· Città del Vaticano ·

Per diventare nostro fratello, anche lui ha tremato di paura

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17 marzo 2021

«Adesso la mia anima è turbata». Così il Signore definisce il proprio stato, dopo aver raccontato del seme che porta frutto solo morendo. Il destino mortale e fertile del chicco parla di lui, dell’ormai imminente uccisione e della definitiva vittoria. Nel Vangelo di Giovanni, in altre due occasioni si parla del «turbamento» di Gesù; in entrambe vibra la sua emozione all’avvicinarsi della morte.

La prima è davanti alla tomba di Lazzaro: dopo aver pianto, è «ancora profondamente turbato». La morte di chi ci è caro è anche un po’ la nostra morte. Con lui se ne va parte della nostra vita. Una fetta della nostra esistenza non è più disponibile come prima, giacché le esperienze vissute con quella persona sono tramontate con lei. Il Signore entra nel dolore per la propria morte passando attraverso la porta della perdita di un amico carissimo. E ciò lo turba profondamente.

Il Figlio di Dio è turbato anche dopo l’annuncio del tradimento di Giuda e la sua fuga dal cenacolo, nella notte. La morte entra in Gesù da ogni parte: il complotto studiato alla perfezione per eliminarlo e il morso velenoso, vorace e feroce del tradimento. Nel calice amaro che il Padre non gli allontana e che egli beve fino in fondo c’è anche il turbamento. Ma che cos’è? L’originale verbo greco indica una paura così profonda e totalizzante da scuotere non solo l’anima ma anche il corpo: si trema dalla paura. Il corpo del Figlio di Dio ha tremato di paura. No! Non ci meritiamo un Dio così! Ci saremmo accontentati di molto, molto meno. Non possiamo averlo inventato noi un Dio così; è fuori dalla nostra portata. Per diventare nostro fratello, anche lui ha tremato di paura, come noi tremiamo al solo pensiero della perdita di chi e quanto è vitale. Rivolgiamoci a lui con fiducia. Ci capisce. Egli stesso ha provato, fino a tremare, quanto costa perdere.

di Giovanni Cesare Pagazzi