse più degnamente trattare di lei». Ebbene per Santagata quell’opera non è come si pensava la Commedia, ma un progetto, poi caduto, di visione, forse in latino. A rischio però di sottovalutare il potere di percezioni aurorali, di semplici lampi che poi con il tempo sedimentano e permettono di disporre il materiale accumulatosi in nuove cronologie e modalità. Anche perché Santagata deve ammettere che l’ultima parte del Purgatorio e poi la terza Cantica sono in realtà il ritorno a Beatrice, un ritorno che forse il poeta non aveva ancora in mente vent’anni prima. Ma in questi vent’anni accadono tante cose: dopo le donne dello schermo, che avrebbero dovuto permettere a Dante di celare il vero oggetto del suo sguardo, ecco allora una donna pietosa che da una finestra sembra voler consolare il vagabondo scrittore che aveva perduto la sua ragione di vita e soprattutto di poesia, e poi la donna cui sono dedicate le polemiche quattro canzoni “petrose”, ed ecco l’enigmatica Gentucca del xxiv del Purgatorio, citata dal poeta Bonagiunta Orbicciani di Lucca e che forse ha avuto davvero una relazione, ipotizza Santagata, con il poeta ai tempi del suo soggiorno nella città toscana nel 1308.

Ma, a proposito di enigmi, quella che spicca tra tutte è l’affascinante figura di Matelda nel xxviii del Purgatorio, «una donna soletta che si gìa / cantando e scegliendo fior da fiore / ond’era pinta tutta la sua vita». Siamo nel paradiso terrestre, dove la natura fiorisce stupendamente ai «raggi d’amore», là dove un tempo aveva vissuto l’uomo, in armonia con il creato prima dell’esilio sulla terra. L’incanto di questa figura ha colpito molti, dai pittori preraffaelliti all’Eliot del Mercoledì delle ceneri, senza però dimenticare la pagina finale del capolavoro di Chesterton, L’uomo che fu giovedì, dove sembra davvero di ritrovare l’eco, stavolta narrativa, della poesia dantesca su Matelda: il protagonista vede «la sorella di Gregory, la ragazza dalle chiome d’oro rosso, che recideva lillà prima di colazione, con la sua inconsapevole gravità di fanciulla».

E, a proposito dello stupendo corredo iconografico qui presente, colpisce soprattutto un’opera come quel Paolo e Francesca, 1872, di George Frederic Watts, che riesce, oltre cinque secoli dopo Dante, a offrire il senso abissale di un amore sì finalmente unito, ma con il ricordo doloroso della violenza e della trasgressione ai codici umani e divini, rappresa in quella malinconia sognante e rassegnata dei volti: se si pensa che un episodio analogo, quello di un amore che passa attraverso il cedimento all’oscurità è presente in Il maestro e Margherita di Bulgakov, iniziato sessant’anni dopo il quadro di Watts, si capirà quanto sia potente la fascinazione della coscienza dell’instabile equilibrio tra passione umana e legge divina operante nella Commedia di Dante.

di Marco Testi